Il ristorante è uno dei soliti

Il ristorante è uno dei soliti. Elegante e fine, pochissimi tavoli, stile provenzale. Molto bianco, molto beige, molto lino, molte candele, poca gente. Anzi, per la verità stasera il loro tavolo è l’unico occupato.

Il sorriso che le rivolge è sempre lo stesso, quello di vent’anni fa, quello di quando erano sposini novelli, quello di quando lei credeva fermamente che lui avrebbe risolto ogni suo problema.  Cerca di liberare la testa da quei pensieri che non lasciano presagire niente di buono, scambia qualche convenevole con una delle due proprietarie, due ragazze molto magre molto belle molto bionde e molto ricche. Il tipo di essere umano che lavora perché non saprebbe che altro fare ma che potrebbe tranquillamente stare a casa e mantenere comunque figli nipoti cani gatti criceti bla bla bla.

Si rende conto di essere ancora più acida del solito e, per ammorbidirsi, tenta la carta dell’alcol. Non ha niente, del resto, contro gli alcolici. Su di lei hanno sempre avuto un effetto assolutamente benefico. Le fanno passare le terribili emicranie di cui soffre, le sciolgono i nervi, la rendono più affascinante, morbida e un tantino meno pronta alla rissa. Una di quelle donne adatte alla conversazione amabile, una di quelle che appoggia il mento al palmo della mano e ti guarda come se fossi l’unico uomo sulla faccia della terra. Ordina un vino rosso e corposo che le viene versato nel calice con una lentezza estenuante. La voglia sarebbe quella di afferrare la bottiglia e urlare: <Oh, cazzo. Lascia, ci penso io!> e magari berlo direttamente da lì, appoggiando le labbra al collo freddo della bottiglia, davanti a tutti. Ma sorride, beve (anzi sorseggia) e fa un cenno con la testa per dire sì, lo voglio, accetto questo vino nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, finché non mi porterai quel cazzo di cibo.

Respira a fondo e guarda suo marito. Prende ancora del vino colmando il bicchiere quasi fino all’orlo. Stasera non ce la farà, qualcosa andrà storto. E quando gli antipasti arrivano, ne è sicura. Nemmeno gli antipasti le mettono allegria. Le sembrano troppo piccoli, miseri, inutili. Se mi devi portare dei pezzettini di pane farcito che misurano un centimetro per un centimetro, non me li portare affatto. Cosa dovrei farne? Metterli sotto alle gambe delle sedie e usarli come feltrini? Cosa? Che qualcuno spieghi questo concetto, perché lei (se non altro stasera) non ci arriva.

<Un tempo facevano antipasti degni di questo nome, Cristo!> non ce l’ha fatta, voleva solo pensarlo ma non ce l’ha fatta.

<Mi pare che siano sempre uguali, a dire la verità. Non agitiamoci per degli stuzzichini, però. Coraggio.> e sorride, sorride. A dire la verità il sorriso sembra destinato a una bambina riottosa e viziata. Uno di quei bambini che un pochino bisogna assecondare per paura che facciano scenate davanti agli altri.

<Un tempo andavamo in giro in auto. E se dicevo che gli antipasti erano troppo piccoli, tu mi davi ragione. Facevamo viaggi lunghi e ci raccontavamo pezzi della nostra vita durante i quali l’altro non c’era. Ci facevamo domande e ascoltavamo addirittura le risposte. La radio era sempre accesa, la televisione mai. Leggevamo i libri che leggeva l’altro per poi discuterne insieme nel letto prima di fare l’amore; ne facevamo un sacco, quasi ogni sera. Lo facevamo perché ci andava e non dovevamo mai parlarne o discuterne. Se ne parlavamo era per ricordarlo e magari farlo di nuovo, anche alla mattina prima di andare al lavoro. Avevamo un’auto piccola e funzionale, una casa piccola e funzionale, pochi abiti ma giusti, amici veri e sinceri, un lavoro che ci appassionava e che ci dava la spinta per fare sacrifici e rinunce. Ci amavamo davvero e ce lo dicevamo, ci lasciavamo piccoli biglietti sciocchi sotto al cuscino e se uno dei due usciva, l’altro lo aspettava sveglio per farsi raccontare la serata. Uscivo sempre di più io, ma ti assicuro che non vedevo l’ora di tornare a casa, togliermi quei tacchi osceni e restare sola con te, nella nostra casa-tana> mangia nervosamente piccoli bocconi di polenta fritta, pane casereccio farcito con pezzi di pancetta, fritturine minuscole. Sfrega indice e medio della mano destra, chiaro segno che ha bisogno della sua dose di nicotina.

<Si stava bene. Sono certa che non siano ricordi edulcorati. Ero realmente felice> prosegue sorridendo dando l’impressione – del tutto sbagliata – che il suo amarcord sia finito e che si possa continuare la cena con argomenti un filo meno pericolosi.

<Hai scelto i tortelloni?>

<Tort… eh? Ma di cosa parli? Io ti sto dicendo delle cose. Delle cose! Capisci? Sto dicendo che sei diventato noioso, che mi annoio, che sono triste, che non trovo motivo al mondo per alzarmi alla mattina, che non mi rendi felice. Hai un bel da sorridere, tu. Non c’è proprio un cazzo per cui essere felici, nemmeno se mi portassi fuori a cena ogni sera, nemmeno se continuassi a sorridere anche in punto di morte, nemmeno se per ogni sorriso lo Stato ti desse cento fottuti euro. Non c’è niente da ridere, e chi ride o sorride per me è incosciente. Tu, sei incosciente. Tu che vedi tua moglie stare male e non alzi un dito, sicuro che prima o poi qualcosa accadrà, che le cose andranno a posto, che a lei passerà questa uggia primordiale. Del resto il malumore passa, no? Come un raffreddore. Ma quanto può durare, prima di passare? Un anno? Due? Tre? Quanti anni devono passare perché il tuo sorriso scompaia e cominci a prendere seriamente il malumore di qualcuno? Perché lo fai con tutti, non solo con me. Sorridi e dici che la vita è bellissima e che bisognerebbe solo viverla più a fondo, attaccarsi ai valori veri, stare in famiglia e amare il prossimo, l’arte, le cose belle. Fottiti. Queste sono canzoncine stupide per gente stupida. La gente intelligente agisce. Fa. Produce benessere. Tu invece pensi che basti una cena fuori, un complimento, una casa più grande, una macchina più adatta a dei figli. E’ tutto molto rassicurante, e ti ringrazio sinceramente di averci provato in questi vent’anni. Ma non basta più. Hai smesso di chiedermi come stai, di leggere i miei articoli, di venire a sentirmi quando parlo in qualche posto e nemmeno mi chiedi com’è andata. Hai smesso di guardarmi e anche di ascoltarmi perché che non sto bene te lo sto dicendo da almeno un paio di anni. Ho perso molti chili, non ho più nemmeno una curva e tu non mi hai chiesto come mai, non mi hai detto se sto bene, se sto male, non ti sei preoccupato affatto di capire il perché. Potrei aver fatto una dieta o avere un cancro e a te non cambierebbe niente> è sfinita, ma si accorge di aver esagerato. <Ok, non è vero che non cambierebbe niente. Io so che mi ami ma… non è abbastanza. Arriva un momento nel quale l’amore non è più abbastanza. E’ arrivato il mio momento. Non è più abbastanza> intanto sono arrivati i tortelloni e in seguito anche la tagliata di manzo al sangue (molto al sangue) con rucola e pomodorini.

Lui sbatte gli occhi.

<Faccio portare il dolce, che dici?> sorride lui.

Sospira. <Certo, sì. Fai portare il dolce>.

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