Rannicchiata sul letto faccio brevi calcoli

7745313476_3a5267c3bc_zRannicchiata sul letto faccio brevi calcoli. Il calcolo più doloroso è proprio il primo: ho quasi quarantanni. Il secondo calcolo riguarda lui: è da quindici anni che, alla mattina, sono spettatrice dei suoi movimenti.
Non dirò che siamo cresciuti insieme perchè sarebbe una falsità, oltrechè una banalità; siamo semplicemente cresciuti ognuno a modo suo, ognuno nel suo mondo, ognuno con i suoi tempi senza nè tirare nè essere tirati. Il che, suppongo, rappresenta un punteggio abbastanza alto a favore della nostra coppia.
Comunque.
In posizione fetale, ancora mezza addormentata e ottenebrata dai sogni agitati che sempre più spesso faccio, mi stupisco constatando che i sentimenti sono i medesimi di quindici anni fa e di dieci anni fa e di cinque anni fa e dell’altro ieri. E’ un sentimento simile al languore con una mezza dose di sorpresa. Altro punto a nostro favore: non c’è mai scontatezza nell’essere presenti, nell’esserci.
E lo osservo con la più completa delle attenzioni, occhi labbra corpo mani piedi tutto proiettato verso di lui che si sta vestendo vicino alla finestra.
La camicia perfettamente stirata si adatta alle sue forme, alle spalle larghe e ai fianchi, e scompare dentro ai pantaloni dal taglio sportivo grigi, i suoi preferiti.
Chissà se lui lo sa, che dopo quindici anni, ancora sospiro alla visione del suo corpo? Chissà se lo immagina. Io non glielo dico, non sono abituata, sono sempre stata riservata e sono abituata a tenermi certe cose dentro. Questo fremito interno, lui non lo conosce. Ovvio, sa che lo amo, ma forse non sa quanto.
E vorrei urlarlo proprio adesso, prenderlo per le spalle, farlo girare, guardarlo negli occhi e… sentirmi tremare.
Sì perchè quando mi guarda negli occhi (ci stiamo disabituando a farlo, dannazione. Più probabile che guardiamo l’Iphone, mentre parliamo, e non è maleducazione, è proprio che ormai siamo su questo mood) io tremo all’interno e all’improvviso smetto di avere quarantanni e torno dodicenne, brufolosa, bruttina e spaventata.
Non riesco a credere che sia mio, non riesco a credere di essere sua, gli afferro i polsi e li bacio e li lecco e sussurro parole che capisco solo io mentre lui, sorriso sulle labbra, mi bacia l’attaccatura dei capelli anche se non sono puliti, anche se magari ho cucinato qualcosa di troppo odoroso, lui mi bacia sempre e mi bacia come se scoprisse l’attaccatura dei miei capelli in quel preciso istante. Ma se lui mi guarda io mi blocco, mi si mozza il respiro, balbetto, cincinschio con la lampo della maglietta, con l’elastico dei capelli, con gli orecchini perchè dentro i suoi occhi c’è lui e io vedo tutto, vedo troppo e non ce la faccio è tutto troppo bello e troppo grande e vorrei dirgli smettila di guardami oppure guardami per sempre, sempre così.
Chissà se lui lo sa che quando entra in una stanza la illumina? No, non lo sa. Se c’è una persona poco consapevole quella è lui. Cammina, respira, mangia, lavora ma lo fa con automatismo -come se non potesse fare altro- e non si accorge che solo lui cammina, respira, mangia, lavora e dorme in quel modo che è solo suo e che incanta la gente.
Incanta le donne, soprattutto, che si chiedono come mai un tipo come quello (non bello ma…) possa essersi innamorato e poi sposato e poi poi poi con una come me.
Quello che loro non sanno è che io lo amo ancora così, come quindici anni fa, come dieci anni fa, come due giorni fa e che non è un modo di dire, ma un modo di essere, è la verità più assoluta che io mi senta di pensare ma non di dire.
Perchè se la dici è perduta, non è più tua, è già scappata via.
Questa verità è solo per me e per lui, anzi forse solo per me.
Anche se sono sicura che dall’alto del suo essere uomo -essere umano di sesso maschile- lui sappia. Lui sa perchè vede e sente.
Sente che la mano che gli carezza il petto brama la sua pelle, tocca ogni millimetro (che pure conosce a memoria), saggia ogni (minuscola) imperfezione e parla (io ti carezzo ma tu non scappare, resta lì, stai fermo, non svanire).
Sente le mani che stringono le sue spalle quasi con terrore (come a dire io mi aggrappo, non ti lascio).
Sente che io ci sarò sempre.
Sente che ho paura.
Io ho paura che se mi distraggo, lui svanisca. Non che vada con altre donne, no. Non è di questo che ho paura. Ho paura di rimanere senza di lui, che non significa sola ma qualcosa di peggio. E’ più che solitudine, è assenza di tutto il resto, anche.
Un nero che inghiotte.
Questa è la mia verità e in parte me ne compiaccio(dopo quindici anni…) in parte mi spiace(se davvero dovesse accadere qualcosa, allora…).
Questa è la mia verità che nessuno saprà mai, perchè rivelare una cosa del genere sarebbe come andare al centro commerciale nuda, seno scoperto e sedere fuori.
E ora penso che si, lui dovrebbe girarsi e guardarmi come sa fare lui, darmi un bacio e promettermi con lo sguardo e con i gesti che tornerà.
E lui lo fa.
Quando la porta si richiude (piano, perchè lui è uno che vive piano) tocco l’attaccatura dei miei capelli (lì dove c’è ancora l’impronta del bacio) e resto così.
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