Sincronizzazione di cuori

La prima cosa che vede quando apre gli occhi è la sua schiena.

La seconda, i loro vestiti sparsi per la stanza.

Preferisce la prima, e si concentra su quella.

E’ una schiena di donna, ma di una donna non fragile, non minuta. E’ una schiena allenata, abbronzata e liscia. A una schiena così, seppur femminile, si potrebbe chiedere di tutto. La prima volta che l’ha vista gli è venuta in mente la Loren, o una di quelle donne anni ’60 formose e femminili che tanto sono diverse dalle dive attuali tutte spigoli e ossa e zigomi e labbra e tette non loro o  inesistenti e ginocchia inesistenti e piedi nodosi.

La schiena che vede è estremamente vicina, tanto che il sedere di lei è appoggiato al suo pube.

Il sedere di lei è qualcosa di meraviglioso, e meriterebbe un’intera mattinata di riflessione; non solo è sodo, ma generoso e curvo e -dettaglio eccitante- ha quei due buchini alla fine della spina dorsale. Prima di conoscere lei pensava che i due buchini li avessero solo le ventenni e che poi i buchini si perdessero tra gli anni. Ma poi ha conosciuto lei e sa che forse vengono persi dalle altre, ma non da lei. Lei i due buchini li ha, ed è la seconda cosa che notò di lei; la seconda… perchè la prima fu la schiena. Immediatamente dopo vennero i buchini, la stessa sera, un secondo dopo.

La terza cosa che notò furono le mani. Mani femminili, abbronzate di un colore che sembrava finto: sembravano… luccicare. Come se sopra ci avesse messo una di quelle creme-diavolerie con i… con i… glitter? Glitter, era quasi sicuro che si chiamassero così. Solo dopo scoprì (senza farsi notare sfregò con il pollice il dorso della sua mano) che non c’era traccia di glitter. Era la sua pelle ad essere fatta così.

<Aliena, alienina, portami via!> le avrebbe detto qualche settimana dopo, riferendosi a quella sua caratteristica. Giocava con lei, che fingeva di arrabbiarsi.

Quando la chiamava Alienina si frequentavano già da qualche settimana, e uscivano così spesso insieme che avevano il loro ristorante preferito, la loro via preferita, il loro bar preferito, e il loro cinema preferito; e conoscevano dettagli davvero inutili l’uno dell’altro (entrambi avevano gli alluci un pò valghi, entrambi fumavano solo quando erano particolarmente allegri, lei si faceva venire il singhiozzo quando era nervosa). Lui scoprì anche che dietro ad un aspetto da Vera Donna, Gaia nascondeva un’anima bambina.

Gaia (che nome adatto!) si rifugiava tra le sue braccia e si faceva piccola piccola, si accartocciava e appoggiava la testa sul suo petto e stava in quella posizione per ore e ore. Non parlava nemmeno, respirava pianissimo e con lentezza. Lo stringeva forte, come se avesse paura di perderlo, o di vederlo sciogliersi sotto le sue mani. Lui aveva l’impressione che si aggrappasse come una capretta alle rocce, come un fiore alla sua terra. E lui, che si era sempre sentito un pò inutile, un pò trasparente, lui… lui rinacque sotto alle mani e allo sguardo di lei.

Fu terapeutico.

Lei dipanava le sue matasse, rendeva possibile l’impossibile, innaffiava il suo coraggio e la sua speranza.

Sentire il calore di lei risveglia i suoi appetiti e non resiste. Le poggia la mano destra sulla curva del sedere, stando attento a non svegliarla ma con la speranza che lo faccia. Ma lei non lo fa. Lei si sveglia quando non dovrebbe (ha visto cose che…) e dorme profondamente quando invece lui la vorrebbe sveglia (sul treno, arrivati alla loro stazione, una volta dovette prenderla a schiaffi per svegliarla).

Sentire il calore di lei, unito alla visione periferica dei loro vestiti sparsi sul pavimento, gli porta alla mente ormai del tutto snebbiata il ricordo della nottata. Gaia La Bambina che lascia il posto a Gaia La Vera Donna. La sua Gaia, che durante l’amore ama prendere il comando e lo fa con scioltezza e disinvoltura. Gaia donna che non smette di guardarlo negli occhi e che raddoppia la sua eccitazione. Gaia donna che lo cavalca con la pelle lucida di sudore, con l’odore selvatico e naturale del suo corpo, con i capelli corti e spettinati e volutamente sconvolti. Gaia donna che lascia segni del suo passaggio graffiandolo e mordendolo e succhiandolo. Gaia donna che lo beve con voluttà e che inarca la schiena come un gatto al suono del godimento di lui. Gaia donna e Gaia gheisha. Gheisha solo per lui che continua a chiamarlo per nome e a guardarlo fisso. Gaia che fa scorrere la lingua ovunque, dal collo ai piedi al retro delle ginocchia alle labbra ai denti alle orecchie al sedere al membro e al petto e di nuovo e di nuovo e di nuovo e di nuovo fino a quando a lui non sembra di impazzire e di non capire più dove comincia il suo corpo e dove inizia il corpo di lei, fino a quando tutto diventa nebbia e lui le chiede di fermarsi le dice vieni qui le dice baciami le dice fammi vedere il tuo viso le dice fatti guardare un attimo. E lei si ferma, sopra di lui, gli fa un sorriso a mezza bocca, il naso birichino, le mani già in movimento, il ciuffo davanti agli occhi, le labbra socchiuse e un pò secche che lui umetta con la lingua.

Gaia donna che gode in silenzio, mordendosi il labbro inferiore, affondando le unghie su di lui o sul materasso o sulle sue stesse gambe. Gaia donna che parla con se stessa e che si capisce e che si accetta.

E che poi, afflosciata e morbida e ormai remissiva, torna ad essere Gaia La Bambina tra le sue braccia, la testa appoggiata vicino alla sua, le gambe intrecciate alle sue, le mani su di lui per sincronizzare i battiti del cuore.

Gaia che adesso si volta all’improvviso, che gli prende il volto tra le mani, e che gli appoggia un buongiorno sulla punta del naso.

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