Specchio delle mie brame

Esce dalla doccia avvolgendosi in un accappatoio morbido e profumato. Tutto le si può dire ma non che sia una cattiva donna di casa. Non ci mette particolare impegno, lo fa semplicemente per scaricare tensioni e onde negative. In due ore è capace di pulire la grande casa e alla fine, non essere nemmeno affaticata. Le amiche le invidiano questa sua prerogativa, mentre a lei non può importare di meno. Una casa ordinata e pulita non la fa sentire meglio, anzi. Un castello nero e tetro e pieno di ragnatele la farebbe sentire sicuramente più a suo agio. Si sente… ecco, si sente fuori posto.

Comunque gode, seppur per un fuggevole secondo, del profumo e della consistenza dell’accappatoio bianco e cifrato L.B. con un filo di un bianco appena meno luminoso di quello dell’accappatoio. Bianco su bianco, assolutamente vezzoso e non adatto a lei, ma è un regalo fattole da suo marito non ricorda più per quale ricorrenza, e se non lo indossasse sarebbe una tragedia.

Ai piedi – cosa che fa inorridire suo marito – un paio di vecchie, sformate e scolorite Crocs ex rosa attualmente biancoschifoso.

Cammina per il bagno gocciolando acqua dai capelli, senza pensare nemmeno per un momento che potrebbe alzarsi il cappuccio sulla testa e fermare lo scempio di pozzangherine che sta facendo al bagno a piano terra; arriva davanti allo specchio e scopre che il vapore le impedisce la visuale. Ma sa benissimo cosa vedrebbe. Una quarantenne dall’aspetto di una cinquantenne, occhi spenti, occhiaie blu e scavate, un naso pieno di couperose, capelli che avrebbero bisogno di una tinta, labbra atteggiate ad una smorfia che è metà schifo e metà sofferenza.

Se potesse, eviterebbe di guardarsi per tutto il resto della sua vita. Ma non può. Accende l’asciugacapelli e lo punta verso lo specchio. Non appena il calore lo raggiunge, il vapore comincia a scomparire. E ancora prima che si sia liberato uno spazio per potersi vedere, vede, attraverso lo specchio, qualcosa che le fa rizzare i peli sulle braccia.

Sulle sue spalle c’è qualcosa. Qualcuno. Qualcosa. Non saprebbe ancora dire. Ovviamente gira il capo verso la spalla destra, poi quella sinistra. Niente. Le sue spalle – quelle reali – non hanno niente che non va. Se le tocca anche. Niente, non sente niente. Eppure – punta ancora lo sguardo verso la sua immagine sempre più chiara – sulle sue spalle, ci sono due piccole, piccolissime silhouette: una sulla spalla destra e una sulla spalla sinistra.

Adesso che lo specchio è completamente libero dal vapore, quasi si sente mancare.

<<Ciao Laura… mi dispiace comparire così, spero che tu non la prenda troppo male. Cerca di stare calma e cerca di ascoltare, per piacere. Ce ne andremo in un batter d’occhi, vedrai.>>

<<Quante moine! Ma la vogliamo smettere, razza di ipocrita che non sei altro?! Ma non ti senti, debole?!>>

A parlare sono due figurine, due piccole Laura, alte all’incirca come un mignolo. La prima è una versione edulcorata della Laura attuale, e seppur le fattezze siano quelle della Laura quarantenne, le fa venire in mente una versione di lei poco più che ventenne.

L’altra è sicuramente la Laura attuale. Schiettamente bruttina, poco curata, depressa e -dettaglio che non sfuggì alla Laura in carne ed ossa-con uno sguardo duro e di acciaio.

<<Laura, so che è un periodo difficile, so che hai passato settimane d’inferno. So che vorresti solo prendere una valigia e andartene. So anche che stai meditando di farlo. I ragazzi se la caveranno, il padre, in fondo, saprà cavarsela bene anche senza di te, ecco cosa pensi. Ma Laura, credi davvero che andartene senza aver parlato risolva i tuoi problemi? Davvero hai lottato per avere una famiglia tua per lasciarti sopraffare dal rancore e dalla disperazione?>>

<<Sai bene che sono cazzate. Cazzate. Prendi quella valigia e vattene da lì. Molla i figli, molla quella merda di uomo e vattene. Sarà un padre meraviglioso, andrà tutto bene, vai a farti questa lunga vacanza, abbandonali e vedrai che non morirà nessuno, manda tutti a quel paese, pensa a te stessa, sii egoista. Parlare non serve a niente… negherebbe o troverebbe scuse o magari ti direbbe la verità ma poi? Avresti risolto qualcosa? Vattene!>>

<<Laura, le parole aiutano sempre! Aprigli il tuo cuore, litigate, spaccate piatti, piangi e urla. Ma provaci. Lo devi a te stessa, ai tuoi figli e anche a lui! Sii superiore, cerca il dialogo, non rifuggirlo! Tu sei più forte, tu hai più energie, tu hai più ragioni. Fai quello che è giusto. Adesso esci da questo bagno, ti vesti, ti trucco anche un poco e vai a farti una bella manicure e un massaggio. Stasera andate a cena fuori e parlate. Eh? Come ti pare?>> E sorrideva in attesa di un si, come un cucciolo che prende in bocca il collare e attende che il padrone apra l’uscio.

Ma Laura continua a  passare da una piccola Laura all’altra, inebetita e intontita. Si sente sotto l’effetto di una droga molto potente.

<<Un coltello. Ti serve un coltello. Ti sentirai subito meglio, credimi. Finalmente sfogherai anni di rabbia e di frustrazione. Vai in cucina, prendi un coltello, aspettalo e quando meno se lo aspetta, colpisci. Dopo sarai sola, ma se non altro libera. Fallo, vedrai che ti piacerà. O forse no, non sarai abbastanza coraggiosa. Starai lì, con il tuo coltello in mano, a sentirti dire come sei imbranata e sciocca. Probabilmente sarai tu stessa a ferirti, e allora forse riceverai anche una risata di scherno per la tua goffaggine. Sicura di meritarti tutto questo?>>

<<Laura no! Non ascoltarla, no! Parla, parla, parla allo sfinimento. Non farti prendere dalla rabbia, non perdere lucidità Laura. Guardami Laura, guarda la persona che sei veramente, guarda i tuoi buoni sentimenti e la paura, ma non guardare la rabbia, non farti incatenare da lei. Tu non sei piena di rabbia. Tu sei piena di paura e di sofferenze Laura…>>

La Laura in carne ed ossa muove la testa, le sembra di riacquistare un pò di lucidità e sa che quando guarderà di nuovo la sua immagine riflessa, non vedrà più nulla. Quando alza lo sguardo, le due piccole figure sono ancora lì, a fissarla. La prima con occhi tristi e supplici, la seconda con le braccia incrociate e lo sguardo di vetro.

Le due voci continuano ad occuparle la mente in un crescendo di volume e di ritmo, fino a riempire ogni spazio libero nella sua mente.

“Parole uccidi perdono parole stronzo lui figli valigie vacanze bastardo perdono coltello comeprima pensaci bontà PENSACIPENSACIPENSACIPENSACIPENSACI”

Laura ha ancora l’asciugacapelli in mano e, urlando, lo scaglia contro una metà dello specchio.

 

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