La sua risata

La sua risata rimbombava dentro la città. Ovunque si fosse, arrivava alle orecchie. Nei bar e nei ristoranti, sotto ai portici e in mezzo alla strada, chiunque si voltava. Pensate che scuotessero la testa? Nemmeno per sogno. La gente sorrideva.

Quello che fatto da un’altra persona avrebbe fatto storcere il naso, fatto da lei era stupidamente contagioso.

La risata veniva da dentro, dal cuore e dal petto e dallo stomaco.

Una risata così priva di barriere da stupire. Una risata così te la saresti aspettata da una bambina di quattro o cinque anni, non da una donna adulta.

Era permeata da un brivido, da un’energia irrefrenabile. Pareva vibrare, giorno e notte. Non camminava; balzava per le strade della città. Cappello calato in testa, denti bianchi in vista,pareva volteggiare, ballare. Mi trovavo a correre a mia volta dietro di lei spinto dalla sua gioia, obbligato dai suoi furori.

Cantava a voce alta, infischiandosene della gente e dei loro sguardi. Canzoni d’altri tempi, urlate senza pietà con voce imperfetta. Mi esortava a voce alta <<Canta, dai, dai!>>. E io, pur di non farla urlare più forte, cantavo. E mi piaceva, ci prendevo gusto, la sovrastavo, coprivo i suoi vuoti e se non sapevo inventavo. E lei rideva e mi passava vicino, e si strusciava e mi baciava e mi toccava il viso e scappava via di nuovo.

Le sue voglie erano improvvise e perentorie. <<Ho voglia di gelato! Ho voglia di gelato!>> E correva fuori di casa, saliva in auto, tornava dopo pochi minuti con una coppa di gelato immensa – solo fragola – e non me ne faceva sentire nemmeno un grammo. Ma mangiava in un modo, in un modo! Faceva venire fame.

Ugualmente, di notte, intrecciava i piedi sotto le mie gambe. Mi abbracciava da dietro e, sollevandomi la maglia, mi copriva la schiena di minuscoli e fitti baci che, inevitabilmente, mi svegliavano. Non accettava no. Non accettava carezze affettuose. Voleva le mie mani addosso, voleva il tutto e subito, era un fuoco che mangiava ossigeno, bruciava e aveva smania di bruciare. Si spingeva contro di me, odorava di sonno e di notte e di sogni e d’amore. Ubriacava, d’amore. Dopo crollava tra le mie braccia, dovevo poggiarla sul cuscino delicatamente, per non svegliarla. Riprendere sonno come se niente fosse.

Ma se pensate che la vita insieme a lei fosse un immenso e perpetuo carosello, sbagliate. Mutava volto improvvisamente. Non sapevi quando, non sapevi dove, non sapevi perchè. Succedeva, e basta.

Una nube passava davanti al suo volto e lei non era più lei.

Sempre bellissima, assumeva un’espressione dura e marmorea. Gli occhi diventavano cupi e cattivi. La bocca una linea sottile e priva di colore. I pugni chiusi, i muscoli innaturalmente contratti.

Ma credetemi,credetemi. Non perdeva una goccia della sua bellezza. Anzi, assumeva nuova forma. Selvatica e selvaggia. Incontrollabile. Pericolosa, anche. Una donna incontrollabile lo è sempre, pericolosa.

Parlarle era impossibile. Ragionare, pure.

Si chiudeva in un mutismo isterico, vagava per la casa o si barricava dietro ad una porta qualsiasi. Smetteva di andare al lavoro, di mangiare, di uscire con le amiche, di ridere.

Mi guardava con occhi spiritati e tristi. Vuoti e cattivi. Sentivo i suoi denti scricchiolare, tanto li digrignava con furia animalesca.

Sbatteva porte e la sentivo piangere oppure ridere di follia.

Impotente, appoggiavo la fronte contro la porta che ci divideva e a volte urlavo, a volte piangevo, a volte la minacciavo.

Poi, non è stata più niente.

Solo ricordo.

 

 

 

 

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