Dione e Nath

Era un buio rischiarato da piccole luci.

Le luci pulsavano, brillavano, sfarfalleggiavano.

Riflettevano bagliori bianchi e azzurri e gialli.

Sembravano, ad un osservatore lontano, muoversi in questo immenso nero. Avvicinarsi e poi allontanarsi. E ancora avvicinarsi e allontanarsi.

Erano belle, quelle luci. Ma erano sole. Ferme, immobili, e tremendamente sole nel nero che rischiaravano.

<<Ehi… ciao..>> disse una di loro ad un’altra. Sembrava più luminosa, più bianca, e aveva dei riflessi azzurri davvero carini. Scelse lei.

<<Dici a me?>> il tono era cortese ma non nascondeva stupore e timore.

<<Certo! Dico a te! Io… io mi chiamo Nath!>>

<<P-piacere, mi chiamo Dione. Scusami, non mi era mai capitato, non sapevo che qualcuno potesse sentirmi, pensavo di essere… sola>>

<<Oh, io ti sento. Sento il tuo canto, e le storie che racconti! Vedo la tua luce pulsare più vivida quando sei felice. Vedo il tuo lucore farsi più deciso, a volte. Ti guardo spesso e quello che vedo mi piace…>> Si fermò, non voleva correre troppo, non voleva spaventarla. Voleva continuare a parlare con lei ancora e ancora. Voleva accendere un pò del loro buio.

<<E’ bello sapere che qualcuno può sentirmi. Possono farlo tutte?>>

<<No, non tutte. Non tutte possiamo sentirci e parlarci. Alcune – molte – stanno lì immobili, vedi? Non possono fare altro.>>

<<Ma è terribile!>> La vocina era carica di tristezza.

<<Già. Lo è.>>

<<Possiamo anche muoverci?>> Chiese lei, titubante.

<<Non credo, no. Dobbiamo stare qui.>>

<<E’ un peccato, siamo lontani, ti sento a malapena, ti vedo a stento!>>

Continuò così per tutta la notte. E per molte altre notti ancora. Dione raccontava, con la sua vocina leggera leggera, e Nath ascoltava. Si rilassava, e la voce di lei gli entrava dentro. Si lasciava cullare per ore, dalla voce di Dione.

Ma qualcosa cominciava a cedere, dentro Dione.

<<Nath?>> Lo chiamò una notte.

<<Dione!>>

<<Nath, io voglio vederti, voglio averti vicino, mi sento sola…>>

<<Lo vorrei anche io, ma non possiamo, non possiamo. Siamo bloccate qui, lo sai. Dobbiamo essere felici di ciò che abbiamo. Sappiamo uno dell’esistenza dell’altra. Siamo già fortunati, no? Io sono felice di sapere che tu esisti!>>

Dione non rispose. Per lei non era abbastanza. Non era come Nath, lei.

Dione cominciò a brillare sempre meno, sempre meno. Nath faceva sempre più fatica, notte dopo notte, a vederla. Sentiva la sua voce, i suoi racconti, si parlavano ancora. Ma la bella luce azzurrata, quella non c’era quasi più.

<<Dione, Dione amore mio>>

<<Nath>>

<<Dione, dimmi cosa posso fare, non vedo più la tua luce!>>

Dione non rispose, stava piangendo lacrime d’oro. Già da giorni le pareva di impazzire di mancanza e di sofferenza.

<<Nath>> la sua voce era risoluta, adesso <<Nath, io so di potermi muovere. Io mi muoverò, verrò da te.>>

<<Dione… te l’ho…>> non finì la frase, non se la sentì.

Dione, nel suo buio, pensò all’amore che provava per Nath. Pensò alle tante notti, attraverso i tempi, che avevano passato insieme. Ai racconti, alle parole, alla luce gialla di Nath. Pensò alla sua voce e alla sua risata cristallina. Pensò ai suoi scherzi e al suo carattere allegro e sempre positivo. Lo amò ogni secondo di più.

All’improvviso, dal suo centro, sentì provenire un caldo terribile. Una sensazione nuova, mai provata. Sentì un fremito. E poi, con uno slancio d’amore, si staccò dal suo nero e corse verso Nath.

Dietro di sè, una scia di felicità.

Dione stava volando da Nath.

Dione era la prima stella cadente.

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