Fil&Lia

Concentrati.

Ascoltami.

Chiudi gli occhi.

No, non così. Rilassati, chiudi gli occhi come se dovessi dormire e ascolta la mia voce. Ti voglio raccontare alcune cose che ho visto e che forse non vedrò mai più.

Ho visto un uomo e una donna. Anzi non li ho solo visti, la vita è stata così buona con me da farmeli conoscere. Si chiamavano (e forse si chiamano ancora) Filippo e Clelia.

Per tutti, erano semplicemente “i due”. Si perchè Fil e Lia, così si chiamavano tra di loro, erano sempre insieme. Nessuno li ha mai visti separati. Indubbiamente lei aveva un lavoro e lui un altro, dunque passavano qualche ora divisi, ma nessuno ha mai visto lei senza di lui e lui senza di lei. Curioso, vero?

Fil era un fotografo, ed era scanzonato, allegro, sognatore e molto, molto bello. Portava i capelli lunghi fin sulle spalle, capelli mossi e indisciplinati; dal canto suo Fil non ci pensava proprio a dare loro una forma, e li lasciava così, un pò ribelli e un pò – molto – spettinati. Le signore bene arricciavano il naso, quando per caso capitava in casa loro per fare delle foto alle loro figliole o alle loro bellissime dimore. Arricciavano il naso perchè Fil non si presentava proprio come un gentiluomo di città. Ma poi… una volta che Fil era uscito dalle loro case e dalle loro vite, sospiravano di malinconia, come se qualcuno, all’improvviso, avesse spento il sole per non riaccenderlo mai più. Si perchè Fil aveva QUEL modo di sorridere. Un modo tutto suo, aperto, infantile, speranzoso. Fil non giudicava mai, si limitava ad osservare e a sorridere condiscendente alle piccole e grandi nevrosi dei suoi clienti.

Lia aveva un caschetto leggero e svolazzante, una frangia cortissima e birichina, labbra a cuore polpose, lentiggini impudenti sul volto, occhi tra il color miele e il marrone – dipendeva da come batteva il sole sul suo curioso musetto – manine piccole come piccola era lei, non più alta di un metro e cinquantacinque. Vestiva sempre calzoni neri e camicette bianche, era una vera mania. Se non altro, era riconoscibilissima da lontano, anche perchè era una delle poche a mettere calzoni così spesso e così impunemente. Ovviamente fumava, e fumava come un turco. Soffiava fumo di qua e di là, avendo l’accortezza di spostare le volute con la graziosa manina se si trovava a discorrere con qualcuno vis a vis. E beveva! Accidenti come beveva Lia! Beveva insieme agli uomini, e non vini rossi francesi o vini bianchi italiani, no. Lia beveva whisky e gin delle migliori qualità. Spesso a procurarle questa merce era lo stesso Fil, che, dalla gente meno ricca, si faceva pagare così. Lia invece era una segretaria, e sul lavoro – dicevano – era molto in gamba, sempre puntuale e precisa. Con queste qualità divenne ben presto il braccio destro del suo capo, un ricco commerciante di frutta.

I due si erano conosciuti nel peggiore dei modi: Fil aveva travolto Lia in bicicletta. Lia andò su tutte le furie e mentre urlava il sangue continuava a fiottare da una brutta ferita sulla testa. Fil la prese in braccio – ok, la prese di forza – e la trascinò in ospedale mentre quella continuava a insultarlo e a prendergli a pugni la massiccia schiena. Lui fischiettava e ogni tanto le diceva di stare calma, di smetterla, e che non vedeva l’ora che qualcuno la sedasse. Arrivati davanti all’ospedale Fil la depositò come un pacco, disse a qualcuno di prendersi cura di lei, si scusò e corse a casa della signora Carlini, che aveva richiesto un servizio per sua figlia.

Ma Fil non era un filibustiere e non era nemmeno un cretino: nonostante il sangue le coprisse il volto, aveva notato la bellezza atipica e sconcertante di quella piccola donna. Aveva intuito, sotto i calzoni neri e sotto la camicia bianca, forme celestiali. E fu così che ogni giorno Fil andava a fare visita alla sua Lia. Già allora venivano chiamati “i due” dal personale dell’ospedale. E se ne andarono insieme, qualche giorno dopo che Lia ebbe smesso di vomitare a seguito della commozione cerebrale.

Erano tempi diversi e nessuno si sarebbe sognato di andare a convivere, ma loro si. Lia ci mise davvero poco a portare la sua roba da Fil (” che senso ha aspettare, lui mi piace, e io piaccio a lui!”).

Fil non si muoveva senza la sua macchina fotografica e il soggetto preferito era sempre lei, la sua Lia. Lia con gli occhi del colore del miele, Lia con un buffo cappello, Lia con la gonna (eccezionalmente), Lia in piazza, Lia in casa sotto a una finestra, Lia mentre cucinava, Lia sul letto nuda, solo le labbra di Lia, solo le mani di Lia.  Decine, centinaia di foto della sua piccola Lia che appendeva in casa, una volta sviluppate, sopra a fili di cotone, così che formassero tende meravigliose e allegre. Quando litigavano (e volavano piatti) lui la chiamava leonessa e lei si infuriava ancora di più e lui diceva stai ferma lì che ti devo fotografare così, selvatica e arrabbiata. Lei gridava di impotenza, gli chiedeva di essere serio, per una volta. Lui si fermava di botto, la guardava, la prendeva per le spalle e le diceva io non sono mai stato così serio amore mio, sei bellissima e voglio fotografarti.

Finiva sempre tutto a tarallucci e vino, perchè con Fil i litigi avevano vita breve.

I due erano invidiati da tutti, ma anche molto amati.

La loro casa era sempre aperta a tutti, davano feste molto belle, e alla domenica i bimbi più poveri potevano andare da loro per prendere dolciumi, farina, e a volte anche della carne. Quando i bambini mettevano il naso dentro alla casa, la loro bocca si spalancava vedendo tutte quelle fotografie appese. Il loro sguardo piroettava dalle foto a Lia, da Lia alle foto, in un can can terribile che faceva ridere di cuore sia Fil che Lia.

Erano unici, e bellissimi.

Al loro passaggio la città prendeva vita. Lia lo fermava e diceva guarda là, fotografa lì, attento qui, voglio questa foto, Fil corri, Fil vieni, Fil presto, Fil sveglia! Era terribile, quella ragazza!

Si sono amati per sempre, sempre. Ogni sera, prima di dormire, usavano sussurrarsi addosso questa frase “Ti amo più di ieri e meno di domani” e così, l’uno nelle braccia dell’altro, prendevano sonno.

Io non ho mai creduto nell’amore, e non ci credo nemmeno ora. Posso crederci, ma non credo in quello eterno, se non altro. Io sono stato forse sfortunato, o forse sono solo uno che vede la verità delle cose. Ma l’amore eterno è una balla di proporzioni gigantesche. Tutti gli amori, tranne quello di quei due.

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8 thoughts on “Fil&Lia

      • Ma no dai, è bello…
        L’unico passaggio che mi pare un po’ esagerato sono i bimbi poveri che alla domani a vanno a mangiare i dolci… 😉
        Un po’ da libro Cuore…

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