Due anni cinque mesi tre settimane e due giorni

Ti chiami Emma. Lo so perchè una mattina, alla fermata, è arrivata una signora chiamandoti a gran voce. Tu hai sgranato gli occhi, ti sei data una manata in fronte e hai lanciato un’esclamazione colorita prendendole un involto dalle mani (<Grazie grazie grazie! Che periodo!>). Chissà cosa c’era dentro quell’involto?

“Grazie signora sconosciuta, adesso so il suo nome” dissi tra me e me.

Sei altissima, forse un metro e ottanta, forse qualcosa di più. Sei una modella? Ma non ne hai l’atteggiamento. Forse sei una commessa, ma di quale negozio?

Hai foltissimi capelli neri, occhi blu come il cielo, non usi trucco e questo dimostra la tua intelligenza. Nessuna donna sana di mente bella come te sprecherebbe soldi e tempo in trucco.

La verità è che sei semplicemente un sogno.

Una specie di Monica Bellucci in versione bella, semplice e trentenne.

Ovviamente non porti tacchi, ma solo sandali bassi, che non risultano mai banali. Pietre, intrecci, colori vivaci. Non conosci la parola banalità. Un semplice vestito di cotone azzurro diventa un capo di alta moda. Magari sono cose prese al mercato del sabato, cose da pochi soldi che tu vesti con innata sensualità e armonia.

E io, ogni mattina, come una specie di idiota seriale, sento la bocca seccarsi, le ginocchia piegarsi e gli occhi spalancarsi.

Il collo non risponde ai miei comandi concitati “non muoverti, non seguirla, non fare la figura del maniaco sessuale” e inevitabilmente si muove, ti seguo con lo sguardo, osservo ogni movimento, lo confronto con quello della mattina precedente, controllo maglietta, pantalone, scarpe.

Hai un cellulare di ultima generazione, uno di quelli che manda anche le e-mail. Lo controlli appena arrivi alla fermata e poi a metà percorso. Una volta mi sono seduto al tuo fianco, ascoltavi musica rock, una canzone che piace anche a me. Battevi il tempo col piede destro, un meraviglioso piede destro.

Qualcuno ti chiama sempre alla stessa ora, quasi vicino alla fermata alla quale scendiamo. Ma perchè? Tu comunque non mostri nè felicità nè tristezza nè sembri essere seccata. Rispondi asettica. La voce è maschile. Tuo padre? E perchè gli rispondi così?

Per un periodo hai avuto un ragazzo che ti accompagnava alla fermata in auto. Lo salutavi frettolosa con un bacio sulle labbra, un ciao smozzicato, un sorriso affettuoso e condiscendente. Lui rimaneva a fissarti per molto tempo, ti fissava le caviglie e il sedere. Lo sapevi? Comunque alla fine lui è sparito, e tu hai ripreso a venire alla fermata da sola, a piedi, con la musica nelle orecchie e la notte ancora addosso sulla pelle e sugli occhi.

Per un altro periodo venivi alla fermata mangiando banane, staccando piccoli pezzi di frutto con la mano destra e portandoteli alle labbra con la massima concentrazione. Per non so quale strano calcolo la banana finiva esattamente quando incrociavi un cestino della spazzatura. Allora estraevi dalla borsa una salviettina umidificata e ti pulivi le mani e la bocca. Una volta ferma, riaprivi la borsa e ti passavi del burrocacao sulle labbra.

Poi c’è stato il periodo del bianco&blu. Vestivi solo bianco&blu. Il periodo è stato accompagnato da montagne di noccioline. Infilavi la mano in tasca ed estraevi noccioline tostate. Alla fine compariva sempre la solita salvietta umidificata. Devi avere uno stomaco pazzesco. Forse è una qualche dieta da modella. Ma se io mangiassi così… diamine… arriverei a lavoro stravolto e peserei centocinquanta chili.

Leggi ad un ritmo molto sostenuto, lo so perchè quando non ascolti musica (quando c’è brutto tempo) leggi. E c’è stato il periodo classici (da anna karenina a cime tempestose), il periodo sboccato (Ammaniti), il periodo alternativo (Chuck Palahniuk), il periodo horror (King, Diolobenedica), il periodo thriller (una quantità di autori, per lo più a me sconosciuti) il periodo ommioddio (Casati Modignani).

Di tutto un pò. Dalla banana alle noccioline alla Casati Modignani il passo per te è sempre brevissimo.

Comunque a un certo punto del tragitto i nostri percorsi si dividono. Scesi dal tram io vado sempre dritto, tu a un certo punto giri a destra. No, non ti ho mai seguito, non ho coraggio ma sopratutto tempo. Il mio tempo è contato, se arrivo in ritardo è la fine. Ti mormoro un ciao e proseguo pensando che tu sei fortunata, il tuo passo è molle e non frettoloso. Nessuno ti controlla.

Andiamo avanti così da due anni, cinque mesi, tre settimane e due giorni. Sempre tranne il sabato e la domenica.

Non mi hai mai rivolto uno sguardo. A dire la verità non guardi nessuno. Vivi e basta, per conto tuo.

Ma ieri ero deciso. “La fermo, le chiedo come si chiama, attacco bottone, le chiedo di uscire, usciremo, ci ameremo, avremo un futuro”. Mi ero deciso, mi ero vestito bene, mi ero spazzolato i denti fino a farmi sanguinare le gengive, mi ero pettinato con cura, avevo lasciato un bottone maliziosamente slacciato.

“Mi siedo accanto a lei, faccio una battuta, oppure le dico qualcosa di sexy e accattivante e continueremo a parlare fino a quando lei non dovrà girare a destra e allora mi scriverà il suo numero di telefono sopra a uno scontrino e ci prometteremo di vederci alla sera, dopo il lavoro.”

Ma ieri… beh ieri non eri sola alla fermata. C’era un uomo. E tu… eri così felice… così luminosa. Non mangiavi banane, nè noccioline, nè ascoltavi musica, nè leggevi un libro. Lo tenevi per mano, sorridevi, facevi si con la testa, scoppiavi a ridere e la tua risata non l’avevo mai sentita, è bellissima. Hai portato la sua mano alla bocca, hai baciato ogni nocca molto piano, lentamente e intanto lo guardavi negli occhi. Ho letto il suo labiale, ha detto ti amo. Non hai risposto, ma ti sei alzata sulle punte dei piedi e gli hai morso piano il labbro inferiore, per poi scioglierti nel bacio più dolce, morbido e affettuoso e passionale e lungo che io abbia mai visto.

Ho atteso un pò troppo, dunque. Due anni, cinque mesi, tre settimane e due giorni. Avrei dovuto aspettare meno.

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