Mi chiamo Agata

imagesMi chiamo Agata.
Mi chiamo Agata e ho trentadue anni.
Mi chiamo Agata, ho trentadue anni e sono in macchina.
Mi chiamo Agata, ho trentadue anni e sono in macchina con uno sconosciuto.
Già.
O meglio, era sconosciuto tre giorni fa, quando sono entrata nel bar. Va bene, va bene, vado con calma e torno indietro.
Tre giorni fa, come quasi ogni mattina, sono entrata nel solito bar, ho ordinato la solita brioche salata e il solito succo ghiacciato e mi sono andata a sedere al solito tavolo in angolo, spalle al muro.
Ho aperto il solito giornale, ho tirato fuori il cellulare dalla borsa e mi sono tolta la giacca. Niente di nuovo. Tutto tranquillo. Sono una di quelle persone che trova conforto nel ripetere gli stessi gesti. Rabbrividite pure, se volete, voi che cercate l’avventura ad ogni angolo. Io no. Io soffro d’ansia e ho alcune minuscole manie. Il cellulare in vista è una di quelle manie. Non cambiare mai tipo di colazione un’altra. Non faccio male a nessuno, no?
Ad ogni modo ero quasi a metà della mia colazione quando un uomo si è seduto al mio tavolo. Poteva avere una quarantina d’anni, oppure quarantacinque portati molto bene.
Completo ma senza cravatta, mani curate, denti bianchi, taglio dei capelli perfettamente regolato, naso un pò storto, collo un pò grosso.
Nel complesso, da sette…sette e mezzo.
Insomma si siede e senza smettere di guardarmi mangia la sua pasta alla crema senza minimamente sporcarsi con la crema come invece farei io. Ogni tanto appoggia la pasta, senza fretta, per prendere un sorso di cappuccino. E non smette di guardarmi nemmeno allora.
Gli chiedo se ci conosciamo.
Mi dice di no e nei suoi occhi vedo un guizzo di sorriso. Appena un’ombra.
Gli chiedo se mi stia prendendo in giro. Anzi no, gli dico per il culo e mi rendo conto di non essere molto femminile ma mi è uscita così e comunque lui ride apertamente e mi dice assolutamente no.
Sollevo gli occhi al cielo e gli faccio segno, con la mia pasta, di parlare.
Mi dice che mi ha vista un paio di mattine, che mi trova affascinante (o forse dice attraente… comunque non dice bella) e che vorrebbe conoscermi.
Gli dico che mi chiamo Agata e continuo a leggere il giornale fingendomi interessata ad un furto d’auto poco distante dal luogo in cui lavoro. Del furto, ovviamente, non mi importa assolutamente niente ma… cosa dovrei fare? Saltargli sulle ginocchia? Gettargli le braccia al collo? Chiedergli il suo nome, forse?
Lui comunque ride e mi comunica che no, non è quello il modo in cui vorrebbe conoscermi e questo mio modo lo trova un tantino riduttivo (dice così, riduttivo).
Chiudo gli occhi per qualche secondo sopra al giornale e quando li rialzo lui si sta spazzando via le briciole dai vestiti e poi pulendosi le labbra con i tovaglioli sempre troppo piccoli e un pò plasticosi dei bar (perchè quei tovaglioli? che senso hanno? non puliscono niente!).
<<Va bene senti, vieni via con me.>>
Questa volta a ridere sono io:<<Mi porti in ufficio con te?>>
<<Non dico ora, ovviamente. Dico questo fine settimana. Vieni via con me.>>
Boccheggio e mi accorgo di aver perso molta verve e lucidità. In effetti non trovo le parole adatte: <<No ma dico, sei cretino?>> e nemmeno questo mi sembra qualcosa di molto lucido, tanto che lui ha un piccolo sobbalzo sulla sedia. Infinitesimale. L’ho offeso.
<<No, non credo. Ho un’intelligenza spiccata e sono un uomo brillante e stimato. Nessuno mi ha mai dato del cretino, men che meno una sconosciuta in un bar con il labbro sporco di succo.>>
Uhm. Uno a zero per lui. Mi pulisco con i finti fazzolettini del bar.
<<Rifarò la domanda. Cosa ti salta in mente? Cosa vuoi da me?>>
<<Adesso andiamo meglio. Non voglio niente, solo un fine settimana con te.Ti sembra così assurdo? Non sei sposata e credo tu non sia nemmeno fidanzata. Vieni con me. Non ti verrò a prendere a casa, non voglio sapere dove abiti, voglio solo passare due giorni in tua compagnia. Hai un sorriso unico e speciale, un modo di camminare fantastico, un modo di mangiare che fa venire voglia di mangiare te, mani sottili e veloci, ti piace leggere, ti piace il silenzio e, come me, sei abitudinaria. Staremo benissimo. Uhm…fammi pensare… sabato mattina alle sette in punto qui davanti, ok?>>
Mentre io sbatto gli occhi un centinaio di volte rischiando di staccarmi la retina da sola, lui si è alzato, ha pagato le due colazioni ed è uscito dalla porta facendomi un cenno distratto con la mano.
Poi però è tornato indietro, mi ha dato un bacio sulla tempia (che buon profumo!) ed è uscito, questa volta definitivamente.
Potrete immaginare com’è andata a finire, visto che io, ora, sono qui.
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14 thoughts on “Mi chiamo Agata

  1. Così si fa!
    Bravo sconosciuto!

    (se provassi a farlo io la cosa migliore che mi potrebbe succedere sarebbe di ricevere un pagnottone nelle palle dall’Agata di turno)

    —Alex

    PS = ed Agata sì, è affascinante, lo sento!

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