Cosa cerchi?

images (2)Quando la vidi pensai tre cose: che era bellissima, che era vestita troppo poco e che aveva l’aria di chi avesse perso qualcosa. Ad ogni buon conto, mi avvicinai a passo svelto.

La salutai e quasi non mi rispose, distratta da altro – cosa, non lo potevo ovviamente sapere.

Cominciò a camminare, e io dietro a lei un pò perplesso, un pò cauto, un pò divertito. Le feci notare che era vestita troppo poco e che avrebbe preso freddo ma lei scrollò le spalle e fece un suono con la bocca che dentro di me tradussi con un nonmiimportafattiifattituoi.

Non sembrava che le seccasse che stessi con lei, non mi aveva detto niente, aveva solo preso a camminare alta e magra e nervosa com’era, dunque considerai che non c’era niente di male nel seguire il suo peregrinare febbricitante. Si perchè non camminava ma quasi correva sulla punta dei piedi, lo sguardo che saettava da destra a sinistra, a volte in alto, mai in basso. Prendeva contro alla gente oppure, qualche volta, ero io a prenderla per un braccio per evitare che andasse a sbattere contro cose o persone. Il mio, credete, era un compito arduo. La nostra città, pur non essendo grande, è sempre zeppa di gente, di cose e di animali; il rischio di andare a sbattere è altissimo se, come me, non si è attentissimi. Lei, comunque, non lo era.

Se pensate che mi rivolse la parola, sbagliate di grosso.

Continuava a camminare con quei lunghi capelli al vento che quasi spazzavano la strada, lunghi e neri e quasi luccicanti com’erano.

La gente non faceva caso a lei, ormai nessuno fa più caso a niente, ve  ne siete accorti? Provate a camminare all’indietro per strada. Nessuno.dirà.niente.

Nessuno è pazzo, non più. Tutto è concesso in questa orgia di vite che si incontrano senza mai nemmeno sfiorarsi. Anche camminare al contrario vi sarebbe concesso, credetemi.

Comunque.

La mia amica – non è proprio un’amica, diciamo una conoscente. Una di quelle persone alle quali chiedi come stai ma che sai benissimo ti risponderà tuttobenegrazietu? – sterzò bruscamente a sinistra ed entrò in un negozio. Si guardò intorno strizzando gli occhi, storcendo la bocca, passandosi una mano sulla fronte e schioccando la lingua. Tornò sui propri passi senza nemmeno guardarmi ma – strano – mi tenne aperta la porta, uscendo. Quindi sapeva che ero lì, era già qualcosa.

Continuava a scuotere la testa. <<Cerchi…ehm…qualcosa?>> le chiesi goffamente. <<Cerco… si…sto cercando…ho perso…>> fu tutto quello che farfugliò. Credetti fosse meglio lasciare perdere quando:<<Tu pensi di averla afferrata e poi…puf…sparisce. E tu la cerchi e la ricerchi, la cerchi e la ricerchi. Vedi quella degli altri, ma mica puoi prendere la roba d’altri, vero? Non si fa, ognuno ha le sue cose, io la mia l’ho persa, adesso la devo ritrovare.>>

Il discorso filava perciò decisi che, almeno per ora, il discorso fosse chiuso. La mia conoscente, magari è meglio se la chiamo per nome, anzi no, la chiamerò solo con la lettere del suo nome, G…G. – dicevo – continuava a camminarequasicorrere, in un modo che quasi pareva danzare e che mi affascinava. Standole dietro sembravo solo uno scimmione senza capo nè coda, senza un perchè. Me ne rendevo conto ma non riuscivo a cambiare andatura e i portici erano pieni di neve e si rischiava continuamente di scivolare e io mi sentivo goffo e sciocco. Lo ero.

Ancora una sterzata e G. entrò in un negozio. Gli occhi mi fecero subito male. Rosso ovunque. Rosso rosso rosso rossorossorossorossorossoROSSOROSSOROSSO diavolo è sanvalentino! No, è domani! <<E’ san valentino!>> esclamai. Una frase intelligente, vero? <<E che importanza ha?>> Infatti, la frase non era intelligente e lei se ne accorse. Il negozio era una gioielleria. Sfavillante e piena di uomini alla ricerca del regalo adatto per farsi perdonare le manchevolezze di un intero anno senza amore e dedizione alcuna. Vi paio acido? No, solo invidioso. Quegli uomini erano lì, stavano scegliendo qualcosa per la loro donna, erano…felici…si. Avrebbero baciato la loro donna, avrebbero detto frasi senza senso e senza tempo, le avrebbero guardate con amore e si sarebbero promessi affetto per sempre rimirando il bellissimo anello lucido e sfavillante come la gioielleria dalla quale il monile proveniva.

Ma nemmeno lì G. trovò quello che cercava, e lo capii perchè dopo pochi secondi eravamo di nuovo fuori al gelo, con l’aria che sferzava il viso e – ora che me ne rendevo conto – cuori e fiori ovunque.

Come dicevo la nostra città è piccola ma piena di sorprese. Piazze e piazzette si aprono improvvisamente sotto lo sguardo di cittadini e forestieri, panchine e parchetti offrono riparo e calma, lapidi e piccoli innocui monumenti ricordano tempi che – per fortuna? – non esistono più. In una di queste piazze G. si fermò su una panchina e, di nuovo, si guardò attorno. Questa volta il suo sguardo aveva un che di disperato, di antico. Pensai a qualcosa di brillante da dire. Non mi venne niente. Mi schiarii la gola e lei mi guardò facendomi quasi male, quasi tremare, quasi piangere. Mi parve di vedere quello che stava cercando, per un solo momento. Ma l’idea, poi, scomparve nella mia testa ed io non riuscii a riacciuffarla, per quanto mi sforzassi. Ma io avevo visto, avevo visto davvero. E quello che avevo visto nei suoi occhi era qualcosa che mi aveva scosso dai piedi alla punta dei capelli.

Si alzò ancora, camminò via; ci stavamo allontanando dal centro, dalle case e dalle strade. Il freddo, sempre più intenso, pareva non toccarla minimamente. Non tremava e non batteva i denti, eppure era coperta davvero pochissimo. Jeans, un maglione a collo alto e un trench. Tutto nero. Ai piedi, un paio di Dr. Martins neri e logorati dall’uso.

La luce della luna veniva riflessa da tutta quella neve attorno, il cielo – come nei libri – era davvero trapunto di stelle, l’aria era gelida ma pulita, il silenzio era totale. Il biancore anche, era totale e lei sembrava un’ombra, magra e alta com’era. Io, forse, un lurido e inutile scagnozzo, un portaborse. <<Vieni qui.>> mormorò. E io andai vicino a lei, le spalle si sfioravano. <<Guarda.>> e io guardai. E vidi campi coltivati che riposavano, e ancora campi, e ancora campi. E sopra quei campi neve, e ancora neve. E sopra tutto stelle, e ancora stelle.

Attraversò un fosso – non fu difficile, la neve aveva appianato il dislivello – la seguii.

Corse in mezzo alla neve che le arrivava al ginocchio, correva alzando quanto più poteva le gambe per non inciampare e io pensavo chissà che freddo e poi pensavo se cade non la rialzo più e poi pensavo dovrei andare anche io e un secondo dopo ero lì a correre al suo fianco ansimando come un cane e chiedendomi cosa diavolo ci facessi a correre lì in mezzo.

<<Vieni qui.>> disse lei fermandosi all’improvviso. E io mi fermai appena un passo dietro di lei, così da poter vedere la punta del suo orecchio che spuntava dai capelli nerissimi. <<Guarda.>> e io guardai. Vidi che eravamo immersi in quel bianco. C’era bianco ovunque. Davanti, dietro, alla nostra destra e alla nostra sinistra. Bianco ovunque.

Poi, semplicemente, si rannicchiò per terra e si cinse le ginocchia con le braccia. Poi, semplicemente, lo feci anche io. E sentii che la neve mi traversava i pantaloni, poi le mutande. Sentii il gelo nelle ossa. Non mi importò.

<<Chiedimelo.>>

<<Cosa cerchi?>>

<<Pace. Cerco un pò di pace.>> si mise a posto i capelli, si voltò verso di me. <<Tu no?>>

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