Nonocomandamento

Le piccole telecamere a circuito chiuso si mossero e inquadrarono una donna.

Era di media statura, sui trent’anni.

Aveva i capelli neri, una giacca di pelle corta, stivali alti alla coscia. Gli unici dettagli di colore diverso dal nero erano le zip del giubbotto di pelle e, solo per un momento, i denti che spuntarono da un sorriso inatteso.

La telecamera la seguì fino a quando scomparve dentro il palazzo.

Il palazzo era anonimo, uguale a tanti altri del centro storico. Un tentativo di ristrutturazione in chiave moderna gli aveva tolto parte del fascino che doveva, originariamente, avere. Guardandosi attorno (pareva non avere fretta), scosse la testa infastidita. Per un momento aveva quasi creduto che, vedendo stucchi e affreschi, forse non avrebbe fatto niente. Si sarebbe fermata.

Dovette, quindi, proseguire.

I piedi della ragazza calpestarono marmi bianchi e lucidi, passarono davanti ad una reception di mogano scuro, salirono scalini così puliti e incerati da risultare quasi a rischio scivolamento.

La chiave si mosse senza fatica nella toppa. Una volta, due, tre, e quattro. Era un appartamento non grande, ma curato. L’appartamento di una donna sola e benestante. Niente centrini, ninnoli, pochissime  fotografie. Pochi oggetti e tutti funzionali.

Mosse qualche passo all’interno del salotto.

Si fermò davanti ad un piccolo tavolinetto antico. Appoggiò una mano sulla superficie calda, mosse la mano di scatto e fece cadere il mobile. Altro baluginìo di denti.

<<Comincia lo spettacolo.>>

Da un mobile a vetri estrasse un candeliere di cristallo che usò come mazza. Ruppe, graffiò, distrusse, rovinò. Incise con le chiavi della sua auto un grande (e inutile) tavolo dalla linea moderna, si specchiò in uno specchio antico e poi lo ruppe, rovesciò il contenuto di cassetti e ante.

Oggetti, ricordi, album, piatti, bicchieri. Produssero rumori assordanti.

Salotto e cucina erano, ora, irriconoscibili.

Spalancò una camera che doveva essere quella padronale. Un letto di pelle bianca, coperte bianche, quadri sui toni del bianco, tende vezzose e ovviamente bianche.

Le tende furono le prime. Con un colpo secco vennero giù e poi calpestate.

La stessa fine la fece anche il pesantissimo copriletto.

Libri, tantissimi libri.

Andava contro ogni logica (se mai ce ne fosse stata una alla base) ma li prese e cominciò, meticolosamente, a strappare pagina per pagina. Le disponeva sul letto come carte da gioco di un complicato solitario.

Dai classici ai noir, dagli horror ai romanzi d’amore, dalle piece teatrali ai gialli.

Le ci volle tempo, moltissimo tempo.

Intanto, fischiettava una vecchia canzone “mamma son tanto felice, quando ritorni da me…  e continuava, con metodo, a strappare pagine ingiallite dai libri.

Una mutilazione di massa.

L’orrore più grande.

Si vergognò, ma fu solo un attimo.

Prese in mano un vecchio Poe, e lo risparmiò. Se lo mise, anzi, dentro allo zaino.

Erano passate quasi tre ore. Aveva sonno, fame e sete. Aprì qualche cassetto a caso, prese in mano inconsistente lingerie di seta e di raso, di pizzo trasparente, di cotone così leggero da essere trasparente. Era tutto, trasparente. Sbuffò dal naso, estrasse un grosso paio di forbici, tagliò. Reggiseni, guepiere, reggicalze, mutandine, calze velate, perizomi, brasiliani, tutto. Sparse ciò che aveva ottenuto sopra alla pagine dei libri.

Il risultato era portentoso.

Sbattè gli occhi, si riscosse, scavalcò mobili, vetri, cocci e chiuse con cura l’appartamento.

Era quasi giunta al portone a piano terra quando si battè la fronte con il palmo della mano destra.

Fece gli scalini a due a due e ansimando, fece di nuovo fare il suo gioco alla chiave.

Si guardò intorno, in mezzo allo sfacelo.

<<Uhm… vediamo… vediamo…>> e si grattava la testa. Finalmente trovò ciò che le serviva. In bagno trovò il resto.

NON DESIDERARE L’UOMO D’ALTRE vergò sopra ad un foglio con un morbido rossetto rosso griffato.

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7 thoughts on “Nonocomandamento

  1. Certo Pipuzza… certo.
    Non la intendevo come una coppia marito-moglie… ma va bene ugualmente.
    Il bello dei racconti (credo) è che sono (spero) interpretabili a seconda di chi legge, delle esperienze vissute, del gusto, anche!

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