Le vetrine propongono continuamente le stesse cose. Vestiti neri, lunghi fino al ginocchio, strettissimi, il massimo del glamour. Vestiti per vere donne. Vestiti per donne moderne, donne del ventesimo secolo. Roba seria. Roba dell’altro mondo. Scuotendo la testa e alzandosi il cappuccio della sua logora e sporchissima giacca militare riprese il suo cammino. La città era ancora immersa nel silenzio. Era troppo presto perchè qualche avvocatino o notaio mettessero il musetto fuori dal loro costoso portone antico del centro storico.

E le andava benissimo così. Camminava spedita, come se avesse cose speciali da fare. E invece da fare non aveva niente. Che è già qualcosa da fare. Pare che adesso come adesso non fare niente sia un’attività. <vado a fare un massaggio>. No cocca, il massaggio te lo fanno, tu non fai una mazza, stai lì e ti fai venire la pelle d’oca, semmai.

Le andava bene camminare in mezzo alla strada bianca dal ghiaccio. Le andava bene invidiare quelle case dai soffitti alti, perchè non appartenevano a lei. Le andava bene invidiare chi poteva vedere ogni mattina quello splendore. Era arrivata in città salendo sopra un cavalcaferrovia. E aveva visto, per un momento, tutto dall’alto. Era stata lì, ad osservare. Aveva respirato a fondo, rischiando di ghiacciarsi i polmoni. E aveva tossito, ridendo della propria stupidità.

Anelli, anelli di ogni forma e colore. Non conosceva il nome di quelle pietre, a lei parevano però – doveva ammetterlo – tutti bellissimi. Brillavano e risplendevano, catturavano i primi raggi di sole, glieli rimandavano. Appoggiò le mani sulla vetrina, appoggiò anche il naso. Stette lì. Orologi in metallo, orologi elaborati, orologi preziosi, orologi pezzi unici, collane lunghissime, collane nere, diamantate, verdi, rosse. Gemme, pietre, intarsi. La testa le girò. La fame, il freddo o la bellezza di quegli oggetti unita alla consapevolezza che non avrebbe mai potuto averli, e forse mai nemmeno toccarli per sbaglio?

I suoi passi facevano tumtumtumtum non tictictictic come quelli delle donnevere, quelle del ventesimo secolo, quelle che avevano imparato a camminare facendo passi lunghi e sicuri, testa in alto, sguardo duro. I suoi passi facevano tumtumtum, un rumore grezzo e antico. Il rumore degli scarponi chiodati sotto, un pò duri ma caldi e adatti ad ogni terreno. Certo, avrebbero dovuto essere cambiati ma..non aveva poi molta importanza.

Ancora una volta dovette fermarsi. Si era imposta un cammino regolare, per non perdere tempo. Ma Dio…quei libri. Tanti, tantissimi libri. Montagne di libri, scaffali di libri, vetrine di libri! Copertine semplici, copertine belle, copertine meno belle, copertine proprio orrende, dorsi colorati, dorsi scuri, consistenze diverse. Lei le sentiva sotto le dita, quelle consistenze. Sentiva la porosità della carta, sentiva il lucido delle copertine, sentiva l’odore penetrante, sentiva la sensazione di passare un dito lungo le pagine per farle scorrere. Si accorse che abbandonando la sua vita, stranamente, aveva lasciato dietro di sè anche cose innocenti come i libri.

Si accucciò davanti alla libreria. Ma poi dovette alzarsi, faceva troppo freddo. All’improvviso, il rumore di una saracinesca. Corse verso il rumore. Trovò una donna dai fianchi larghi, un cappotto enorme, lunghissimo. La accolse con un sorriso incoraggiante.

<una biblioteca>

<…cosa?>

<cerco una biblioteca, grazie, mi scusi>

<ah! una biblioteca dici….fammi pensare, non sono molto pratica..io sto qui tutto il giorno..non ho molto tempo per leggere..e se anche lo avessi suppongo che non lo sprecher…oh, la parola sprecare ti ha dato fastidio! voglio dire, bimba mia, che alla mia età avrei più bisogno di starmene davanti ad una stufa, a fare la maglia, a godermi la casa, a fare la nonna, magari…ma vabbhè.  dicevamo della biblioteca. credo che ci vada mia nipote. devi tornare un poco indietro, prendere la prima a destra, arrivare alla piazza girare a destra e poi ancora a destra alla fine della strada. ma non credo che sia già aperta…>

<io..grazie mille>

<aspetta, vuoi da mangiare?>

<no>

E andò via, lasciandosi la signora dai fianchi larghi alle spalle.

Indietro.

Prima a destra (ancora quei negozi insulsi)

In fondo.

Destra.

Ancora a destra.

Si, aveva ragione. Biblioteca comunale.

Non mancava poi moltissimo all’ apertura, e decise di attendere, a costo di morire d freddo. Sentiva che se fosse andata via, non sarebbe più tornata.

Arrivò un signore molto distinto, con un cappotto dall’aria costosa.

<già qui? mamma mia, devi avere proprio urgenza!>

Lo disse ridendo, ma non la stava prendendo in giro.

<io adesso apro, e poi farò colazione, se ti va possiamo bere qualcosa insieme>

Fece solo sì con la testa. L’uomo le dava fiducia. Il sorriso era caldo e antico.

Caldo come il te che si fece servire lei. E la pasta era morbidissima, ripiena di cioccolata che le diede per un attimo un senso di nausea. Da quanto non mangiava cioccolata? Di marca poi! Secoli. Forse non l’aveva mai neppure mangiata. Eppure il sapore lo ricordava, quindi si, doveva averla mangiata, tempo addietro.

Mangiò lentamente. Sbocconcellò tutto, briciola dopo briciola. Se le raccolse anche dal cappotto, le briciole, per non sbagliarsi.

<cosa cerchi?>

<libri>

<oh…beh – rise – sei nel posto giusto! intendevo…quale genere?>

<non importa, cerco libri. posso stare qui?>

<tutto il tempo che vorrai. ci sono delle poltrone, e dei divani, e dei tavoli, e computer, e tutto quello che ti servirà>

In effetti, tra gli scaffali antichi, trovò proprio tutte quelle cose. Sedie dure, sedie morbide, divani, poltrone, e anche dei computer nuovi di zecca.

Scelse la poltrona più morbida, ma anche quella più sdrucita.

Scelse quella lontana dalla porta.

Scelse quella dietro ad uno scaffale.

Scelse quella che meglio si adattò alle sue spalle e alla sua schiena e al suo sedere. Si, perchè le provò quasi tutte. Era una precisa, lei.

Andò nella sezione dedicata all’arte. Trovò l’impressionismo. Trovò anche il volume che cercava. Lo sfogliò in fretta, per ritrovarlo come lo aveva lasciato. Per ritrovarlo nei suoi ricordi di ragazzina a scuola.

Era lì, era sola, era mattina e c’era freddissimo. Ma quel ricordo di vita normale la fecero sentire, anche se non era la verità e lei lo sapeva, diversa.

Nè migliore nè peggiore, si disse.

Solo diversa.

 

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