Ero brutta, niente da dire

Ero brutta, niente da dire.
Quel tipo di bruttezza che non lascia spazio all’immaginazione. Forse forse l’unica immaginazione era immaginarsi se fossi maschio o femmina.
Già. Già.
Capello unto, occhiale in tartaruga, sovrappeso, brufoli prepotenti… devo continuare? Nell’era di Kelly, Donna e Brenda (Dylaaaaaan? SBREEEEEEM!) io ero alta come un comò e larga come un comò.
Ci fu addirittura il periodo (non breve, debbo dire) della merenda Alla-Pich (Peach? Pitch?)-Pit, che consisteva in un enorme panino rotondo ( aprite tutta la mano e avrete trequarti della sua dimensione) con due wurstel (due) aperti, grigliati, schiaffati dentro al panino e affogati senza pietà in mezzo tubetto di maionese Calvè. Ta-dà! Vi abbiamo presentato “Come diventare un comò”.
Se ve lo state chiedendo (?), no, nessuno mi ha mai chiesto Malavuoifinirediingozzarti?
Però.
Però.
Ero una personcina allegra e di compagnia, e nonostante avessi le gonne scozzesi (sì, avete letto bene), i capelli sporchi e gli occhiali della nonna, i ragazzi mi cercavano. Non avevano capito che fossi donna e mi parlavano come se fossi uno (una?) di loro.
Le scuole medie. La terra-di-mezzo (e di merda) della vita.
Forse in seconda liceo presi una malattia semimortale. Che fosse la mitologica FebbreDiCrescita?
Tornata a scuola, una compagna urlò “Proff ha visto??? La Caterina è finalmente magra!!!”.
… Voleva essere carina.
Ovviamente ero ben lontana dall’essere magra, ma era comparso un timido punto vita e una meno timida sesta di reggiseno.
Io me ne fregavo e compravo la taglia quarta. Mi sembrava più glam.
Almeno fino a quando, verso l’età della ragione, non ho capito che sesta+bottoncino aperto+taglia morbida era moooooolto più glam.
Fu sopravvivenza.
Comunque il primo bacio riuscii a strapparlo a diciassette anni, per il rotto della cuffia.
Non ricordo assolutamente niente.
Ma una cosa sì, e mi fa ridere, proprio oggi.
Fu Lui (ci vuole la elle maiuscola cazzo) a farmi conoscere Andrea De Carlo.

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