4 del mattino

Ha un sonno frammentato e disturbato, ma questo da sempre. Il sonno la ghermisce e poi la lascia andare. E quando la lascia andare, li si ritrova sveglia e sola in una casa che dorme. Che è una cosa tristissima.

Da quando ha conosciuto lui, però, non è più cosi triste.

Guardare qualcuno che dorme è maleducatissimo, così come guardare qualcuno che mangia.

Ci si sente osservati e sei sicuro che ti cadrà qualcosa dalla forchetta e anche le cose più semplici diventano complicate e ti senti fuori luogo, sbagliato, goffo, poco educato, poco adatto alla tavola.

Insomma, lei però lo guarda dormire.

Si sveglia sempre di botto, non gradatamente. Non ha bisogno di toccare il pulsante della sveglia che la fa illuminare per sapere che sono le 4 del mattino. Si sveglia sempre a quell’ora.

Difficilmente si riaddormenta prima delle 6. Due ore di solitudine, due ore di pensieri, il tempo di un te, di un libro, di una passeggiata e soprattutto il tempo di stare insieme a lui.

Il fatto che lui non se ne accorga è poco importante. Del resto quasi non si vedono più. Abitano nella stessa casa, ma non si vedono più.

Si svegliano – lui prima di lei -, si lavano, si vestono, fanno colazione, vanno al lavoro. Si scambiano comunicazioni di servizio, a volte nemmeno parlano, si lasciano bigliettini colorati sul frigorifero.

Va così da….non ha idea. Più ci pensa più perde i contorni di quella realtà. Da un mese?

No no..forse da un anno. Un anno?! Ma non può essere passato già un anno! Eppure…e cerca di trovare punti di riferimento, eventi di un anno prima. Al compleanno di Marco eravamo felici? E non riesce a fare mente locale e alita sul vetro e ci disegna sopra un cuore.

Non ha idea del momento, non ha idea del perchè. E’ andata così, semplicemente.

Non si odiano, o almeno, lei non lo odia. E’ che non si conoscono, non si ri-conoscono.

O forse credono di conoscersi così bene che hanno smesso di ascoltarsi.

ssssi, so cosa stai per dire” E porca miseria, lo dice davvero, proprio quella frase, proprio in quel modo, proprio con quelle parole.

E un po’ cadono le braccia. Per una volta stupiscimi. Cambia parole, cambia tono, cambia tu.

Cambia, sii diverso.

Sii diversa.

Fammi vedere che puoi essere altro da te. Fammi cambiare partner. Ma ora si perde troppo. Torna in camera e lo guarda. Dorme anche sempre nella stessa maniera. Pancia in su, braccia sopra alla testa. Un nuotatore morto o addormentato al momento del tuffo. Una specie di fermo immagine del momento topico. Non che lui sia un nuotatore. E’ tante altre cose, ma non un nuotatore. Lui disegna, il più delle volte.

Passa ore a disegnare, a sfogarsi, a cancellare, a riscrivere, a farle vedere disegni senza ascoltare quello che ne pensa lei.

E poi, va in bicicletta. Lunghe pedalate che non hanno riscontro sulla sua pancia. Una pancetta da uomo adulto, ormai. Una pancetta che poco ha di sexy. Lei comunque non ha problemi, le va bene anche così.

E insomma, appoggiata allo stipite della porta, braccia conserte, lo guarda dormire.

La bocca aperta, il cuscino tutto raggomitolato (perchè deve trattare così i cuscini?), una posizione a 4 di bastoni, come si dice.

E’ la posizione di chi non ha paura, di chi accoglie. Lei invece dorme tutta tonda, ginocchia contro il petto, mani sotto al mento. Andate via, lasciatemi sola, voglio dormire, voglio morire il tempo di qualche ora.

Continua a perdersi nei suoi pensieri, nemmeno di notte riesce a mantenere la concentrazione per più di 4 secondi.

Scrolla la testa e continua a guardarlo.

Lo vede più giovane, ragazzino quasi. Un sorriso storto, la matita sempre in mano, la voglia di conoscere, di girare il mondo, di cambiarlo, anche, con i suoi disegni. Diventerò famoso, le diceva.

Diventerò famoso e ci sposeremo e saremo ricchi. Anche se non saremo ricchi saremo felici, te lo giuro.

Su una cosa ha avuto ragione. Per pigrizia, si sono sposati.

Oh, stavano insieme da troppo tempo per non sposarsi. L’hanno fatto. Si sono lasciati trascinare dagli eventi, e semplicemente, un giorno, l’hanno fatto.

Felici…felici….sono felici? No, non è quella la felicità. Loro sono sereni, hanno una casa, un lavoro, degli amici, qualche ora particolare a spezzare la monotonia che altrimenti li farebbe morire prima del tempo.

Tutte le famiglie sono così?

Tutte le famiglie sono monotone?

Tutte le famiglie desiderano altro?

Lui ora grugnisce, la cerca nel letto, non la trova.

Si gira dall’altra parte, il sonno è troppo profondo, alle 4 del mattino, per fargli chiedere realmente dove sia lei.

O forse ha solo compreso che sono le sue due ore di non-sonno.

Ora le volta la schiena. Un segnale? Un monito?

Lei chiude la porta, va in salotto, prende un libro, riprende la lettura, non riesce a captare davvero le parole.

Va in cucina, mette sul fuoco l’acqua per il te. Prepara tutto il necessario. Si siede al tavolo, ne beve un goccio. Lo getta nel lavandino.

Non ne aveva voglia, ma ci ha provato.

Provarci….incaponirsi.

Accidenti.

Riprende il libro, legge qualche pagina, si rende conto che non solo il libro è pessimo, ma che a lei non sta rimanendo niente.

Lo appoggia e subito dopo appoggia la fronte alla finestra.

<sei scalza, ti prenderai un malanno>

Lei sobbalza.

<Tieni, ho portato di qui le tue ciabatte, mettitele. Hai fatto il te e non l’hai bevuto. Hai provato a leggere e non ci sei riuscita. Hai fatto…un cuore sulla finestra, come quando eri piccola. E’ un vizio che non ti togli. Pensi, pensi, pensi e fai sempre cuori. Sei una romantica, o al contrario non ti interessa niente dell’amore. Lo so che mi guardi dormire, lo so perchè lo sento. Quando mi guardi dormire faccio sgni migliori. I sogni stupidi si fermano e cominciano sogni bellissimi. Sei tu che me li fai fare. Ti guardo anche io, ma non mentre dormi, mentre dormi tu dormo anche io, io non so svegliarmi, dormo e basta. Ti guardo quando rientri dalle compere, piena di sporte e non mi chiedi mai un aiuto. Ti guardo quando fai da mangiare e non ti riesce un piatto e non ti dico niente, per non farti dispiacere, ma tu sai che io non dico niente per non farti dispiacere.

Ti guardo quando sudi, quando sei piena di fastidio.

Ti guardo quando sei al telefono e fai ah-à…ah-à….si…si…e intanto stai facendo tutt’altro, e dici così solo per mettere a suo agio il tuo interlocutore. Ma io lo vedo che non stai realmente sentendo. Come quando parlo io. Non mi senti, non mi senti più, capisci il discorso generale, quello si. Capisci il senso del discorso, ma non i particolari. Mi va bene così, non ti preoccupare.

Ti guardo quando parli con i tuoi genitori e cambi tono, hai un tono morbido, dolce, rotondo.

Non come quando eri ragazza. Eri tutta spigoli. Anche con loro, si. Eri tutta spigoli. Adesso le parti si sono invertite. Tutta spigoli con me e rotonda con loro. Mi va bene anche questo. Se lo meritano. Ma io mi merito il tono tutto spigoli? Ma si, forse si. Forse mi merito questo e anche di più.

So benissimo che quel libro non lo finirai, non intestardirti, non ti piace, lo sapevo sin da subito, la copertina non è adatta a te, e tu l’hai preso solo perchè ti avevo sggerito di non prenderlo.

E va bene, adesso però non finirlo. Non ha senso. Lascialo, usalo come fermaporta. Maledicilo. E’ un brutto libro, scritto da qualcuno che dovrebbe fare altro. Non dici sempre così, tu?

Dovrebbe fare altro.

Io anche dovrei fare altro. Dovrei non disegnare, dovrei non andare in bici, dovrei non parlarti così. Ma scusa, ormai ho iniziato.

Ho un fine ultimo con questa tirata? No. Ma ormai ho cominciato e le parole stanno uscendo da sole, perciò adesso ti tocca ascoltare. Si, perchè mi stai ascoltando, lo vedo.

Anche se non ti sei ancora voltata.

Conosco il tuo volto meglio del mio. So che adesso hai gli occhi chiusi. So che stai stringendo la mascella. So che stai pensando ad un byte per i denti, che se continui a stringere così prima o poi ti si lusserà la mascella, o si consumeranno i denti.

So che stai pensando che la mia voce non cambia ma di tono, non posso farci niente, è così.

Mi sto avvicinando, ed ora ti carezzerò i capelli, poi ti lascerò qui, fino alle 6, quando tornerai a letto e dormirai un’altra ora. >

Le carezzò i capelli, indugiò in mezzo alle scapole, il suo punto preferito.

Sentì la porta della camera chiudersi con un click.

Rimase lì. La fronte appoggiata al vetro.

Appannò di nuovo, col fiato, la finestra.

Disegnò un quadrato. Un triangolo sopra. E poi il camino, il fumo che esce dal camino. La porta, le finestre, le tendine alle finestre. Il prato sotto. Un albero a destra.Casa.

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