Concedi un forte cuore a noi che ora partiam

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Madonna degli Scout, ascolta t’invochiam

concedi un forte cuore a noi che ora partiam…

L’alzataccia è dietro l’angolo e tanto vale, forse, non provare nemmeno a dormire; la notte sarà utile per ricontrollare lo zaino, fare gli ultimi pensieri, raccogliere le forze. Una route di cammino è l’insieme di tante cose, la principale delle quali è forse la fatica fisica.

Dopo un po’ ho capito che uno zaino che rimane (o che tenta di rimanere) entro dodici chili non mi aiuta ma se non altro non mi fa schiantare al suolo. Ma dodici chili sono pochi ed è assolutamente necessario ridurre al minimo non solo i vestiti ma anche il cibo. Addio scatolette di tonno. Tre magliette, tre slip, tre paia di calze e poco altro. Ah certo, i pantaloni corti dell’uniforme di spesso velluto a coste blu. Il resto dell’uniforme è già pronto sulla sedia accanto all’ampio zaino azzurro cielo. La camicia perfettamente stirata (tra poche ore quelle pieghe del ferro da stiro saranno solo un ricordo, così come l’odore di bucato…) la gonna, il paio di calze migliori e il fazzolettone grigio e blu tenuto stretto da un paio di rosari e dal nodo scout. Sono ricordi che mi accompagnano da tantissimi anni. Un pò simboli, un pò feticci, un pò portafortuna. E chi si muove senza di loro?!

Sdraiata sul letto con le finestre della camera spalancate, ascolto i grilli che cantano nel buio della notte e leggo I dolori del giovane Werther, chiedendomi, con una punta d’apprensione, cosa mi spinga a farlo. Poco prima del sorgere del sole comincio a prepararmi. L’ultima doccia in un vero box doccia assume un significato particolare, quasi mistico. Mi lavo accuratamente: per qualche giorno dovrò accontentarmi di quello che passa il convento: a volte salviette, a volte acque ghiacciate e a volte anche… niente di niente.

Mi infilo la camicia attenta a non stropicciarla.

Mi infilo la gonna e la chiudo con il grosso cinturone di pelle spessa con la borchia rovinata dall’uso.

Mi infilo le calze di lana a coste facendo un piccolo risvolto alla fine, vicino al ginocchio.

Mi infilo gli scarponi badando di allacciarli correttamente – uno scarpone mal allacciato è quanto di più inutile e pericoloso si possa indossare – e sono quasi pronta.

La strada è tanto lunga e il freddo già ci assal,

respingi tu Regina lo spirito del mal

Non voglio essere accompagnata, detesto da sempre gli arrivederci. Vado sola, all’alba, da casa mia alla parrocchia e una volta arrivata l’adrenalina comincia a salire: ci siamo, ci siamo. Si parte. È l’inizio di un’avventura che non sarà solo una meta ma soprattutto un viaggio e ancor più una crescita. Noi lo sappiamo, e ci speriamo e l’abbiamo a lungo organizzato e programmato, questo grande viaggio. Ci guardiamo sapendo che tra pochi giorni non saremo già più gli stessi ma che saremo più sporchi e più stanchi e più provati e più ricchi e con lo zaino meno pesante di cose ma più pesante di esperienze. Ci guardiamo e sorridiamo con le facce già stanche e pallide ma con gli occhi pieni di aspettativa. Le note di Madonna degli Scout stringono il cuore e allargano l’anima. Noi andiamo.

Il ritmo del passi ci accompagnerà

Là verso gli orizzonti, lontani, si va

 

Il pullman è un rifugio e l’ultima occasione per il riposo ma il silenzio viene riempito da voci e, quando il sole è più caldo, anche dai primi accordi di chitarra e canzoni a voce spiegata. Ci conosciamo da una vita e sappiamo quello che accadrà ma non come accadrà. È sempre il come, del resto, che fa la differenza.

E lungo quella strada non ci lasciare tu

Nel volto di chi soffre saprem trovar Gesù

Il bus è già lontano, quasi un ricordo.

Anzi, decisamente un ricordo.

Il presente è uno zaino sulle spalle, la camicia piegata al suo interno, una maglietta bianca, blu o grigia e una bandana per raccogliere il sudore sulla fronte. Questo è il presente. Ci si guarda attorno, si respira a fondo, si abbraccia con lo sguardo tutto quel cielo e quelle montagne e quei prati. Via, si va. Passo dopo passo, non si accelera e non si cambia andatura: un passo dietro l’altro, allacciando lo zaino anche in vita per meglio distribuire il peso sul corpo. Le parole sono inversamente proporzionali alla fatica e in breve tempo il silenzio è quasi totale. A volte il grido di un uccello, a volte il frusciare di un albero, a volte un tuono lontano, a volte lo scrosciare di un ruscello. A volte fa un caldo dell’accidente e allora si abbassano almeno i calzettoni (al diavolo i serpenti). A volte invece le nuvole oscurano il sole e il sottobosco diventa gelido e i calzettoni tornano su.

Allor ci fermeremo, le piaghe a medicar

E il pianto di chi è solo sapremo consolar

 

Già, capita anche questo.

Capitano le piaghe (sui piedi) e capitano anche le lacrime. Perché la fatica, quella vera, non lascia scampo a spiegazioni o attese. La fatica arriva e ti morde.

Prima i piedi, poi le spalle, poi il collo, poi la colonna vertebrale, poi le gambe.

Il punto è che bisogna  resistere.

E allora prendi un albero lontano e ti dici “Fino a là, arrivo fino a là e poi mi fermo.”

Ma l’albero arriva e tu non ti puoi fermare, perché se ti fermi tu si devono fermare anche tutti gli altri e non si può; avete una meta e dei tempi da rispettare, una tenda da piantare, una cena da mangiare, un fuoco da accendere e se tutto va bene tante altre cose da raccontare. Non ti puoi fermare, no.

Allora prendi un altro albero e ti dici che arrivi solo fino a là e quando l’albero lo raggiungi e stai ormai maledicendo tutti, tutti quanti, compresi i tuoi genitori che ti hanno iscritto agli scout dieci anni fa, allora arriva un tuo amico o una tua amica e ti distraggono. Non stanno meglio di te, anche le loro gambe sono stanche.

Ma vengono al tuo fianco e parlano.

Ti chiedono delle cose, te ne dicono altre e passo dopo passo un altro chilometro è fatto e si è arrivati, è ora di tirare fuori la piccola tenda, scovare quell’ultimo briciolo di forza e costruirsi il riparo per la notte.

Una volta piantata, quella tenda sembrerà la più bella delle case.

Una volta disteso, quel sacco a pelo sembrerà il più morbido dei materassi.

Tiro fuori anche delle foto, che appoggio vicino al sacco a pelo.

Rimpiango il cellulare, la televisione durante la cena. Faccio un sospiro, controllo che le lenti a contatto siano al loro posto e via, di nuovo fuori insieme agli altri distesi su un prato al calar del sole.

La mia testa sulla tua pancia, la sua testa sulla mia pancia, la tua mano sopra alla mia, i tuoi ricordi insieme ai miei in un intrico di corpi e pensieri e amicizie che poi rimangono tali per una vita, ma tu ancora non lo sai e vivi semplicemente il momento, quei diciotto anni, quelle montagne e quella fatica pregando Dio che quella gente rimanga al tuo fianco.

E loro lo fanno, anno dopo anno.

E nei loro occhi vedi sempre la stessa luce.

Sempre la stessa promessa.

Io ci sono.

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