Accetto

Oggi accetto tutto.

Accetto di svegliarmi presto, dare una carezza alla mia bimba, vestirmi, truccarmi il più velocemente possibile e uscire di casa dicendo appena ciao alla baby sitter, che arriva con lo stesso fiatone che ho io.

Accetto di salire in macchina e dare uno sguardo alla finestra della camera, dove dorme LEI.

Accetto di rimanere sgomenta nel constatare che c’è tanto, troppo traffico, e che devo correre, driblare, controllare mille volte l’orologio posto dietro al volante. Sbuffare dieci volte, impormi di respirare con calma almeno altre dieci, aumentare il volume della musica metal per non pensare.

Accetto di trovare sempre camion che vanno ai trenta all’ora, o, in alternativa, il tizio col mercedes fiammante che non ha NESSUNA fretta di andare al lavoro, perchè lui può arrivare quando cazzo gli pare. Lui è al cellulare, magari ha anche il quotidiano in mano e intanto smanetta da qualche parte sulla macchina. L’ ultima cosa che fa, è guidare.

Accetto di non poter suonare o gesticolare perchè sono una donna e perchè sono educata. E soprattutto, perchè non risolverei niente. Una muta preghiera mi accompagna “nella prossima vita voglio un mitra sul muso dell’auto“.

Accetto di lasciare l’auto in un parcheggio che non ha un filo di ombra. Accetto quindi di risalirci rischiando un malore.

Accetto che nessuno mi faccia passare, nemmeno se sono sopra le strisce pedonali.

Accetto di tuffarmi in un sottopassaggio della stazione dei treni fetido, fintamente rallegrato da murales che ricordano disegni fatti da bambini. Tanta gente, un grosso treno, biciclette. Disegni stilizzati che non fanno altro che farmi storcere – tutte le mattine – il naso. Mettete musica, mettete dei bei quadri, esponete opere di giovani pittori locali. No, troppo facile. Loro fanno cose oscene pensando di essere avanti mille anni. Invece siamo la coda del mondo.

Accetto di risalire in superficie, in mezzo a gente distratta, anziani confusi da ritardi terribili, gente che si mette le mani nei capelli, ragazzi alternativi, signore compassate, uomini in giacca e cravatta col tablet, donne come me dall’aria tra l’annoiato e il maniacale.

Accetto di salire sul treno, di sentire odori forti, di venire sbalzata di qua e di là, di sopportare l’emozione negativa che questo mezzo di locomozione mi provoca. Odio gli strattoni, odio quando un altro treno sfreccia accanto, odio l’odore, odio tutto, del treno. Odio pagare e dover sudare come una pazza. Ho pagato, voglio aria, non voglio morire, non siamo bestie. Voglia di spaccare tutto a suon di calci.

Accetto la mia giornata di lavoro, il mio lavoro, il caldo e le vampate che vengono a tenermi compagnia. E accetto tutto il percorso contrario.

Treno-sottopassaggio-strisce pedonali-macchina bollente-schiena grondante sudore-traffico.

Tutto a ritroso, mentre il cuore accelera e arrivo da LEI, la mia cura, il mio riposo dell’anima, il mio motivo.

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