Sms

Bi-bip!

Lei si asciuga le mani, prende in mano l’HTC bianco, sblocca lo schermo.

“CIAO.T VA 1 PIZZA STASERA???”

Quasi le cade il telefono dalle mani.

Sono passati quattro mesi.

Quattro mesi di inferno.

Quattro mesi da quando lui ha deciso che lei era troppo noiosa, troppo annoiata, troppo poco interessata al sesso, troppo poco tutto. Quattro mesi da quando lei ha sparato la domanda <Hai un’altra> e lui ha risposto si. Quattro mesi da quando lei ha detto <Ci vai a letto> che non era una domanda ma una affermazione e lui ha risposto sempre si. Senza guardarla però. Quattro mesi da quando lei gli ha detto allora basta non vediamoci più mi fai schifo. Quattro mesi da quando lui non ha detto <no dai riproviamoci, è stata solo una sbandata, perdonami>. L’ha lasciata andare così, senza dire niente, facendo una faccia come a dire midispiace, ma si vedeva che non gli dispiaceva. Aveva fatto tutto lei e questo aveva giocato a suo favore. Se ne andava alleggerito da un peso, lui.

Quattro mesi e dieci chili in meno.

Quattro mesi e un lavoro in meno.

Quattro mesi e nemmeno più la voglia di andare a ballare con le amiche di sempre.

Quattro mesi e un sms.

Prima di ripensarci digita velocemente la risposta “OK SOLITO POSTO, 20.30”.

Quello che lei ha chiamato solito posto è una pizzeria, un locale fuori mano, triste come solo quel locale può essere, triste e stanco e deserto ma con camerieri estremamente gentili. Si fermavano lì spesso, soprattutto alla domenica sera, di ritorno da qualche gita del we, in estate cotti dal sole, in inverno con ancora la neve addosso dalle sciate. Venivano accolti festosi, non dovevano nemmeno ordinare più. Pepsi per lei, sprite per lui, bufala per lei, salamino piccante per lui. Sempre così, ogni volta. Ogni volta il locale era vuoto, ogni volta commentavano questa cosa, ogni volta ridevano e cercavano di non farsi sentire dal gestore.

E adesso lei, in casa, pensa a cosa indossare. Alla fine opta per un paio di jeans molto stretti ed una camicia bianca. Immancabili stivali a tacco alto neri. Cappottino nero corto.

Si prepara con cura. Il completo intimo è nuovo, regalo delle sue amiche per provare a tirarla su. Detta così pare che lei sia una depressa bruttarella, anche perchè è stata cornificata, e sembra che quelle cornificate siano le brutte. Lei è bella, invece. Alta, morbida, bei fianchi, bel seno, gambe tornite, muscolose e sode. I capelli sono il suo punto di forza. Neri come grafite e lucidi come seta. Lui li toccava, li arrotolava attorno al dito e poi portava il dito al naso. Aspirava il suo odore. E poi sorrideva. In tempi non sospetti diceva anche qualcosa del tipo <Quando ci lasceremo mi mancherà questo odore> e lei gli dava un calcio scherzoso come a dire guai a te. Gli occhi li ha grandi, truccati con cura, di un trucco lieve e intenso al tempo stesso.

Il completo intimo, è nero, il colore preferito di lui. Al centro delle due coppe ha una perlina pendente.

Poi calze autoreggenti, sempre nere, con un grosso bordo in pizzo ugualmente nero.

Il solito Dior sui polsi.

Si guarda davanti, di lato, voltando la testa all’indietro. Fa una smorfia con la faccia come a dire “vabbhè”, perchè non è del tutto convinta. Ma è in ritardo, quindi ormai deve per forza andare bene così.

Lui la aspetta seduto al tavolo. Sul tavolo una pepsi e una sprite. I camerieri li salutano festosi e increduli in un cinguettio di come stai tutto bene novità si noi tutto bene eh le cose procedono, eh la crisi, eh non ti dico, ma si ma si  e frasi lasciate a metà non si sa se volutamente oppure per poca intraprendenza.

E insomma alla fine arriva al tavolo, sempre lo stesso in angolo, lei spalle al muro e viso alla sala, lui alla sua destra. Ha ricordato proprio tutto, deve rendergliene atto.

Si baciano sulle guance, uno e due. Fatto. Lei senza volerlo – ma chi lo vorrebbe?? – trema. Lui sembra vagamente spavaldo. Parlano di cose, di persone, parlano e mangiano e bevono.

<Alla fine ci siamo lasciati>

<Eh….lo so>- risponde lei.

<No no no….intendevo…io e Teresa…>

<Teresa….oh. Oh! Teresa. Adesso ho capito..beh..uh..mi spiace>

<Eh..era destinata a finire>

<Mi spiace>

<Eri…sei..una presenza ingombrante>

<Mi spiace>

<Ne devo dedurre che sei dispiaciuta> sorrise lui.

<Scusa…è che non so bene cosa dire>

<Hai finito? vuoi altro?>

<Lo sai che non prendo altro>

<Vedo anche che hai perso peso, troppo>

<Ho perso anche altre cose, ma non fa niente, non ti preoccupare>

<Andiamo?>

<Dove?>

<A casa mia a vedere un film?>

<Dove stai adesso?>

<Ho trovato un posto..ti piacerà>

Fa spallucce, lo segue con la sua auto, si allontanano dal centro cittadino, scompaiono le case, arrivano palazzi orrendi e scrostati. Pensa che no, non le piace per niente. Si fermano davanti all’unico palazzo del quale lei aveva pensato “se abita qui, vomito“.

Quattro piani senza ascensore e desiderò non essere mai nata. Era decisamente fuori allenamento. Per fortuna l’appartamento invece era curato, forse la madre andava a dare un occhio ogni tanto, non glielo chiese, non erano affari suoi.

Il film comincia, ma lei si alza, si slaccia un bottone alla volta, lentamente. La camicia lascia intravedere pezzi di nero, e poi la perla al centro. Lui con un gesto fulmineo spegne la tv, lei la riaccende ma spegne l’audio, così lui può vederla. Può vederla lasciar scivolare la camicia bianca ai suoi piedi, può vederla mentre abbassa la zip degli stivali e se li sfila, può vederla mentre si slaccia anche i jeans e se li toglie e li calcia lontano e fa tutto questo senza togliergli gli occhi di dosso. Non hanno bevuto, non sono storditi, non sono drogati. Sono lucidi. Non parlano. Lei lo desidera, le mani vibrano piano, gli occhi caldi e profondi, la bocca socchiusa e pulsante. Quando ha voglia di lui la sua bocca pulsa e diventa caldissima. Lui si alza lentamente dal divano, come per paura che lei possa dissolversi. Ma lei non si dissolve e la pelle calda si scioglie al tocco amico delle sue mani. Mani che la conoscono, non come altre che l’hanno toccata in questi quattro mesi. Lei freme e sussulta e sospira e inarca la schiena e si preme contro di lui e affonda il naso nel suo collo e lo morde piano e getta indietro la testa mentre lui le bacia la spalla destra e le tocca il sedere con le mani, lo carezza e lo massaggia e risale lungo la spina dorsale e ancora su, per le scapole, e ancora giù, per le natiche, fino quasi a sollevarla da terra e a strapparle un gemito più lungo.

Si lascia portare per mano, cambiano stanza, non accende nemmeno la luce, si spoglia velocemente per raggiungere lei, le sussurra arrivo, non la lascia andare, la tocca e la carezza e la bacia mentre si toglie i pantaloni e poi le scarpe e poi le calze e tutto il resto.

Nel letto si esplorano, si leccano, si sorridono, si strappano, si mordono, si graffiano, si massaggiano, si bevono, si saziano. Lei prende il suo piacere, che ritiene quasi un obbligo, e se lo gusta, perchè l’ha sognato per quattro mesi infiniti. Gode di ogni muscolo, di ogni sospiro, di ogni fruscìo. E’ vero, non è mai stata una grande amatrice, non è una tigre del materasso, e spesso lo scansava. Ma adesso lui è lì e lei lo vuole. Lui che è stato violato, lui che è stato amato da un’altra, lui che ha amato un’altra, lui che ha leccato, con quella stessa lingua, un’altra.

Il solo pensiero, adesso, la fa eccitare e muovere più velocemente sopra di lui. Recupera un minimo di lucidità. Si alza, va in salotto, lui tenta di fermarla per un polso, lei si divincola, arriva al salotto ancora rischiarato dalla tv col volume basso, trova la borsa, estrae qualcosa, torna da lui e sventola questa cosa. Lui prima sbarra gli occhi, alza la testa dal cuscino e gli compare un sorriso che pare un ghigno. Le dice qualcosa di osceno, le ordina qualcosa con tono perentorio ma lei scuote la testa, i capelli neri ondeggiano.

Si mette a cavalcioni sopra di lui, non apre bocca, sorride piano, sensuale e decisa. Gli afferra un polso, bacia il punto dove si intravedono le vene, lui socchiude gli occhi e getta la testa all’indietro. In pochi secondi i polsi forti e massicci sono bloccati alle sbarre del letto da un paio di robuste manette di acciaio. E lui, ancora sotto di lei, pensa che non è mai stata così, che queste cose pensava non le piacessero, ma del resto pensava anche non fosse il tipo da perlina in mezzo al reggiseno. E nemmeno il tipo da perdere tutti quei chili. E nemmeno pensava che avrebbe risposto al suo sms, a dire la verità. Si era comportato da stronzo. Da vero, grandissimo, stupidissimo stronzo.

E quindi adesso è li, con lei. Pregusta il sapore della sua pelle, pregusta l’orgasmo che verrà. Pregusta il momento in cui, tolte quelle manette – ma perchè poi? – potrà tenerla tra le braccia e dirle che ha sentito la sua mancanza – certo, non sempre sempre, ma questo non glielo dirà, ovviamente.

Ma quando lui apre gli occhi, lei non è più sopra di lui, non è più in reggiseno mutandine calze autoreggenti capelli sciolti solito profumo Dior sorriso dolce e sensuale.

Non è più.

E’ solo.

Lei ricompare davanti alla porta, è solo una sagoma, una silhouette. E’ vestita. Camicia bianca, jeans stretti, stivali dal tacco alto neri.

Ha in mano le chiavi di casa. Di lui. Di quel pulcioso appartamento.

Non sorride più. Nè sensuale, nè dolce, nè sardonica. Non sorride. Lo guarda e scuote la testa.

E si allontana.

Lui sente chiudersi la porta all’ ingresso, sente i giri di chiave che lei dà, sente i suoi passi lenti, lentissimi, giù per le scale. Poi non sente più niente.

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7 thoughts on “Sms

  1. Ciao. Ho trovato il tuo blog per caso.

    Scuasami ma sarò un pelo critica, perché è solo con le critiche che si può migliorare.

    Inizi scrivendo al presente, ma poi, ad un certo punto, cambi al passato e ritorni al presente. E questo è un errore.
    L’altro errore sono i dialoghi. S’intuisce chi parla, ma quache piccola descrizione nel mezzo sarebbe stata bene.
    I numeri, nelle storie, nei racconti e nei romanzi vanno scritti con le lettere, non con le cifre. I puntini di sospensione sono tre, ogni tanto ne metti due o quattro. E dopo di loro -ma in generale con tutti i segni di punteggiatura- bisogna mettere uno spazio.

  2. ed io che soffermandomi sulle prime righe.. fossero copiate da una lettura del momento.. invece sei tu che le butti giù.. cavolo… complimenti..o questo assomiglia lontanamente ad “il gioco di Gerald”… complimenti davvero…

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