Lago

Decise che doveva portarlo lì. Voleva donargli un pezzo di quella sua vita forse un po’ insulsa ma così piena e gioiosa e ricca di amore. Si rendeva conto che sarebbe stato impossibile, tanti anni non si riassumono come un libro..ma volle provarci comunque.

Naturalmente non ne fece parola con lui. Sarebbe stato solo un giro insieme, un modo per respirare aria diversa e vedere qualcosa di bello. Ma lui sapeva, lui intuiva, e soprattutto, lui la conosceva.

Dopo nemmeno un’ora di auto, i vigneti e le stradine erano lì, fuori dal finestrino. Se solo avesse avuto più tempo, si sarebbe avventurata in alto, in modo da offrirgli una visuale ancora più speciale. Lo avrebbe portato in quella chiesa scavata nella roccia, a strapiombo. Con quel piccolo autobus che portava sventurati turisti e devoti ai 100 all’ora lungo una stradina sterrata anch’essa sospesa nel vuoto. Chi vi andava per la seconda volta sceglieva immancabilmente di farsela tutta a piedi. A costo di sacrificare la vita, i piedi ed i polmoni.

La giornata era meravigliosa, il cielo azzurrissimo, nemmeno una nuvola interrompeva la perfezione di quel colore uniforme.

Dietro alla curva, il blu del lago li accolse con gioia. Quella vista per lei significava sempre “eccomi a casa”.

Lui teneva una mano sulla gamba destra di lei. Come a dire “ci sono”, ma anche a chiedere “ci sei?”.

La risposta era comunque un rassicurante si.

Si, so che ci sei. Si, certo che ci sono, che ci sono stata e che ci sarò.

Tre, quattro tornanti e poi tornarono a livello del lago. Le rotonde ornamentali, decorate con forti e maestosi olivi, li accompagnarono in paese.

Non gli fece vedere la casa, che era una comunissima seconda casa di vacanza, ma lo trascinò immediatamente sulla spiaggia. Un po’ sbuffava perchè lei andava troppo veloce, un po’ la redarguiva per via dei sassi, un po’ perchè magari il sentiero era bloccato e bla bla bla.

Come sempre, dopo pochi minuti, lei smise di ascoltarlo, si fece prendere la mano da quella calda di lui e continuò a camminare. La spiaggia era una striscia di sassi né grandi né piccoli, e non incontrarono nessuno. Era una mattina presto di metà settimana, e nessuno si sarebbe preso il disturbo di fare quella passeggiata per arrivare dove lei voleva portarlo.

Il silenzio, con lui, era rassicurante. Il rumore delle onde invece la inquietava un po’. Era la stessa sensazione che le dava il mare.

L’acqua, in generale, le dava un poco di instabilità. Ma del resto, anche la montagna. Forse era semplicemente lei, quella instabile.

La spiaggia si allargò un poco, spuntarono un paio di cigni e un paio di germi che se ne andarono sdegnati una volta capito che non avrebbero avuto pane.

Le canne, che in quel punto erano alte, impedivano la visuale del lago. Se ne sentiva però comunque l’odore, si sentiva il rumore, e si respirava quell’aria particolare che solo i laghi donano.

L’acqua, come aveva previsto, aveva invaso il sentiero. Cercarono di bagnarsi il meno possibile, ma sprofondarono comunque fino alla caviglia.

Lo sentì sacramentare e non ci fece caso, dandogli retta avrebbe solo acceso ulteriormente la scintilla.

E dopo 45 minuti di cammino, la vecchissima scaletta in ferro.

Salì lui, e poi anche lei.

Come sempre, era un posto meraviglioso. Il lembo di terra, l’unico, oltre a Sirmione, ad estendersi come una penisola, offriva una visuale unica. Il lago, davanti a loro, era una tavola piatta e liscia. I gabbiani sopra di loro compivano spirali via via più strette. Il sole si rifletteva sull’acqua e dovettero schermarsi gli occhi.

La sensazione era quella di essere sospesi sopra all’acqua.

Lui cominciò a camminare, e lei lo lasciò fare. Si sedette sopra ai gradini di una vecchia casa e lo seguì con lo sguardo.

Lui si allontanò dall’acqua, si inoltrò dietro ad un palazzo e lesse l’iscrizione che veniva riportata sopra gli antichissimi muri. Sapeva che lo avrebbe fatto e sorrise al vederlo immerso nella lettura. Se solo l’avesse guardata con lo stesso sguardo..! Sorrise di nuovo.

Accarezzò le mura della casa, passò oltre.

Più avanti, c’era una casa enorme, una villa moderna che niente aveva a che vedere col luogo, ma che offriva comunque uno spettacolo meraviglioso. Era una delle tante case del Sig. Rana, quello dei tortellini.  Il prato, perfettamente curato, era sempre uguale, ogni giorno dell’anno, verde e rigoglioso e soffice.

Più avanti ancora, un olivo secolare, illuminato – non in quel momento – da 3 o 4 faretti che puntavano verso l’alto.

Un omaggio ad una meraviglia di natura ed architettura.

Naturalmente lei sospettò solamente che lui stesse vedendo tutte queste cose, non poteva saperlo, lui era sparito dalla sua visuale, e lei ne approfittò per scattare alcune foto. Non tanto per il paesaggio in sé – ne aveva tante di foto – ma come ricordo del momento.

Della sensazione che le dava pensare che lui non era lì adesso, ma che poi sarebbe arrivato.

Quella sensazione meravigliosa che le dava pensare che lui, alla fine, sarebbe stato di nuovo al suo fianco.

E avrebbe potuto darle un bacio, come farle un rimprovero. Non ne aveva idea. Ma sarebbe stato comunque un atto d’amore.

Sarebbe stato comunque lui, e sarebbe stato lì, per lei, in quel momento, in quell’attimo.

Avrebbe potuto guardarlo e riguardarlo.

Avrebbe potuto osservare il suo profilo, o le sue spalle, o il modo in cui stringeva le labbra quando stava per dire qualcosa.

L’attesa del piacere è essa stessa piacere.

E adesso, lei, rannicchiata sopra i gradini, godeva di quell’attesa, del momento in cui lo avrebbe visto spuntare dalla strada e dirigersi verso di lei.

Quel tuffo al cuore che non finiva mai, giorno dopo giorno, la sensazione che dava non abituarsi mai, non dare mai per scontato niente, pensare sempre che tutto sarebbe potuto finire, che lei avrebbe potuto non conoscerlo mai.

E attese così, con le spalle rivolte alla strada, il suo ritorno, fiduciosa che ad un certo punto avrebbe sentito i suoi passi sicuri e cadenzati dietro di lei.

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