Tuffarsi a occhi aperti

Si sveglia infastidita dai primi raggi di sole e mastica un’imprecazione che però, non appena fa mente locale, le muore in gola. Le basta un’occhiata alla camera per capire che non si trova a casa sua. Niente quadri, niente tende rosa di cotone grosso, niente fotografie. Solo mura candide, un bel pavimento in parquet scuro, qualche stampa alle pareti e tende bianche che svolazzano.

“E’ vero… sono in vacanza!” pensa stiracchiandosi pigramente annusando l’aria che odora di biancheria pulita, notte e mare.

Non le serve guardare il Rado che le circonda il polso per sapere che è l’alba. La caotica Riccione  sta ancora dormendo, e gli unici rumori che riesce a percepire sono quelli degli albergatori e dei commercianti che danno il via alla loro frenetica e produttiva giornata di lavoro.

Con movimenti precisi e lenti – è in vacanza, no? – comincia a prepararsi. Un paio di pantaloni bianchi modello capri , una canotta altrettanto bianca e un paio di sneakers bianche e blu. Probabilmente non ne avrà bisogno ma si appoggia sulle spalle la felpa di una tuta, l’unica che ha portato per la sua sospirata vacanza al mare settembrina.

Una ravviata ai capelli, un velo di crema solare sul viso e, rapida, si chiude la porta della camera 308 alle spalle cercando di fare meno rumore possibile. Nell’aria -e se lo gode tutto, come un elisir-l’odore delle prime paste che vengono cotte nelle cucine dell’albergo, ma non solo; le voci sommesse delle signore delle pulizie, il rumore dei piatti e delle pentole, il camioncino della frutta e della verdura che arriva a portare la merce fresca e succosa per il cuoco, i camerieri che prendono servizio e tanti altri piccoli e magnetici rumori che, se non si fosse svegliata così presto, avrebbe irrimediabilmente perso.

Nonostante tutto ancora taccia, le viene comunque offerta la colazione, che lei accetta con riconoscenza. Un caffè -non macchiato, niente zucchero, tazza piccola- e un succo di frutta. Non vuole niente altro. Beve con lentezza, gustando e facendo lavorare ogni singola papilla gustativa. Davanti a lei, uno scorcio di mare e gli ombrelloni già aperti. Riflette seriamente se prendere o meno una pasta alla crema che le viene sventolata davanti come se fosse un toro con il suo drappo rosso. Stoica, rifiuta. “Con che faccia mi sveglio presto per andare a camminare se poi mi ingurgito una pasta alla crema?!” riflette alzandosi senza indugi dal tavolinetto da colazione.

Riccione piano piano si sveglia. I giornalai espongono la loro merce sui marciapiedi, i fruttivendoli appoggiano casse e casse di pomodori e pesche per strada, le tabaccherie e gli articoli per la spiaggia appendono palloni, racchette, materassini. E benchè sia la prima volta che vede Riccione, tutti la salutano come se la conoscessero da sempre. Dopo qualche saluto stentato, ci prende gusto e passando accanto alla gente, comincia a salutare lei per prima, assaporando quel loro accento caloroso e divertente.

Cammina svelta, un passo via l’altro, respira a fondo dal naso, butta fuori aria dalla bocca, muove le braccia per darsi slancio, prova a staccare la mente dai soliti pensieri con la speranza di riuscire a godere solamente dell’atmosfera e della frescura sulla pelle e dei rumori di una cittadina che si stiracchia come ha fatto lei poco fa e si prepara ad un’altra giornata piena di vita.

Ma i pensieri -accidenti a loro- arrivano senza essere desiderati.

Arriva il pensiero della solitudine, soprattutto. “Ha senso tutta questa bellezza, vissuta da sola?” pensa passando accanto ad un delizioso alberghetto in una via secondaria.

Si chiede come mai la sua vita abbia preso quella piega, come mai abbia tanto amato e poi non abbia amato più, si chiede di chi sia la colpa, e se di colpa si tratta. Si chiede chi era quell’uomo che lei pensava di conoscere ma che, col passare degli anni, ha scoperto di non conoscere più. O meglio: lei conosceva un uomo che poi è cambiato. O è cambiata lei? Domande, domande, domande e altre domande. Dopo cinquant’anni di ansiolitici, ancora deve capire come si fa a spegnere il cervello, ogni tanto. Si impone un ritmo più serrato, sperando che la fatica azzeri i pensieri, ma scopre che così non è.

“E per fortuna non abbiamo voluto fare dei figli” e in cuor suo sa che non li hanno voluti perchè fin dall’inizio il loro rapporto era basato su fondamenta instabili. Non erano adatti, semplicemente. Avrebbero creato individui egoisti ed egocentrici, opportunisti e ottusi. Meglio così… meglio così.

Ma l’occhio della sua mente proietta davanti alla strada l’immagine di una ragazza sui venticinque anni, i capelli biondi come i suoi, gli occhi verdi come quelli di suo… del suo ex marito… il sorriso aperto e avvolgente. Si sarebbe chiamata Giada o Rebecca. Comunque la vita è andata così, e lei scuote la testa per scacciare quei pensieri tristi e rischiosi “sei venuta qui per rilassarti, per cambiare aria e cambiare anche te stessa, adesso smettila”.

Ma ormai è tardi, la mente è piena di pensieri di lei che invecchia e rimane sola in una casa che invecchia più velocemente di lei soffocata da ricordi non sempre felici. Si sente mancare il fiato, stringere il petto, ondeggiare l’asfalto sotto i piedi e, senza che l’abbia deciso, si ritrova in spiaggia.

<Ma buongiorno bella signora, vuole fare un abbonamento?> le chiede, cortese, un signore piuttosto anziano ma molto arzillo.

<Io… io… mi scusi… mi faccia… arrivo subito, un attimo solamente…> balbetta Cristina allontanandosi.

Si sfila i pantaloni e li getta da una parte, appallottola la canotta e si accorge di non aver indossato un costume, poco abituata com’è ad andare al mare.

Scrolla le spalle.

Si getta in acqua così, in reggiseno e mutandine, con gli occhi ben aperti per vedere tutto quello che c’è.

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