130515

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da: xxx.xxxxxxxx@gmail.com

a: xxxxxxx@tiscali.it

data: 13 maggio 2015 02.53

oggetto: Confessioni di una mente pericolosa

proveniente da: gmail.com

Trovi disgustoso che io ti scriva una mail dopo aver fatto l’amore con un altro uomo?

Immagino di sì.

Cambia qualcosa se ti dico che non ho fatto l’amore ma ho anzi scopato senza pietà?

Immagino di no, sei troppo pieno di te e manchi totalmente del più banale e basico senso dell’umorismo. È terribile amore mio, terribile. Dovresti fare qualcosa, dico sul serio.

Curioso, nemmeno avevo voglia di sesso, stasera. Avevo voglia di stare in casa, rilassarmi un po’, fare quello che fanno le donne quando sono sole in casa. L’idea era quella di riempire la vasca, versarmi qualcosa da bere, immergermi e stare lì, immobile e immutabile, fino a quando l’acqua non fosse diventata ghiacciata. Poi riempire nuovamente la vasca di altra acqua calda. E riempire di nuovo il bicchiere. In loop. Vasca-bicchiere-vasca-bicchiere. E pensare, magari a te.

Invece, alle nove, mi ha chiamato Claudia e mi ha detto usciamo. Ho detto va bene. Mi sono fatta una doccia, mi sono truccata, ho soppesato qualche jeans e qualche maglia, ho buttato tutto sul letto, ho preso in mano l’abito nero di pizzo, quello corto e stretto che quando me lo metto mi guardi come se fossi la peggiore delle puttane e ti mordi il labbro per impedirti di dire qualcosa di cui poi ti pentiresti. Ma lo vedo che ti mordi il labbro, e vedo che stringi i pugni e dentro di me qualcuno esulta, qualcuno ride in maniera sguaiata, penso che allora sei vivo, che sei geloso, oppure no, che mi disprezzi e basta.

Ho infilato le scarpe che non metto mai, quelle nere lucide con la suola rossa, quelle che mi sono comprata in uno dei miei tanti momenti di isterismo. Mi sembravano adatte all’occasione, al vestito, alla mia situazione contingente.   Sono uscita di casa senza profumo, senza smalto sulle mani, senza speranze, anche.

Siamo finite in un locale molto alla moda del centro tutto gambe scoperte, braccia abbronzate, uomini sorridenti, maniche della camicia arrotolate, mocassini e risvoltini ai pantaloni, hai presente il tipo di locale? Il tipo di posto che tu disprezzi e forse un pochino anche io, ma solo un pochino. Il tipo di locale in cui gli uomini guardano e le donne si fanno guardare, a volte approcciare, più spesso solo offrire da bere. Un evergreen, insomma.

La musica era altissima, le luci molto basse, una Bologna insolitamente calda e appiccicosa. Ho bevuto un White lady, poi un altro. Il primo l’ho ingollato in un paio di sorsi, Claudia ha detto qualcosa, non ho sentito, ho scosso le spalle. Il gin è entrato in circolo, ho chiuso gli occhi, i muscoli si sono rilassati, infiniti nodi di tensione si sono sciolti quasi improvvisamente, mi sentivo bene, bene davvero.

Lui si chiamava… si chiama, Raffaele. Non ne sono sicura, ma dubito anche abbia importanza. Mi ha offerto il terzo White lady, ho apprezzato che avesse fatto caso a quello che stavo bevendo prima, ha evitato facessi mix di roba diversa, no? Ha evitato di farmi stare male, no? Io l’ho trovato carino. Mi parlava stando lontano, senza toccarmi, senza dirmi le solite cazzate, senza blandirmi, senza comportarsi da imbonitore di se stesso. Ho apprezzato anche questo.

Camicia bianca, jeans, scarpe da barca. Un bel polso forte cinto da un orologio di prestigio, unghie curate, occhi brillanti, un tatuaggio che spuntava dal collo della camicia. Mi chiedeva delle cose, ascoltava le risposte, sorrideva e rideva e si toccava il naso e beveva qualcosa che sembrava analcolico e innocuo parlando del suo lavoro e della sua moto e degli ultimi libri letti, le ultime vacanze fatte, le ultime persone viste. Mi piaceva, era rilassante, sorridente e aperto com’era. Non aveva voglia di scoparmi, solo di parlare. Era curioso davvero, non aveva mai conosciuto una pittrice. Gli ho detto quello che potevo, quello che avevo voglia di dire, ho parlato di te, detto quanto sia difficile lavorare per l’uomo che si ama, dei litigi, delle incomprensioni, di quanto sia disumano cercare di separare vita privata e lavoro e di quanto noi non ci riusciamo, in effetti.

Lui faceva sì con la testa, dei brevi cenni di assenso come a dire Ti capisco, sorrideva leggero e si ruotava il bicchiere tra le mani.

Ho mandato un messaggio a Claudia, detto che sarei andata via per conto mio, ho spento il cellulare, spento il cervello.

Abbiamo camminato in una Bologna sempre più deserta e sempre più fredda, i miei tacchi sempre più scomodi (mi avresti detto che la prossima volta avrei imparato a vestirmi comoda e calda), i silenzi sempre più prolungati.

Mi sono fermata in mezzo alla strada, ormai vicina a casa. Non resistevo più, odio i tempi morti, odio la suspance, lo sai. È tornato indietro, si è messo davanti a me, mi sono appoggiata contro il suo petto, il collo scoperto, il trucco sicuramente parte sbavato, gli occhi ben aperti, forse un piccolo sorriso d’imbarazzo. Era altissimo, gli arrivavo appena al mento. Non ha tolto le mani dalle tasche, mi ha baciato con foga. Ho mugolato qualcosa, cagna che sono. Mi ha preso il collo con una mano, premuta ancora di più contro di sé, penetrato ancora più a fondo nella mia bocca anestetizzata dall’alcool. Siamo rimasti così pochi secondi, abbiamo ripreso a camminare, questa volta ancora più silenziosi, più imbarazzati, meno preparati.

Odio i tempi morti, l’ho già detto? E odio quelle situazioni da Io so che tu sai che io so. Per favore, non le tollero.

Mi sono tolta le scarpe, ho salito le scale, chiuso la porta, di nuovo baciato lui che, con un solo gesto, mi ha lasciato nuda, percorsa tutta con una mano, sorrideva. Ho detto Non parlare, ha risposto che non aveva la minima intenzione. Non l’ho spogliato io, non lo so fare, e poi tremavo troppo. Aveva una sicurezza incredibile, stava davanti a me nudo, guardandomi attentamente, come se volesse imprimere parti di me nella sua memoria. Mi ha leccata ovunque, dal collo ai piedi, alle orecchie, alle ginocchia, all’ombelico, mi ha succhiata e morsa. Non ha mai smesso di guardarmi. E io non ho mai smesso di guardare lui. Volevo ricordare tutto, tutto. Il perché non ci fossi tu. Il perché non mi sentissi in colpa. Perché godessi così, sospirassi così, lo graffiassi così. Non ti ho mai graffiato. Non me lo hai mai permesso. Mi togli le mani, mi metti una mano sulla bocca, mi guardi sospirando come fossi una bambina monella.

Mi ha lasciato urlare, mordere, graffiare. Mi ha fatto venire una, due, tre volte. Mormorava parole piccine come Rilassati oppure Va bene così. Si è lasciato esplorare, ha chiuso gli occhi, era fiducia piena, tasselli perfettamente inseriti, fluidità massima. Non ero abituata, rigido e composto e teso come sei, pronto a difenderti o andare via all’improvviso, chiuderti e tenere fuori tutto e tutti.

Ho spalancato gli occhi, sorriso ancora, chinata su di lui, coperta dai capelli che aveva deciso di slegarmi.

Non è rimasto, poi. Non ha chiesto di rivederci, non lo rivedrò mai più. Mi duole la testa, il cuore, la gola, le mani.

Mi sembrava di averne bisogno, forse era vero.

Null’altro da dire. Stanotte non dormirò. Anzi, ho come l’impressione che non dormirò mai più. Ti bacio, amore mio.

K.

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