VE-rafollia (seconda parte)

Come dicevo, ho imparato a fare ciò che gli altri si aspettano da me.

Dunque, tornati all’appartamento, ho fatto esattamente non solo ciò che lui si aspettava da me, ma anche ciò che era meglio per lui – altra dote tutta femminile.

Era appena uscito dalla doccia, ancora umido e vagamente arrossato dal calore dell’acqua. Era stranamente rilassato, ed un uomo rilassato è sempre un uomo indifeso.

Condizione, per quanto riguarda i tipi come lui, quantomai rara.

Una volta che si è disteso sul letto, con le labbra rese quasi insensibili dalla stanchezza, ho percorso il suo viso con minuscoli baci.

La fronte ampia e solcata da rughe d’espressione.

Le palpebre.

Il naso grosso e deformato – credo – dalle troppe risse (o chissà che altro quest’uomo ha visto e vissuto).

Gli zigomi decisi.

Con la lingua, ho tracciato il contorno delle sue labbra. Labbra insolitamente piene, quasi dolci, in assurdo ma interessante contrasto con un viso indurito e contratto.

Si è riscosso dal torpore e dalla voluttà.

Mi ha aperto la bocca con la lingua, mi ha frugata e mi ha esplorata.

Sapore di sigari, di alcol, di vita.

Era un bacio duro, spigoloso come lui. Non c’era niente di morbido, niente di avvolgente, niente di curioso.

Era uno sfogo, era rabbia, era bisogno.

Per un breve istante ho temuto di diventare sua preda. Per un breve istante ho pensato di attuare il mio piano B. Per un breve istante ho pensato che avrebbe potuto, con una mano sola e senza grossi sforzi, spezzarmi il collo.

Lo stesso collo che adesso mi teneva stretto.

Ha aperto gli occhi. Per un attimo la nebbia che aveva dentro è scomparsa, ed ho visto un sorriso che diceva un po’ “eccomi” un po’ “che cazzo vuoi” un po’ “ma chi cazzo sei” un po’ “non guardarmi così”.

Senza gesti bruschi mi sono liberata dalla sua presa, mi sono messa sopra di lui, come a cavalcarlo.

Lui, dopo aver mormorato qualcosa di poco chiaro (sicuramente niente di romantico), si è sistemato meglio sul cuscino e ha chiuso gli occhi.

Devo aver fatto un suono di gola, perché ha ripetuto ciò che aveva detto. Non ricordo le parole esatte, ma aveva a che fare con la mia testa e con i canali veneziani.

Non gli ho nemmeno risposto.

Mi sono invece sfregata le mani velocemente per riscaldarle.

Le ho passate dietro la sua nuca, ho massaggiato il cuoio capelluto, il collo, i muscoli delle spalle.

Deltoide, bicipite, tricipite.

Fino alla punta delle dita, fino a rilassare ogni muscolo, fino a sentire il materasso sprofondare centimetro dopo centimetro sotto il peso reso più grave dal rilassamento di lui.

Pettorali, pancia.

Mi guarda.

Solleva il sopracciglio destro.

Sorrido storta.

Resa impavida dallo sguardo di lui, abbasso i boxer, che calcia via.

Una possente erezione mi saluta e mi rende omaggio. Un suono di gola, soffocato.

Questa volta sono stata io.

Mi schiarisco la voce, scuoto la testa, prendo in mano un membro vellutato, pieno e sodo come le sue labbra.

Lo tocco con la punta delle dita, come si farebbe con un’opera d’arte, per non sciuparla.

Il mio smalto rosso pare sangue su di lui. Scaccio l’immagine fin troppo realistica.

Lo bacio alla base.

Una collana di baci.

Le sue mani, che prima teneva allargate sopra al materasso, adesso mi tengono una la spalla, l’altra la testa.

Ma non fanno forza, sono libera.

Sono lì, e basta.

La lingua scatta in avanti da sola, senza che sia io a comandarla.

La sua mano afferra i miei capelli, mormora ancora qualcosa di poco chiaro.

Apro la bocca, poco per volta. La punta, e poi l’intera asta, vengono inghiottite famelicamente.

E mentre una mano indugia alla base del ventre piatto e muscoloso, l’altra massaggia i testicoli, trovandoli straordinariamente pieni, sodi, gonfi e caldi.

La mia bocca lo accoglie, è suo rifugio. Lo accarezza voluttuosa, i denti dispettosi mordicchiano all’improvviso, le unghie non lunghissime disegnano arabeschi sopra di lui.

Il contrarsi dei muscoli delle sue gambe mi incita e mi eccita,  mi spinge ad aumentare il ritmo, a muovere più velocemente testa e lingua.

Capisco ad un tratto cos’ha mormorato, tra le altre cose, prima. Ha parlato di ricambiare. Sorrido. E per un attimo la coscienza viene a chiedere pegno. Penso a come sarebbe poter tornare indietro nel tempo, non essere complice di quella che sarà una vera e propria carneficina. Penso di aver fatto un errore, penso quando è troppo tardi per pensare.

Adesso succhio vorace, voglio sentire davvero il suo sapore.

Una contrazione dei muscoli e la mia bocca viene riempita da due getti consecutivi di liquido caldo e vischioso.

I muscoli delle gambe si rilassano nuovamente, il respiro appena spezzato torna poco a poco alla normalità.

Dopo qualche secondo, la mano sulla mia testa è pesante al limite dell’insopportabile, resa priva di forze dal sonno giunto improvviso.

Ed ora sono qui, a guardarlo dormire.

Tra poco arriveranno loro. Tra poco quest’uomo sarà morto, dunque. Meglio andarsene.

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