VE-rafollia (prima parte)

La giornata era cominciata male e stava finendo ancora peggio. Finalmente il tramonto era dietro l’angolo, ed i pensieri si facevano un po’ più fluidi.

Non si può certo dire che fossi dell’umore migliore, la città mi sembrava quanto di più squallido, sporco e malinconico potesse offrire il mercato.

Solitamente sono meno critica e tendo ancora, dopo anni, a vedere davvero quello che guardo e a stupirmi anche un po’ di come si possa vivere con centinaia di metri cubi di acqua sotto i piedi, o del su e giù dei ponti, della solitudine di certe calli, delle luci accese che fanno intravedere l’interno delle case trasformando il tutto in un presepio perpetuo, del continuo sciabordio dell’acqua, del brusio incessante dei turisti, e di come la notte, qui, sia ancora più nera del nero.

Ma no, oggi no. Oggi camminavo semplicemente con la fretta di chi non deve andare da nessuna parte ma vuole solo scrollarsi pensieri e sensazioni e persone di dosso.

Testa bassa, bavero alzato, passo svelto, capelli legati per evitare che mi andassero davanti al viso.

Al primo bar, decisi di fermarmi. Forse non ci ero mai stata o forse si, si somigliavano tutti: turistici, pieni di gente, fintamente cortesi quelli che ci lavoravano dentro. Sperai solo che si bevesse bene. Poggiai la borsa sulla sedia al mio fianco, mi sciolsi i capelli e mi massaggiai le tempie ed il collo. Un movimento che- per effetto placebo supponevo- raggiungeva sempre lo scopo. E così, un po’ più rilassata, un po’ più lucida ed un po’ meno in balia degli ultimi eventi e del mio umore, presi in mano il mio libro e sorseggiai il white lady che avevo ordinato.

Come facciamo ad accorgerci se qualcuno ci sta osservando?

E’ una magia che mi stupisce sempre. Io, solitamente, vengo invasa dal calore, me ne accorgo così.

Ed è successo anche oggi.

Era lui.

Se ero stata poco magnanima con la mia città, dovetti esserlo ancora meno con quell’uomo. Dalla giacca al volto, passando per tutto il resto, trasudava trasandatezza, trascuratezza e solitudine.

Nonostante tutto, di istinto, la bocca si è piegata in un sorriso. Solitamente non avvicino gente di quel genere. Prediligo uomini in viaggio di lavoro, ben vestiti, curati, rassicuranti e possibilmente con una famiglia a casa.

Non potevo correre rischi, tutto qua.

Eppure, mi sono seduta al suo fianco.

Noi donne abbiamo tanti difetti – lo riconosco – ma sappiamo valutare le situazioni in un battito di ciglia. Sono stati effettuati anche degli studi, a proposito.

Sui trentacinque, almeno cento chili di peso, un metro e novanta di altezza, spalle possenti, mani enormi, muscoli fermi, il suo sguardo guizzava dal sospetto, al divertimento, allo stupore.

Non sono di certo la classica ragazza minuta e dallo sguardo dolce che scatena lo stupido istinto di protezione negli uomini.

Col tempo ho imparato a indurire i tratti e a non dare l’idea sbagliata di me.

Ho mutato anche modo di vestire, oltre che l’atteggiamento.

Ho imparato a fare ciò che gli altri si aspettano.

E’ una dote quanto mai apprezzata, soprattutto in una donna.

Ma – proprio come una donna! – mi sto dilungando.

Il punto è che, davanti a quell’uomo, mi sono sentita, nell’ordine: in pericolo, piccola e assurdamente protetta.

Aveva gli occhi appannati, non potevo dire con certezza da cosa. Supposi da un mix di alcolici, stanchezza, tristezza, desolazione e follia.

Più tardi, camminando al suo fianco, per un momento ho dimenticato di essere quella che sono.

Ho dimenticato di essere lì per uno scopo.

Ho dimenticato chi fosse lui.

Ho dimenticato che mi aveva pagata.

Camminando al suo fianco ero semplicemente una ragazza a Venezia. Gliene fui grata, in quel momento. E quando sentii i muscoli delle sue braccia allentarsi un po’, sorrisi.

Lui ora dorme.

Io mi tratterrò ancora un poco e poi me ne andrò, devo andarmene, di qui. Non voglio farmi trovare da loro.

Lo guardo dormire, gambe e braccia spalancate sul letto con le lenzuola ancora quasi intatte.

Il petto enorme che si alza e si abbassa ritmicamente.

Gli occhi, dietro le palpebre, si muovono freneticamente. Sta sognando.

Chissà cosa sogna un uomo come lui?

Non sembrano brutti sogni. Il viso è disteso. Per un attimo però, la sua mano ha arpionato la coperta sul letto.

Poi si è rilassata.

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