Una storia di abbandoni

Il primo sole davvero caldo della stagione li ha spinti fuori casa. Si sono dati appuntamento al solito posto, all’angolo tra due vie, a metà strada tra le due case.

Lei inforca la sua bicicletta rosso cupo dotata di ammortizzatori (“per non sforzare la schiena” – gli ha spiegato lei una volta – “per fare la fighetta” – si è sentita rispondere), lui la solita mountain bike nera con la quale ha un rapporto viscerale. Da aprile a ottobre ogni momento è buono per pulirla, lucidarla, oliarla, gonfiarla, asciugare ogni singola goccia che cade sul telaio.

Come sempre arriva prima lei: <<Dovrei imparare a partire dieci minuti dopo!>>

<<Ma non ce la fai, sei puntuale dentro, tu. Dai, non prendertela, è che le ho dato un’ultima..>>

<<Un’ultima gonfiatina si! Lo so, lo so. Senti, dove vuoi andare?>> Brontola lei salendo il sella.

<<Solito posto?>>

La ragazza fa spallucce e dà una prima pedalata decisa in direzione della campagna.

<<Ok, sei nervosa?>>

<<No, affatto, ormai ti conosco mascherina… so che hai semplicemente la testa tra le nuvole e non è maleducazione… quindi sei perdonato di default…>> e gli sorride di un sorriso tenero.

A lui piace parlare, a lei piace ascoltare; questo è uno schema consolidato nel tempo. Lui parla, lei ascolta. Lei parla solo quando direttamente interpellata, spesso da domande incalzanti e – ahilei – mai troppo semplici del suo amico.

Parla di politica – lei sbadiglia, quindi lui cambia discorso sbuffando – parla di cinema, parla di libri, parla di persone e di luoghi. Lei lo interrompe quando desidera maggiori spiegazioni o quando proprio non ce la fa a tacere. Quasi sempre finisce con un piccolo e innocente battibecco al quale nessuno dei due comunque, sognerebbe mai di dare peso.

La campagna, intanto, li ha abbracciati completamente. Scelgono di costeggiare l’argine, di notare qualche fiore, di prendere in giro qualche signora a spasso con il cane. Notano particolari sempre diversi e poi, pigramente, senza che nessuno dei due abbia aperto bocca, fermano le bici, le appoggiano al tronco di un albero e si distendono schiena contro il tronco, gambe vicine e occhi socchiusi. Non c’è freddo, non c’è caldo. Deliziati e rilassati, lasciano che il silenzio faccia loro da cuscino. Quando lei riapre gli occhi, lui la sta guardando: <<Ciao… ho dormito?>>

<<Si, hai dormito e anche della grossa!>>

<<Oggi non mi fai una delle tue domande scomode e inopportune sul senso della vita? Amicizia, amore… di che altro mi hai chiesto? Della mia famiglia, della mia infanzia…>>

<<In effetti pensavo proprio a quello… pensavo all’abbandono>> e guarda verso il basso, giocando con un filo d’erba.

<<Ah. Beh. Suppongo che noi siamo una storia d’abbandono.>> e lo sguardo si fa, se non duro, almeno caparbio <<noi ci siamo abbandonati>>

<<E’ stato molto tempo fa.>>

<<Non così tanto, credimi. Non dev’essere passato poi tanto tempo, perché io ricordo ogni cosa. Ricordo che quando ti svegli sei di umore meraviglioso e  fischietti, ricordo che non bevi caffè -ma questo è facile – ricordo che adori cucire, ricordo che cucini una pasta alla carbonara con i fiocchi, ricordo che il pollo invece lo fai secco e stopposo, ricordo che non tolleri i cassetti lasciati aperti, ricordo la musica che ascolti in auto – un tipo per la mattina e un tipo per il pomeriggio/sera, ricordo che mi chiamavi ogni mattina alle sette e trenta in punto per dirmi buongiorno, ricordo che odiavi il mio frigorifero, ricordo che non ti piacevano gli animali ma tolleravi il mio gatto, ricordo che capivo quando eri preoccupato per qualcosa perchè ti rimbecillivi di programmi spazzatura alla televisione, ricordo l’odore della tua pelle dopo la doccia, ricordo la sensazione della pelle della tua schiena sotto al mio palmo, come se la stessi accarezzando qui e ora.

Non è stato poi così tanto tempo fa.>>

<<Lo abbiamo deciso insieme>> mormora lui.

<<Infatti ho detto che ci siamo abbandonati. Non ti preoccupare, non mi sento un cucciolo lasciato all’autogrill, ho smesso di sentirmi vittima, se mai mi ci sono sentita, ma non credo. Abbiamo deciso che non saremmo mai andati d’accordo, che non avremmo mai potuto dividere le stesse mura, lo stesso dentifricio, la stessa cucina, lo stesso bagno, lo stesso letto, anche. Abbiamo deciso che i sacrifici sarebbero stati troppi, che alla fine ci saremmo rinchiusi in una gabbia, che alla fine avremmo sofferto, che alla fine avremmo rimpianto e maledetto anche quei mesi di amore e di sollievo. Abbiamo deciso che le cose più semplici da pensare – ci amiamo, andiamo a vivere insieme – non sempre sono anche le più facili da fare. Abbiamo avuto paura, o ci abbiamo visto lungo? Siamo stati codardi, o coraggiosi? C’è più coraggio nel tentare o nell’ammettere che l’amore, a volte, non è abbastanza? Me lo chiedo ogni giorno.>>

<<Secondo me siamo stati coraggiosi. Siamo qui insieme, in questo posto senza auto, senza gente, senza rumori. Siamo qui e stiamo bene. Giocando ad una sorta di massacrante sliding door io credo che se avessimo agito diversamente adesso saremmo a casa a fare le pulizie, tristemente dediti alle faccende domestiche, ignari delle solitudini dell’altro, poco interessati a conoscerle, anche. Daremmo per scontato di avere tempo tempo tempo e non chiederemmo niente, non vorremmo sapere niente. Noi, invece, adesso, qui, ora… noi siamo qua, insieme. Secondo me siamo dei coraggiosi.>>

 

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6 thoughts on “Una storia di abbandoni

  1. Mah…
    Secondo me il coraggio ci vuole per stare assieme non per fare ciascuno i fatti propri e poi incontrarsi alla bisogna…

    Però come al solito è un bel racconto! 🙂

    —Alex

    • Il coraggio si annida nelle scelte più impensate, suppongo. Il coraggio sta anche nel dire qualche no, nel rendersi conto che, semplicemente, non si è adatti.

      • Sicuramente le scelte non convenzionali richiedono coraggio per sfidare le convenzioni e gli sguardi di disapprovazione dei parenti/amici/gentecircostante.
        Però se non si è adatti si va ciascuno per la propria strada e ciao, mica ci si continua a vedere…
        Ma forse mi sbaglio 😉

        —Alex

      • Non c’è un giusto e non c’è uno sbagliato. Ci sono modi di sentire diversi, e diverse esperienze, suppongo. A me non è mai successo, ma chissà. Chissà che l’amore non possa trasformarsi ed assumere forme diverse e non legate alla sessualità o alla condivisione di una vita intera?

      • Non le chiamiamo già “Amicizie”? (quelle con la A maiuscola ovviamente)
        Ci si scorda spesso che nonostante quello che si dice comunemente in giro, l’Amicizia tra un uomo ed una donna esiste, eccome.

        —Alex

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