A volte si ha solo bisogno di duetre dita d’alcool

A volte si ha solo bisogno di duetre dita d’alcool. Ma novanta volte su cento in casa non si trova niente di più forte del succo alla pesca del Conad.
Desolante.
Mi lecco le labbra secche, ascolto il cuore impazzito, cammino per le stanze senza trovare ragione, prendo in mano oggetti per riporli subito dopo. Sospiro troppo forte, è ricerca d’aria.
L’alcool aiuterebbe, mi farebbe sentire miserabile fino alla fine, domattina starei meglio, forse salterei il lavoro, mi godrei il risveglio post-sbronza.
Sento il bicchiere tra le mani, il vetro fragile, il liquido freddo lungo la gola.
Schiocco la lingua, mi passo una mano lungo il viso, ‘fanculo al trucco, sì. ‘Fanculo al trucco.
Ho messo lo smalto ai piedi, alle mani, ho comprato un rossetto, ho messo l’ombretto, mi sono specchiata e prima ho riso poi ho pianto. Sono orribile, stanca e sfibrata. Sola, triste e inacidita. Noiosa, annoiata, disillusa.
E senza alcool in casa.
Il divano è troppo duro, la sedia troppo scomoda (cazzo di design!), il pavimento troppo freddo. Butto indietro la testa, colpisco la parete tre o quattro volte, mi faccio molto molto male.
Afferro il telefono, ancora niente.
Dio… lo sfracellerei. Lo sfracellerei. Manderei in polvere i circuiti, le schede, i segreti elettronici.
Invece mando un messaggio. Poi spengo il telefono. La testa. I sogni.
Mi sveglia (forse dopo le botte in testa ho perso i sensi) l’odore insano del cibo cinese, il profumo di lui e la voce di lui.
Mi sorride, mi imbocca e non c’è niente di erotico, imbocca una malata.
《Non risponde più…》
《Shhh… shhh… devi mangiare, ora.》E continua a darmi piccoli pezzi di cibo che sento e non sento, che associo a ricordi che non possono essere ricordati pena morte del cuore. Singhiozzo. Faccio suoni orribili, ineleganti. Si slaccia la cravatta, la camicia, si leva la giacca, mi stringe e sento odore di fritto ma anche di abiti costosi e uffici eleganti e segretarie carine e profumi dalle boccette scintillanti.
Balbetto e biascico e perdo saliva e lui è lì, mi culla, mi stringe, mi parla, cerca di distrarmi, di rendermi lucida, di darmi dignità.
Fa parlare un involtino primavera che si sente a disagio perché è fuori stagione, visto che è estate. Rido. Rido.

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