Bentornata, amore.

Il viaggio in treno era stato lungo, caldo, appiccicoso. Riusciva quasi sempre a essere sola, a non avere qualcuno davanti o di fianco. Oggi all’ultimo minuto una corpulenta donna sulla cinquantina (gomma da masticare, rossetto rosso, capelli disordinati, sandali appoggiati al sedile a fianco) aveva preso posto, insieme a due ingombranti trolley, davanti a lei che per tutta risposta, aveva inforcato i grossi occhiali da sole mettendosi ad ascoltare musica. La signora intanto sudava, sbuffava, sventolava, mormorava cose che sarebbero state incomprensibili anche senza cuffie nelle orecchie.

L’ arrivo in città le pare quindi una benedizione; se non altro è sola, se non altro nessuno sventola, se non altro non ci sono odori troppo strani. Respira e si avvia verso il parcheggio nuotando dentro un caldo irreale, la testa leggera, le gambe malferme, la schiena bagnata.

Lo riconosce da lontano, alto e magro com’è. Il cuore accelera i suoi battiti, le mani prendono a tremare, i piedi minacciano di mettersi a correre nella sua direzione. “Calma, stai calma.“. Si avvicina dunque con finta lentezza verso di lui, che rimane immobile al centro del sottopassaggio deserto. Impeccabile come sempre, serio in volto. Gli arriva a pochi centimetri, gli sorride sorniona, gli dice ciao.  Gli basta un gesto, veloce e invisibile, per bendarla. Con cosa, non lo avrebbe saputo dire, probabilmente, pensa, una cravatta o una delle sciarpe che ha e che non usa.

<<Potrebbe vederti qualcuno…>> è spaventata e imbarazzata. Si sente prendere per il gomito, a memoria capisce che non stanno andando verso la sua macchina perchè non ha attraversato una strada, non ha sentito le vecchie rotaie ormai dismesse sotto i piedi, non ha sentito l’odore di pizza che esce dal ristorante all’angolo.

<<Dove hai la macchina? Spero vicina…>> ma lui deve ancora proferire parola e continua a tacere. Il caldo è atroce, camminare con gli occhi bendati a quel modo le pare ancora più atroce e si sente debolissima, quasi si accascia, lui la sostiene più saldamente, affretta il passo, e finalmente sente il rumore di un’auto che viene aperta a distanza, le china il capo, la fa sedere dietro, la macchina non è la sua, non ha il suo odore.

<<Di chi è questa ma>> la domanda rimane sospesa, la bocca aperta in un grido inespresso di dolore e piacere mentre due dita sono dentro di lei e si muovono e frugano e spingono punti invisibili. E’ solo un secondo; il secondo dopo lei è sola, la macchina in moto, lui sempre in silenzio. Lei, fradicia e inebetita, ansima al centro dell’auto lanciata nella calura estiva.

Dieci, venti minuti. Non sa quantificare. L’auto si ferma, una portiera si apre, poi si chiude, apre la sua e non accade più niente. Lei ha ancora le gambe aperte, la gonna alzata fino ai fianchi, le mutandine scostate. Alza il bacino in cerca del godimento di prima, le pare di sentire una risata affascinante, quella di lui. La cosa la innervosisce, chiude le gambe, si mette seduta composta, la bocca serrata, il fiato ancora corto nonostante tutto. Due mani le riaprono le gambe con forza, quasi con violenza e lei percepisce l’odore di lui, quel mix di fumo e dopobarba che tanto la eccita; poi, metodicamente, viene lappata, lentamente, senza foga. Le sfugge un grido, quasi un ringhio, prova a togliersi da sotto la sua bocca “fà che la macchina non sia in un parcheggio pubblico, o in una via trafficata” ma lui con una mano le blocca il mento,con l’altra la spalla; la bocca continua a lappare, senza darle riposo.

Quando i suoi muscoli cominciano a contrarsi allora la lascia andare, le fa una specie di carezza sui capelli, le mette in ordine le mutandine, le abbassa la gonna, la aiuta ad alzarsi, chiude portiera e auto e la guida in un luogo che sa di nuovo, di appena costruito, di calce, di mattoni, ma anche di prodotti per la casa, un luogo quindi pulito e in ordine. Una casa nuova, forse?

Viene svestita con dolcezza, le viene dato da bere – sempre bendata-, viene carezzata e vezzeggiata e poi, brutalmente, buttata a terra, sulle ginocchia, le labbra e la bocca occupate dal suo membro, i capelli tenuti come redini. Questo è un gioco che conosce e ci si applica. Cambia ritmo, cambia giro, usa le unghie, usa i denti, mugola adesso, il ventre contratto dal piacere di dare piacere a lui. Prima che tutto sia finito lui si scosta, la lascia di nuovo sola per un tempo che le pare dilatarsi sempre di più. L’ambiente è climatizzato, non ha caldo, sta bene. Ma le manca lui, le mancano le sue mani, il suo odore, il suo respiro. Pur bendata volta il viso, come se potesse percepirlo, e capisce che non c’è, che la stanza è vuota. Lo chiama, non riceve – ovviamente- risposta.

Poi i suoi passi. Lenti. Morbidi. Sembrano… divertiti. Lei trattiene il fiato, allarga le gambe rimanendo in ginocchio, abbassa il mento verso il petto. I passi si fermano a pochi centimetri da lei, che, istintivamente apre la bocca sperando che lui voglia omaggiarla nuovamente. Ma questo non accade. Accade invece che viene presa dai fianchi e impalata senza pietà, una mano sulla bocca per impedirle di urlare, l’altra mano sul clitoride. Da dietro la benda vede un mondo di colori, di suoni, con le orecchie che paiono una tempesta, il profumo di lui che le invade le narici, il membro ad esplorare prima un orifizio poi l’altro, senza fermarsi, senza darle tregua, fino a farla esplodere quasi dolorosamente, fino a sentire la schiena inondata dal seme di lui, fino a sentire la sua voce che mormora in mezzo ai suoi capelli:<<Bentornata, amore.>>

 

 

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