Apre la porta della camera

Un uomo e una donna

Apre la porta della camera e, anche nella penombra scorge la piega che hanno assunto le sue labbra. E’ un sorriso, il suo sorriso. Quel sorriso bello di quando è genuinamente felice e assolutamente rilassato; un gatto su di un letto. E come un gatto, come lui, lei si avvicina: sinuosa, lenta, carezzevole.

Ma lui si alza prima che lei raggiunga il bordo del materasso e va alle sue spalle, sussurra il suo nome <Rebe… Rebecca…che bell’odore che hai, così tuo, così buono!> e mentre le mani dell’uomo le circondano facilmente il petto, Rebecca si lascia andare e chiude gli occhi mentre piccoli baci colorano la sua pelle dalla spalla sinistra a quella destra passando per la nuca e facendola gemere mentre le carezze si spostano dal seno ai fianchi e ancora alle spalle  alla pancia al sedere al collo alle orecchie alla mandibola alle tempie alle scapole sciogliendo ogni nodo, ogni tensione, ogni dubbio e anche ogni pensiero, perchè quando è accanto a lei, la mente smette di funzionare e lei viene resettata.

Con due brevi gesti la spoglia completamente e si lascia spogliare da mani che ormai potrebbero farlo al buio, mani che tremano di felicità e di voluttà: <Non sarai emozionata?> chiede sorridendo lui.

<Perchè non dovrei esserlo? Non gonfio il tuo ego? Dopo tanti anni, ancora fremo sotto alle tue mani…> dice con voce miagolante. Fa la sciocca, gioca a fare una parte e forse un pochino anche lui. Ma stasera va bene così, stasera non sono Rebecca e Simone ma due persone diverse, più passionali, più emotive, più sensuali. E lui… lui non l’ha mai guardata così. Rebecca si sente bella come non mai, si sente risplendere e quando lui la scosta un pò per guardarla così com’è, nuda e bianca come il pane, lei non si vergogna e alza il mento, fiera. “Sì…sì, sono bella, bellissima e sensuale. Non importa se non ho una bella pelle abbronzata, non importa se i miei capelli non sono fluenti come quelli della pubblicità, non importa se le mie mani non vedono una manicure da secoli. Simone mi guarda così… guarda così me.> e resta immobile sotto lo sguardo parte divertito, parte curioso, parte eccitato di lui.

<Sdraiati pure, ora. Quello che ho visto mi è piaciuto, brava…> e adesso sta chiaramente giocando, perchè quella è una voce non sua, un atteggiamento non suo, e tutto, in lui, trasuda allegria che non è scherno ma voglia di condividere e allora Rebecca si sdraia a pancia in giù e lo aspetta; sente dei rumori, un’imprecazione e finalmente Simone ricompare. Alla sua nudità si è aggiunta solo una piccola bottiglia che contiene un liquido ambrato. Olio. Olio per massaggi. Questo decisamente non è da lui. La donna spalanca la bocca, piena di sorpresa e stupore. “Olio… olio per me… e per lui…”. E prima ancora di poter formulare un solo misero pensiero lui è sopra di lei e con un gesto lento, fa scivolare un rivolo di olio lungo la sua spina dorsale. Qualcosa, in lei, si spalanca. L’odore ricorda luoghi lontani e le mani di lui sono decise ma carezzevoli. Ripete il suo nome o dice cose a caso solo per farla rilassare, e lei lo fa. Chiude gli occhi e sente solo le mani di lui in ogni singolo millimetro di pelle. Sente le sue impronte digitali, sarebbe disposta a giurarlo. Insieme all’olio caldo e profumato piovono sul suo corpo altri baci piccolissimi che vanno a coprire il dolce dolore che la barba un pò lunga arreca alla sua pelle sensibile. Piacere e dolore si mescolano insieme e lei perde il senso dell’orientamento e anche ogni riferimento spazio temporale. Non sono a casa, sono lontani, sono soli, sono in un posto bellissimo, c’è l’odore del mare, c’è lo sciabordio delle onde, c’è il profumo del vino e del cibo.  Non sono a casa. Lei non è a casa. E quello non è il solito Simone. Ma non importa, non importa davvero. Chiunque sia, ovunque siano, Rebecca è felice lì, in quell’istante, con le mani del suo uomo che dalle spalle vanno verso il sedere e accarezzano ogni punto del suo corpo e ogni massaggio scivola via portato dall’olio e dal calore del suo corpo che aumenta attimo dopo attimo.

<Rebecca? Rebecca??? Ci sei?> La voce di Simone la scuote e lei si ritrova sulla soglia della camera. Indossa il suo solito pigiama informe, le solite ciabatte con gli orsetti e una fascia a fiorellini in testa.  Lui non ha nessun  sorriso gentile, anzi. Pare… scocciato. <Ti sto chiamando da cinque minuti, a cosa pensavi?> la rimbrotta lui, maglietta del calcetto e pantaloni di una tuta che ha visto giorni migliori.

<A cosa pensavo… a niente, a niente! Di cosa avevi bisogno?> risponde lei balbettando.

<Volevo un panino, ma andrò a farmelo da solo.> si alza dal letto, le gira attorno per uscire dalla camera e si dirige in cucina.

 

 

 

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