L’immagine felice

<L’ultimo bel ricordo, dici?> sta masticando un pezzo di pizza e se rimbalza la domanda è per prendere tempo, gustarsi quell’ultimo pezzo e valutare l’insieme della serata.

Il posto lo hanno scoperto insieme, e non è il solito posto da autunno, nè quello da inverno. Un pomeriggio, vagolando per la città, hanno notato questa porta totalmente anonima ma chiaramente non appartenente ad una abitazione. Hanno messo le mani attorno agli occhi per meglio vedere l’interno e hanno scoperto che si trattava di una… pizzeria? Ristorante? Trattoria? Poteva anche essere un pub, ma più probabilmente si trattava di una pizzeria. Hanno riso constatando che pur abitando nei paraggi entrambi da parecchi anni non si erano mai accorti di quel bugigattolo accogliente. Si, perchè poi ovviamente erano stati presi dalla voglia di andarci. E non la settimana successiva, ma subito, in quel momento. Quei desideri infantili e irrazionali. Insomma cominciarono a digitare furiosamente sui loro cellulari di internet dotati e scoprirono nome (improbabile), numero di telefono (-segna, segna!), tante buonissime recensioni (-hai segnato il numero?) e che era aperto solo pochi giorni a settimana. Ah si, e che si trattava di una pizzeria.

E ora, sono qui.

La pizzeria è davvero poco più grande del salotto di lei, i muri pieni di cose inutili, solo due finestre piccole e incrostate, i tavoli sono vecchi e coperti da tovaglie improbabili quanto il nome del locale, i camerieri sgarbati e scattosi. Ma davvero, davvero, davvero raramente ha mangiato una pizza così buona. E’ così buona che al primo morso quasi le sono venute le lacrime. Ha incontrato gli occhi di lui, si sono guardati e si sono sorrisi. In effetti, amanti entrambi del buon cibo, difficilmente sbagliano un colpo. Se l’istinto li porta verso un luogo o verso una persona allora… beh, sono quelli giusti al momento giusto.

Come sempre, verso la fine della cena, è il momento delle confidenze, delle cose che per e-mail è meglio non parlare per non perdersi il gusto degli sguardi e dei gesti e di tutto quello, insomma, che li lega da così tanto tempo.

<Si, pur non essendo un periodo felice… anzi… proprio perchè non è un periodo felice, dimmi qual’è l’ultimo bel ricordo che hai. Un momento di gioia. E basta prendere tempo. Certe cose devono venire spontanee e di getto. Forza. Senza pensarci.>

<Lo so. Lo so. Ho il mio momento felice, anche se nell’istante non me ne sono resa conto. Ma è un pò sempre così, no? Viviamo, vediamo, costruiamo cose belle, a volte bellissime, e ce ne rendiamo conto solo dopo averle vissute, viste e costruite. Il mio ricordo non proviene da un tempo lontano. E’ successo solo ieri.>

<Ti ascolto. Mi porta un caffè e due amari? Quello che preferisce. Si… no… quello che pref… si… si… due limoncelli, va benissimo.> e dopo aver alzato gli occhi al cielo per farla ridere, posa di nuovo lo sguardo su di lei.

<Piove da giorni, è tornato lo stato di allerta, e io odio l’autunno e anche l’inverno. Odio dover camminare sotto i portici stando attenta a non scivolare, odio i vestiti bagnati, odio avere male alla testa, odio l’umidità, odio i vermi schiacciati per strada.

Ma ieri sera ero sola in auto, era tardi ma non così tardi da desiderare il letto. Ero solo piacevolmente stanca, di quella stanchezza buona e saggia che sai che ti farà appoggiare al materasso sentendolo aderire perfettamente al corpo come una seconda pelle, come un abbraccio. E sai che comincerai a perdere brevemente coscienza, a fare pensieri sempre più sconnessi e dilatati nel tempo per poi abbandonarti completamente e percepire esattamente il momento in cui lo fai. Di abbandonarti, dico. Ero in auto e mi sono resa conto che le strade erano completamente vuote. I semafori spenti e quelli che non erano spenti erano lampeggianti di un giallo poco convinto come se anche loro fossero troppo stanchi, le foglie come melma per terra, gli alberi piegati dalla forza del vento, la strada trasformata in un lago, uno specchio d’acqua. Ma ho dovuto concentrarmi per vedere tutte queste cose, perchè è una strada che faccio spesso e quando facciamo delle cose “spesso” poi rischiamo di farle meccanicamente.

Allora ho alzato il piede destro dal pedale, ho visto i numeri scendere sul display, ho sentito il motore calmarsi sotto di me, ho percepito i rumori dell’auto, ho spento la radio. Mi sono lasciata cullare da quell’atmosfera surreale, come di sospensione tra l’inizio e la fine. E’ stato strano, perchè lo sai, odio la pioggia e odio i temporali ne ho paura, esattamente come dei fuochi artificiali ma… il mio cuore era rilassato, il ritmo era controllato, il respiro docile, i pensieri spariti. Guardavo la strada e il cielo, neri entrambi, con la mia auto come unica separazione tra quei due neri. E, adesso lo so, era un momento felice.> prese il bicchiere ghiacciato del limoncello, lo annusò (-è fatto in casa) e bevve in un sol fiato.

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6 thoughts on “L’immagine felice

  1. Ne sforni uno più bello dell’altro.

    —Alex

    PS = secondo me se ci pensava bene l’ultimissimo momento felice era proprio quello, il presente; buon cibo, locale accogliente e buona compagnia.

  2. quoto Alex.
    Il pezzo descrittivo delle strade trasformate in lago, i semafori spenti, il silenzio notturno, è da antologia.
    Mi alzo e applaudo. Brava Caterina!

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