La statua della solitudine

 

«Ciao.»

«Ciao.»

Cominciano a camminare meccanicamente sotto i portici, senza nemmeno decidere dove andare, senza toccarsi o sfiorarsi o sorridersi o raccontarsi o spiegarsi o darsi conferme o anche solo scambiarsi quegli sguardi che loro conoscono che presuppongono lunghi discorsi ai giardini o lungo le vie meno frequentate della città.

Lei ha le mani aggrappate al bavero del cappotto perché non sa bene cosa farsene, di quelle mani inutili, ha scoperto che le sono di impiccio e ha, soprattutto, bisogno di un appiglio materiale, qualcosa al quale aggrapparsi disperatamente. Stringe il bavero così forte che le dita sono bianche.

Lui le tiene ben nascoste nelle ampie tasche del cappotto, indeciso fin dall’inizio se abbracciarla e darle un bacio in fronte, farle una carezza, o chissà cos’altro. Non fa niente, le mani rimangono affondate nelle tasche.

Immersi ognuno nei propri pensieri prendono vie a caso, passano sotto a portici malconci e sporchi, accanto a persone logore e stanche, guardano vetrine poco interessanti, schivano all’ultimo secondo pipì di cane (o di chissà chi altro), guardano all’insù un affresco o la facciata di una chiesa, rabbrividiscono per quel primo freddo che entra nelle ossa e che è così simile a quello che hanno dentro. Non è la prima volta che lo fanno ed è sempre sintomo che qualcosa non va. Che il problema sia dell’uomo o della donna ha poca importanza. Passano periodi lunghissimi senza vedersi e senza sentirsi, senza messaggini, e-mail o telefonate. Un tacito accordo prevede che il dolore debba essere condiviso solo dopo. La stessa cosa avveniva anche quando erano una coppia, tanto tempo fa. È curioso, perché una delle ragioni della rottura fu anche questa. La non condivisione. Adesso, da amici, riescono ad accettare questa cosa e anzi, a farne tesoro. Respirano l’uno il dolore dell’altra, trattandolo con la cura e l’amore che si userebbe verso un animale appena nato.

Dopo aver camminato a lungo sono arrivati al punto di partenza senza nemmeno rendersene conto. Si guardano per un attimo, velocemente. Si fanno un sorriso breve, che però coinvolge gli occhi.

«Mi sei mancata, stronza.» Con ancora le mani infilate nelle tasche.

«Lo so, mi manco anche io.» Abbandona le mani lungo i fianchi, pesantemente, come fossero di piombo. Fa un passo avanti, un altro ancora, e rigida com’è gli va a finire addosso appoggiando il viso contro il cappotto di lui che ha ancora le mani dentro le tasche e non le toglie, sta lì a sentire l’odore dello shampoo di lei chiudendo gli occhi e pensando a qualcosa di utile da dire o da fare.

Ma le mani rimangono dove sono, e anche le braccia di lei rimangono dove sono, non lo cingono, sono rigide e dure contro il corpo e se qualcuno li vedesse penserebbe che sembrano una strana e terribile statua moderna che parla di amore e di dolore e di solitudine.

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5 thoughts on “La statua della solitudine

  1. Mi sento imbarazzato a farti sempre dei complimenti, ma sono obbligato a farlo. Brava. Racconto magnifico e terribile. Centrato come pochi.

  2. triste… manca il coraggio di tirare fuori le mani … di allungare un braccio… ma gli occhi possono incontrarsi e allontanare il freddo … come sempre brava Kate quando scrivi pare di toccare i sentimenti

    • O forse non è questione di mancanza di coraggio ma di impossibilità. A volte semplicemente non abbiamo i mezzi per fare quel mezzo passo in più ma, se siamo fortunati, l’altra persona lo capisce, accetta, perdona e si fa bastare lo sguardo, quel particolare sguardo che significa tutto, a volte più di un abbraccio : )
      Grazie a te Tania, come sempre, per le belle parole!

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