Candele

Candele, tante candele.
Per un attimo teme di essere entrata in casa d’altri, di aver fatto una figura di merda atroce, che qualcuno chiamerà i carabinieri, che sarà costretta a spiegare perché è riuscita a penetrare in casa altrui con le sue chiavi di casa. Pensieri da un millisecondo, quelli che nemmeno si fanno davvero, pensieri non pensieri, immagini volatili, idee.
Comunque cerca un punto d’appoggio, qualcosa che le dica “sì, è casa tua”.
Vediamo… vediamo…. Ecco! Dio mio, ecco.
Il bellissimo mappamondo antico che le ha regalato suo padre. Eccolo. Può essere solo casa sua. Quel mappamondo è un pezzo da collezione pregiatissimo, non può averlo quasi nessun altro, figuriamoci il suo anziano vicino di casa.
Sbatte gli occhi abbacinata da quella luce gialla, da quel profumo inconfondibile di cera e di… cibo. Cibo buono. Non il suo, non il toast che si prepara lei ogni sera quando rincasa. E’ cibo vero, quello. C’è profumo di arrosto, di patate, di rosmarino, di inverno, di caldo, di famiglia.
Annusa e si accorge di avere ancora la porta aperta. Sobbalza e la chiude senza fare troppo rumore.
Appoggia il cappotto sulla poltrona facendo attenzione a non colpire nessuna candela. Se bruciasse il cappotto… va be’, meglio non pensarci.
– Bentornata.
– Cazzo! Da dove sei spuntato?
– Dalla cucina, sto cucinando e sono unto dalla testa ai piedi – e dicendolo, le appoggia un bacio sulla fronte.
– Cosa succede? Chi ti ha dato le chiavi di…
– Zerbino.
– Cosa?
– Sotto lo zerbino. E’ un classico.
– Si chiama effrazione. Cosa sono tutte queste… candele?
– Luce, sono luce. Tempo fa mi hai detto che odi il buio. Che odi tornare a casa e trovare il buio nell’appartamento. Che il buio ti mette angoscia. E allora… be’… ho pensato…
– Di fare luce.
– Sì, di fare luce.
Si guarda intorno. Si guarda intorno e vede luce. Tutte quelle candele. Tutti quei potenziali incendi, anche!
Sorride tra sé per il pensiero poco romantico.
Torna a concentrarsi sulla luce, sull’odore di cera, sul pensiero di lui che accende quelle decine di candele.
Sorride ancora.

Non si ammala spesso

Non si ammala spesso, ma quando succede non bada a spese in quanto a effetti speciali.
Fazzoletti ovunque, medicinali impilati sul comodino in precari cumuli chimici, febbre alta e voce ai minimi storici.
Tutto quello, insomma, che nessuno vorrebbe per casa.
Eppure lui arriva.
Succhi di frutta gelato riviste cioccolato pane croccante mortadella coperte e te e tisane e medicinali nuovi di zecca.
– Vattene, pazzo! Ti infetterai!
– Non vado da nessuna parte.
E con metodo comincia a mettere in ordine le cose acquistate, spegne qualche luce, si mette ai fornelli e si slaccia la cravatta con movimenti molli e lenti, rilassati.
Pastina in brodo con tanto formaggio.
Si è ricordato del suo piatto preferito.
Poi si mette al suo fianco (“Insomma vuoi proprio beccarti il morbo anche tu!”) e legge a voce alta per lei.
– Prima di morire, volevo dirti che ti amo… Non l’ho mai detto a nessuno ma nessuno mi aveva mai fatto la pastina in br… brodo a parte la mia mamma. Quin… Quindi visto che non sei la mia mamma devi essere molto molto buono… Grazie…
È un biascichio febbricitante e inintelligibile, e lui ride piano guardandola scivolare finalmente nel sonno.

Non stanno mai troppo vicini

Non stanno mai troppo vicini, sono abituati così, liberi e indipendenti.
Un osservatore qualunque nemmeno si accorgerebbe che lui e lei sono amore in movimento.
Un osservatore attento e brillante, invece, sì.
Lo capirebbe perché raramente si perdono di vista, i loro occhi saettano continuamente cercando quelli dell’altro.
Lo capirebbe dal modo in cui si muovono nello spazio; mai vicini eppure sempre sincronizzati: se lei si allontana lui si avvicina cosicché la distanza rimane sempre quella.
Lo capirebbe da come sono vestiti, casual e morbidi e liberi anche nei tessuti e nelle mise, mai costretti mai sgargianti mai eccessivi. Si sono condizionati a vicenda.
Lo capirebbe dai sorrisi che aleggiano sui loro visi; parlano di un prima e di un dopo che all’osservatore non possono essere svelati.
Come due piccole barche legate alla stessa boa.

Non importa da quanto tempo stiamo insieme

Non importa da quanto tempo stiamo insieme. Ogni volta, ogni dannata volta, mi emoziono. Mi emoziona l’idea di vederlo.
In cam, dal vivo, al ristorante, in pigiama, stanco, nervoso, malato. Non fa differenza.
L’idea di vederlo mi fa allisciare i capelli con le mani, passare un dito sotto l’occhio per togliere eventuali sbavature di mascara, mettere una caramellina balsamica in bocca, passare il burrocacao sulle labbra.
E poi… rido.
O sorrido o rido.
È nervosismo, tensione. Sì, dopo anni. Lo trovi strano?
Io all’inizio un pochino, adesso non più. Sarà perché vedo in lui la stessa urgenza, la stessa emozione, lo stesso sentimento.
Litighiamo?
Certo!
Ma lui mi ha insegnato a non dimenticarmi mai che si va contro le idee, ma non contro la persona.
Quindi lo amo anche quando penso che stia dicendo delle cazzate apocalittiche, capisci? Poi litighiamo e lui continua a stringermi la mano, no? Non sono abituata. Di solito la gente litiga e quando litiga prende un proprio spazio personale lontano dall’altro. Lui mi ha insegnato a rimanere.
Ha così fiducia in me che ho imparato a darmi fiducia, a fidarmi di ciò che faccio o dico o penso.
Qualcuno che crede realmente in te è tutto, tutto.
È il regalo più grande.

Il punto è la felicità

Il punto è la felicità.
Temo che nessuno mi abbia insegnato a riconoscerla.
O forse – più umilmente – non ho saputo impararlo.
Mi sembra di non meritare niente e quando succede invece qualcosa di bello, io… be’, io penso che non durerà, o che tanto ci sarà qualche fosca notizia da sopportare, ancora una volta.
L’immagine è quella di me stessa sul fondo del mare. Nuoto nuoto nuoto per risalire e quando finalmente il naso e la bocca sono all’esterno qualcosa mi trascina giù di nuovo. Questo in un tip tap pressoché infinito.
Alla fine un pochino ti stanchi di muovere piedi e mani tentando la risalita, no?
Ti convinci che sul fondo si stia un gran bene, no?
La felicità diventa pura utopia, una favola. Se vista negli altri, guardata con sospetto e incredulità.
Se la felicità fosse una favola chissà quale sarebbe… ho sempre pensato al lupo e i sette capretti. La gioia della mamma nel riabbracciare i suoi piccoli che credeva perduti.
Se fosse un odore… per me quello della pizza!
Se fosse un libro… un romance senza pretesa, uno di quelli sciocchini e svenevoli.
Se fosse un giorno… venerdì ovviamente!
Se fosse un colore… il rosso.
Se fosse un abito… un pigiama caldo.
Ho perfettamente idea di cosa dovrebbe essere felicità.
Continuo a nuotare.
Ho buona resistenza.

In viaggio di lavoro

In viaggio di lavoro.
Due… due settimane.
Due. Stronze. Settimane.
Quattordicigiornitredicinotti.
Molti pranzi e molte cene.
No, certo che non puoi dire di no. Cosa? Un regalino dal Giappone? Nah, non mi interessa.
Cos’ho? Cosa diavolo vuoi che abbia, testa di lattina? Due settimane sono un sacco di tempo!!!
Non faccio la bambina, sono triste e mi sento già sola, sento già l’eco.
No che non esagero.
Chi mi preparerà la colazione al mattino? Chi brucerà il mio pane? Alla sera sono abituata a scaldarmi i piedi tra le tue gambe, lo sai. Con chi posso ridere leggendo triti e ritriti libri zombi? Chi mi terrà calda la parte del letto quando di notte mi alzerò per fare pipì? Ho deciso. Non pranzerò e non cenerò. Non credo morirò di fame, che dici? Ok ok calmati, mangio. Ma tanto non avrò fame, ecco.
E poi io mi addormento solo se mi dici che mi ami. Tiamo dev’essere l’ultima cosa che sento prima di lasciarmi andare al sonno.
Senti, devi dire al tuo capo che non parti.
Ok, ok. Non puoi.
E io? Io come faccio?
Potrei venire con… va bene! Come non detto! Che reazione, però! Stai calmo!
Allora… facciamo così. Dimmi tredici tiamo adesso, piano piano, lentamente.
Dimmi t’amo e non ti fermare.
Farò lo stesso io.
Appoggerò un tiamo su ogni centimetro della tua pelle.
Va bene.
Dalla tua parte del letto metterò un sacco di pupazzi, così non mi sentirò sola.
Andrò al bar a fare colazione.
Riempirò pranzi e cene invitando amici e amiche, proverò nuove ricette e te le farò assaggiare.
Finisco di leggere Rot&Ruin poi te lo racconto, anche se non sarà la stessa cosa.
Ti aspetterò. Ogni secondo.

Quando dicono basta è basta

Esistono quelli che quando dicono “basta” è basta.
Quelli che troncano senza pietà.
Domani smetto di fumare. E smettono. Capacissimi di tenere l’ultimo pacchetto in casa, ma non toccano più una sigaretta.
Quelli che si lasciano e cancellano ogni traccia, ogni presenza possibile futura. Non ogni ricordo, i ricordi restano, ma cancellano la possibilità di reiterazione.
Tengono il pacchetto di sigarette, insomma, ma non fumano più.
Ma come fa, questa gente?
Io… io penso a lui… sempre.
È passato così tanto tempo che mi imbarazza persino pensare quanto, pensare un numero.
Poi ho fatto altre cose, avuto altre storie, fatto figli sposata separata divorziata divertita intristita incazzata una miriade di situazioni ecco. Come tutti, diamine.
Ma la persona che ero con lui non tornerà più, e questa cosa mi terrorizza, mi fa andare in apnea, in aritmia.
Non è un pensiero terrifico?
Che quando qualcosa finisce si porta via una parte della nostra essenza?
Boh.
Io ne sono terrorizzata. Terrorizzata.
I fricchettoni dicono che la vita è un viaggio.
Qualcuno si è sbagliato e mi sta facendo camminare con un fottuto zaino da duecento chili sulle spalle, allora.
Altro che non reiterare.
Voglio tornare là, con lui, voglio essere la persona che ero, voglio tornare a fumare, voglio la mia droga catramosa e mortifera. Ecco.

Alcune persone le puoi lasciare sole

Alcune persone le puoi lasciare sole, altre no.
Alcune persone hanno bisogno di sentirsi guardate, amate sopra ogni cosa.
Alcune persone se vengono lasciate sole scappano, altre dicono Me lo sono meritato.
Alcune persone hanno bisogno di essere ammirate, carezzate con lo sguardo e con le mani.
Alcune persone hanno bisogno di baci profondi e litigi furiosi e violenti.
Alcune persone hanno bisogno di quelle occhiate che diventano subito promesse.
Alcune persone hanno bisogno di una mente brillante e lucida, di un dialogo costante e di parole mai banali.
Hanno bisogno di sentirsi vive, sempre.
Di una danza mai costante, della non-noia.
Alcune persone amano così.
Altre amano lentamente.
Pigramente.
Costantemente ma pigramente.
In maniera noiosa ma sicura.
Un porto sicuro protetto da mareggiate.
Alcuni amano e non lo dicono. Amano per anni, in silenzio.
Alcuni amano e rinunciano all’amore. Scelgono strade più semplici, perché amare è un rischio che pochi corrono.
Alcuni amano A modo mio, dicono loro. A modo mio diosolosa cosa voglia dire.
Alcuni amano per tutta la vita, come cani fedeli. Non lo mettono in discussione, non sono abituati.
Alcuni amano solo per un po’, ma non dicono niente a nessuno e restano al loro posto, quello designato dalla società, fingendo di amare con un sorriso di plastica e la morte dentro.
Alcuni pensano sia amore.
Alcuni si aggrappano all’idea. Hanno bisogno di amare.
Qualcuno pensa di poter cambiare l’altro, con l’amore. Poveretti.
Qualcuno tace, per amore.
Qualcuno perde se stesso, per amore.
È gravissimo.
Qualcuno mette davanti a tutto l’amore.
Non mi pronuncio.
Qualcuno perde un amore ma ritrova se stesso.
Poi c’è chi l’amore non sa cosa sia. Se lo incontra non sa riconoscerlo. Terribile.
Bisogna proprio imparare, ad amare. E insegnare, certamente.
Bisogna saperlo riconoscere, l’amore.
Presto, fin da subito.
Presto.
Non c’è tempo. Sembra che ce ne sia, ma no.

Me ne sono andata, in effetti

Be’, sì, me ne sono andata, in effetti.
Uh… sì, all’improvviso. No no no non ti azzardare a farmi la paternale, tu che sei una donna-gheisha. Non voglio paternali da te. Io, le donne come te, non le sopporto.
Non ti piazzerò un sermone sul perché o sul percome, vedi di fidarti.
Certo avrei potuto intavolare discorsi su discorsi, in questi anni.
In ogni momento.
Ma ero una donna-gheisha e giustificavo.
Giustificavo lui e sminuivo me stessa. Dicevo è stanco, sono sciatta, non mi dipingo le unghie, cucino di merda.
Ha dormito poco, ha problemi con il lavoro, lo hanno educato così è solo un periodo sta arrivando alla soglia dei quaranta ha l’influenza la lebbra l’ebola i suoi fratelli pensano solo all’eredità siiii ciaooooo!
Poi ho sentito un crick a livello toracico: era il cuore.
Si era incrinato.
Bel casino.
E ora che si fa? Mai successo, non ho idea.
Ho provato a ricucirlo ma ogni giorno a quel primo crick ne seguirono altri.
Ahi ahi.
E nella testa un ronzio persistente.
Ahi ahi.
La diga cedeva.
Io vedevo davvero.
Vedevo che non era stanchezza, influenza o educazione.
Era il modo di amare, che era sbagliato. Ma l’amore mica basta! Ma smettiamola di credere a questo tipo di minchiate, perché c’è gente che con la scusa del Sì ma io ti amo fa cose abominevoli, eh. Mica cazzi.
Insomma, ho fatto due più due, mi sono accorta di aver vissuto di Ma io ti amo per troppo, troppo tempo.
Di essermi fatta bastare la frasina minchiona per troppo, troppo tempo.
E mentre lui parlava, io invecchiavo senza un amore degno di questo nome.
Di occhi che si accendono quando mi vedono, di un Dimmi come stai, di un Ti desidero, di un Stasera faccio io di un Andiamo a cena stasera di baci di slancio di mail di racconti di risate dal cuore di avventure anche banali carezze effusioni sesso confidenze allegrie drink potrei continuare per giorni. Ho fatto a meno di tutto questo, capisci?
E il cuore ha fatto crick.
Così.
All’improvviso.
Ha deciso che aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui, finalmente.
Ho fatto tre valigie, una di scarpe.
Tolto ogni foto mia, ogni ninnolo quadro stampa libro tovaglia trucchi pigiami creme spazzolino gatto lettiera album di fotografie gioielli piante giornali computer televisione.
Alla fine, in quella casa, non c’era mai stata una me.
La macchina era pericolosamente stipata. Il gatto semi schiacciato. Io tremante piangente occhi sbarrati.
Mi farebbe comodo dirti che sono andata via ridendo e fumando.
No.
Piangevo e tremavo e caricavo roba. Mica di tristezza, piangevo. Cioè sì… ma verso me stessa. Mi odiavo.
La casa è diventata più piccola mentre cresceva in me la voglia di essere accudita, accolta, confortata.
Affanculo la parità dei sessi.
Voglio essere accudita, come una rosa.
Protetta dal gelo.
Scaldata dal sole.
Guardata con rispetto e devozione.
Affanculo.

Cosa diavolo stai ascoltando

<Cosa diavolo stai ascoltando?>
<Come sei entrato?>
<Cosa stai ascoltando?>
<Come. Sei. Entrato.>*
<Continui a lasciare le chiavi al solito posto, come pensi che sia entrato, santo cielo?>
<Devo toglierle…>
<Le tieni lì perché speri di sentirmi entrare, è la verità e lo sai.>
<Prenditi da bere e vieni accanto a me, cazzo.>
Lo sente armeggiare in cucina, aprire una bottiglia, prendere due bicchieri, lo vede al suo fianco, il cuscino si abbassa sotto al suo considerevole peso di maschio adulto. Non lo guarda. Viene guardata.
<Hai già bevuto, tu.>
<Sì, ho già bevuto, e allora? Un’altra delle tue paternali sull’abuso di alcool in periodi stressanti della propria vita? Vuoi davvero davvero intavolare questa discussione sterilissima? No perché ti giuro che io ne ho voglia zero. Ho bevuto un paio di bicchieri, e lo sai perché non ti ho buttato fuori dalla porta come faccio quando sono sobria. Non dovresti essere in questa casa, te ne sei andato mesi fa dicendo Ho voglia di libertà sei oppressiva sei possessiva parli a voce troppo alta lavori troppo spendi troppo troppo troppo troppo facevo tutto troppo, come se esondassi da ogni poro della mia persona e quindi no, tu qui non dovresti proprio esserci e lo sai perché ne abbiamo parlato diverse volte.>
<Continui a tenere le chiavi lì, non è del tutto colpa mia, e poi in questa casa si beve bene e si mangia bene, conviene farci una capata ogni tanto. E comunque sei sempre sola, un po’ di compagnia non può che giovarti!>
<Scherzi, spero.>
<Sì, scherzo. Volevo vederti, sapere come stai.>
<Quando una storia finisce, finisce. Che vuoi sapere?>
<Non è vero, una storia può finire e cominciarne un’altra.>
<In che senso?>
<Nel senso che può finire l’amore ma può restare un mucchio d’altra roba, no?>
<Scherzi, spero.>
<No! Non scherzo!>
<Ridammi le chiavi, qui, in mano, prima che spacchi la bottiglia per terra e ti ficchi i cocci in gola. Lo faccio. Sai che posso farlo.>
<Non capisco…>
<E’ normale che tu non capisca. Sei un coglione. Ridammi le chiavi, appoggiale ed esci. Adesso e per sempre. Non è amore e non è amicizia. E’ bisogno di possesso e io ho giurato a me stessa libertà eterna da chiunque.>
La guarda, non appoggia le chiavi, ma nemmeno lei lotta per riprenderle. La porta si chiude. La bottiglia si fracassa al suolo.