Un vodka tonic

Che giornata del cazzo che giornata del cazzo che giornata del cazzo che.giornata.del.cazzo!”.

I passi erano veloci, sull’asfalto. Veloci di quella velocità arrabbiata. Veloci di quella velocità “prova a metterti sulla mia strada, a dirmi anche solo una parola e ti pentirai di essere uscito di casa questa mattina”.

I tacchi rimbombavano, facevano un rumore secco sotto i portici. Si ritrovò a fare un gioco stupido. “Se il piede tocca una mattonella nera, allora mi capiterà qualcosa di bello”.

Naturalmente il piede non toccò mai una mattonella nera. Nemmeno per sbaglio. Non se la sentì di barare allungando magari un pò la gamba. No, se doveva essere, doveva essere con lealtà, porca miseria!

E comunque se lo aspettava. Ma quali cose belle sarebbero dovute accadere? L’unica cosa bella che poteva aspettarsi era non trovare una bolletta del gas nella cassetta delle lettere. Molto probabilmente,però,  l’avrebbe trovata. Quindi… fanculo.

Troppa, troppa gente. Troppa gente per strada, troppi passeggini, troppo poco spazio. Aria aria aria!!!

Anzi… ci voleva qualcosa di forte. Adesso subito. Una… una vodka. Si, alle sette di sera. Si, prima di una cena tra parenti. Si, chissenefrega.

Si guardò intorno alla ricerca di un bar. Scovò solo il solito, quello della mattina, quello del cappuccio-pasta-bicchiere di acqua.

Avrebbe preferito qualcosa di più stiloso. Qualcosa total white, qualcosa con le sedie scomode, qualcosa pieno di vetrine, qualcosa che sapeva di Gucci e Dior. Si sarebbe accontentata.

Entrò con troppo slancio, si sentì una specie di Kalamity Jane sfigata. Raddrizzò il tiro, si aggiustò il cappotto, e salutò il solito barista, un ragazzo della sua età che tendeva a non guardarla mai in faccia.

<<Ciao, un vodka tonic>> disse mentre si sedeva al bancone. Non andò nella saletta, voleva essere qualcosa di impulsivo e frettoloso. Sedersi nella saletta sarebbe stato qualcosa di serio e premeditato, invece.

<<…un vodka tonic?>> quasi balbettava, il ragazzo.

<<Si, grazie!>> per poco non l’aveva urlato. Tutto, ma non la disapprovazione di un barista, santo cielo!!

Ma poi, chissà se lo sapeva fare, lui, un vodka tonic? <<Sai fare un vodka tonic?>> gli chiese improvvisamente. Non voleva proprio dirlo. Ma lo disse. <<Beh, dovrei>> << Dovrei non è un si, fammi passare>> E aprì il piccolo cancellino che immetteva al retro bancone. Si abbassò, si alzò, armeggiò, svuotò, annusò, miscelò, e alla fine, trionfante, aveva preparato qualcosa che assomigliava ad un vodka tonic. Il merito era di un suo amico, le aveva insegnato i rudimenti di due o tre cocktail almeno dieci prima. Non sapeva nemmeno da dove avesse tirato fuori quel ricordo. Il barista intanto aveva seguito ogni mossa, prima vagamente scosso, poi sconcertato, poi quasi divertito. Mise sul bancone due bicchieri lunghi, una cannuccia e due fette di limone incise che appoggiò sul bordo dei bicchieri.

<<Giornata dura?>>

<<Durissima>> rispose dopo aver deglutito una generosa dose di cocktail.

<<Capisco>>

<<Nah, non credo>>

<<E invece capisco. Ti ho vista entrare. Non avevi la solita faccia. Ho capito subito che qualcosa non andava>>

<<Ah, e cosa, di preciso, non andrebbe, visto che fai il saputello?>> La risposta di lui l’aveva maldisposta. Odiava di cuore coloro che mostravano compassione solo per essere benvoluti. E soprattutto odiava chi faceva i conti col culo degli altri. “Ti capisco, ti sono vicino, anche io ci sono passato… anche io sto così…”

Cazzate.

Lui comunque mise da parte il suo vodka tonic, cominciò a pulire il bancone. Era uno preciso, si vedeva dai movimenti lenti e capaci.

<<Vieni qui tutte le mattine da tre anni. Entri alle 7.42, più spesso alle 7.40. Quando entri alle 7.42 sei di cattivo umore, perchè hai meno tempo per raccogliere la schiuma del cappuccino col cucchiaino e ti tocca lasciarla lì. Ti guardi in giro un paio di volte, per controllare che non ci sia nessuno che conosci. Una volta sei entrata e sei uscita. Forse avevi visto una tua ex collega. O una ex compagna di classe, non saprei.

Ti siedi nel tavolo vicino alla vetrina, quello. Nessuno si siede mai lì, perchè quel tavolo traballa. A te non importa, hai imparato a puntellare un pò il gomito per fermare il movimento.

Ogni mattina alle 8 ti squilla il cellulare, ogni mattina lo lasci squillare e non rispondi. Metti la modalità silenziosa, però, per non disturbare gli altri tavoli.

Abbini il trucco con gli abiti. Preferisci il nero e il grigio. Non ti vesti mai di blu. Nella mano destra hai un diamante, e al polso destro un bell’orologio di prestigio. Al polso sinistro invece viene fuori la tua vera natura. Un bracciale di cuoio nero con due borchie e un anello di acciaio grosso, il tuo nome inciso sopra.

Quando leggi il giornale ti arrotoli una ciocca più lunga attorno al dito indice della mano destra, e la lingua spunta per accarezzare il labbro inferiore.

Prima di alzarti per venire a pagare controlli mille volte se hai lasciato qualcosa sul tavolo. Spesso ti abbassi anche, per vedere se ti è caduto qualcosa. Cosa potrebbe esserti caduto rimane un mistero per me.

Alzi la suoneria del cellulare che avevi abbassato, guardi dentro la borsetta – ne hai parecchie, ma usi quasi sempre la stessa nera con i manici cortissimi – e prendi un grosso borsellino di pelle nera.

Ogni mattina ti scusi borbottando perchè non hai i soldi contati e ti devo sempre dare il resto. Ogni mattina ti sorrido, tu non ricambi il sorriso.

Adesso so anche che quando sei tesa a causa di una brutta giornata, bevi vodka tonic.

Adesso so che lo sai anche preparare. Certo, non perfettamente, ma ti arrangi.

Quindi, adesso, dopo tutto questo tempo, so riconoscere quando qualcosa, in te, non va>>

Non aveva smesso di guardarlo.

Aveva smesso di bere.

Il ghiaccio si stava sciogliendo dentro il bicchiere alto.

Chiuse gli occhi.

Strinse la mano a pugno. Sentì le unghie laccate di rosso picchiare contro il palmo.

Cercò parole che tardavano ad arrivare e rinunciò.

 

 

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