Una favola moderna – 1

Lei era né bassa né alta. Né magra né grassa. Non era bionda, ma nemmeno castana. I suoi capelli erano color topo.

Un topo nemmeno molto in salute, ad essere onesti.

Pazienza il colore, esistevano le tinte. Ma i suoi capelli erano anche terribilmente gretti. Doppie punte a volontà, ciuffi ribelli, consistenza di paglia secca.

E poi la pancia, la pancia! Non che fosse grassa, come dicevamo. Ma la sua pancia appoggiava sulla cintura, faceva cucù dai pantaloni, strabordava senza pietà alcuna.

Ovviamente lei non se ne curava, pensava che in fondo l’aspetto esteriore fosse  appunto solo un aspetto… una parte.

Peccato, però, che questa nostra eroina fosse anche terribilmente stupida. Tonta, oseremmo dire. Una di quelle persone che ci arrivano sempre un pochino dopo, che ti guardano con occhi bovini, che dischiudono la bocca rischiando che sciami interi di api nidifichino dentro la loro cavità orale.

Insomma, non era niente di bello né da vedere né da sentire.

Nella società di plastica moderna, si poteva dire che fosse una…..sfigata.

Niente amiche, figuriamoci amici..figuriamoci un ragazzo!

Niente di tutto questo.

Viveva da sola in un monolocale pietosamente arredato. L’arredatore doveva essere cieco, o per lo meno doveva avere qualche problema con i colori.

Non si spiegava altrimenti tutto quel bailamme, quella cacofonia di oggetti e colori e tessuti che nulla avevano a che fare l’uno con l’altro.

E no, non ci stava bene nemmeno lei.

Ciondolava per casa pensando a come fare per svoltare. Si rendeva conto che la sua vita era merdosa. Era tonta si, ma aveva occhi per vedere. E le vetrine, la tv, i giornali, tutto parlava chiarissimo.

Anzi, non parlava. Urlava proprio a gran voce SEI-UNA-SFIGATAAAAAA!

Era sera, e lei, ovviamente sola e dentro un pigiama slabbrato, guardava senza capirlo davvero, un serial televisivo.

Bocca aperta, occhi a mezz’asta.

<toc toc toc toc>.

Girò la testa di scatto. Si guardò attorno.

Qualcuno bussava alla porta??!!

<Sss…s…..i??>

<Senti bella, forza e coraggio, alza quel culo e vieni ad aprire,non farla lunga!>

Sussultò.

Ma andò comunque ad aprire la porta.

Lui era…beh intanto era un LUI.

In casa sua non era mai entrato un….un…uomo!

E che uomo. Alto più o meno un metro e ottanta, denti meravigliosamente bianchi, pelle artificialmente abbronzata ma comunque molto cool, vestiti di sartoria e un’espressione schifata sul suo bellissimo e sexyssimo visino che pareva dipinto da un pittore superbo.

<Mio.dio.sei molto, molto, molto peggio di quelle che avrei mai pensato. Ma cosa avevano in testa quei cretini???>

<Ehm….posso..posso fare qualcosa per lei?>

<Gesù…ma da dove vieni? Dammi del tu, faremo prima. Senti…no. Non puoi fare qualcosa per me. Anzi si, fammi entrare. Da dai dai!>

Con gesti impacciati lo fece entrare e sedere sul divano, chiuse la porta, si schiarì la voce e lo osservò guardarsi attorno con espressione sempre più sconvolta.

<Tu non puoi abitare qui>

<Io…si>

<Ma sempre?>

<Sempre, si…è casa mia>

<Beh cocca..lasciatelo dire, questa NON è una casa. È una tana..o qualcosa del genere>

<Ma lei….tu chi sei?>

<La fatina>

<…….>

<Togliti quell’espressione da dosso. Sono la fatina. Una fatina moderna e terribilmente fica, ma sono la vecchia fatina delle favole, si>

<…………………>

<Ok ok, non ci credi. Non dovrebbe importarmene niente, ma adesso sta diventando una questione di principio! Vuoi una bastarda magia? Tienitela, la tua vecchia e sopravvalutata magia!>

In un PUF, il vecchio divano scalcinato Ikea diventò un bellissimo sofà in un morbido tessuto color lavanda.

Cuscini in tono addolcivano la linea, e con un’alzata di ciglia comparve anche ai piedi del divano un tappeto che pareva tessuto con fili d’oro.

Lei dovette appoggiarsi al tavolo della sala (anche l’unico e comunque molto malridotto).

<Ah-à! Adesso mi credi! Sono o non sono la tua fatina?>

E mentre lo diceva, giochicchiava con un cagnolino minuscolo che era comparso tra le sue braccia. Una specie di incrocio cae-gatto-topo.

Terribile.

Ma ovviamente questo lei non lo disse. Non avrebbe detto niente. Non avrebbe più proferito parola. In fondo era in un sogno. Che passasse pure, che si svegliasse, che finisse tutto, perdiana!

<Non ci siamo, non stai sognando. No, non l’hai detto ad alta voce, sono io che posso leggerti i pensieri, stupida donna. Non sono un sogno, non stai dormendo e sono reale. Reale come può essere una fatina nel corpo di un 35enne meraviglioso  e dannatamente a la page, certo>

<………………………..?>

<Senti, però è meglio se ogni tanto parli, farei un po’ meno fatica. Comunque sono qui per darti una possibilità. Bla bla bla bla….festa….bla bl bla bla…..locale…bla bla bla bla….figo e famoso……bla bla bla….>

Lei sentì solo 2 parole su 10.

Il resto si perse nei meandri del suo cervello intorpidito.

<Un riassunto..?>

<UN RIASSUNTO???????????????????????????????? ?Stupida gallina, ho parlato per mezz’ora, dov’eri????????? Pensavi al modo migliore per bruciare questa casa orribile? Non ti preoccupare, ci posso pensare io!>

<Sono…mortificata>

<Vuoi un riassunto, ok. Sei brutta, sei sfigata, ma qualcuno ha deciso che devi avere anche tu la tua possibilità. Io penserò alla coreografia, tu devi pensare a darti una svegliata, ad essere interessante, ad essere spiritosa e brillante. Hai pochi giorni, e poi sarà IL GIORNO. Ci sarà una festa in via Goni, e ci sarà tutta la crema. Ci sarà anche Paul – nome insulso – so che ti piace. Avrai la tua possibilità. Sarà li con un paio di amici. Sarà l’anima della festa – come sempre quel galletto ebete -, suo padre offre la serata a tutti, una specie di ballo di beneficenza. Se saprai giocare bene le tue carte…..beh ecco, svolterai. Ma credimi, credimi, credimi. E’ impossibile. IMPOSSIBILE. Sei una sfigata, punto e basta.>

<Finito?>

<Oui>

<Cosa dovrebbe succedermi?>

<Oh, lo vedrai>

Uscì di casa, senza uscirci davvero.

Solite stupidaggini magiche, come avrebbe detto lui.

Comunque sparì.

Lei rimase in casa.

Ovviamente sola.

Ovviamente, come prima, sfigata.

Provò anche a guardarsi allo specchio, tanto per vedere se qualcosa era accaduto.

Ma l’immagine che lo specchio le rimandò era fetida come quella di prima.

Va bene, come non detto.

Scosse la testa e affogò i suoi dubbi in un barattolo di gelato alla cioccolata, il suo preferito.

“Forse dovrei trattenermi”

“Ma no”

Alla fine, una sera, passata quasi una settimana, uscendo dalla doccia, lo trovò seduto a bordo wc.

<CAZZO!>

<Ehi, piano>

<Ma anche in bagno…>

E intanto provava a coprirsi, a fare il possibile.

<Fai schifo, se anche non ti copri non ti scambierò mai per una donna, figuriamoci per una donna attraente>

L’espressione di lei forse lo intenerì.

<Va bene, ascolta. Stasera è la tua sera. Adesso ci calmiamo e vediamo cosa possiamo fare per te>

<Perchè dovresti calmarti anche tu?>

<Perchè…perchè è la mia prima volta>

<Cosa?????? Mi vuoi dire che non hai mai fatto questo tipo di…di…magia???>

<Hai problemi? Volevi il capo supremo? Il capo supremo non si scomoda per una sfigata, va bene?! Ci sono io, e sono un tantino alle prime armi, e adesso per favore non farmi venire l’ansia o farò ancora pegg…no, peggio è impossibile. E non alzare gli occhi al cielo, per favore>.

<Puoi uscire che mi vesto?>

<Puoi uscire che mi vesto? Gne gne gne, va bene, va bene>

E con un PUF sordo, scomparve dal bagno e dalla vista di lei, che prima di vestirsi (solita tuta, niente di che) controllò ovunque nel piccolo bagnetto.

Ne uscì ancora umida e con i capelli gocciolanti. Lo trovò sul sofà morbido color lavanda, col solito cagnetto orrendo in braccio, intento a guardarsi le curatissime unghie.

<Hai i capelli bagnati, qual’è il tuo problema santo cielo??>

<Non so, forse mi fa venire il patema pensare ad uno sciroccato nel mio salotto??>

<Sciroccato??!!>

<Ok scusa, sono solo un po’ tesa>

Con calma ostentata lui posò il cagnolino, si lisciò i pantaloni già perfettamente lisciati, si aggiustò la cravatta (si, portava una cravatta!) e si schiarì la voce.

<Signori e signore…>

<Ci sono solo io..>

<Zitta. Signori e signore, qui davanti a voi un’ umana senza arte né parte. Un abbozzo. Una cosina stilizzata. Un errore, fors’anche…>

<Vabbhè..adesso>

<Ho detto zitta!!!> La sua voce rasentava, adesso, l’isterismo.

<Oddio..ma calmati però…perdi un poco di credibilità>

<Ho detto che è un grande momento, per me, quindi, per favore, un po’ di rispetto!>

<Come vuoi>

<E’ giunto il momento. Tra poco questa umana sarà una donna vera. Sexy. Desiderabile. Alla moda. Nella loro società finta e fasulla, lei sarà qualcuno, perchè sarà bella. Tremendamente bella. Ma ovvio, non posso fare tutto io. Non cambierà il suo modo di pensare, o di esprimersi. Sarà sempre lei, dentro – e questo è un vero casino> concluse ridendo a crepapelle.

<In piedi, mettiti davanti a me>

Lei si mosse, si mise davanti a lui, respirò a fondo e chiuse gli occhi. Potendo scegliere, preferiva non vedere.

Sentì solo dei tocchi leggeri. Delle carezze, quasi.

Per un momento pensò a Paul, alle sue mani e alle sue, di carezze.

Quasi ricambiava il tocco.

La fatina..il fatino..emise un suono. Un sussurro.

<Guardati>

La trascinò per le spalle, la pose davanti allo specchio.

Lei era….era perfetta.

Era una dea, era musica, era aria, era sospiro, era profumo, era essenza di donna.

I capelli biondissimi ricadevano morbidi attorno ad un viso che definire angelico sarebbe stato sminuente. L’incarnato era bianco come neve, gli occhi grandi e luminosi ed espressivi, di un colore indefinito tra il blu e il grigio.

Le labbra erano sode, naturalmente rosse e polpose.

Il nasino era grazioso, proporzionato, vagamente capriccioso.

Il trucco era leggero e quasi invisibile, fine e non invadente.

E…buon Dio! I vestiti!

Tutto parlava di soldi…tutto puzzava di soldi a palate.

La maglia, bianca e a collo alto, era morbidissima e le segnava le curve senza essere volgare. I pantaloni, neri e morbidi, le cadevano sopra alle caviglie, le scarpe col tacco alto (non le facevano male!!!) snellivano ancora di più la sua figura e la facevano sembrare una diva del cinema.

Anelli preziosi e luccicanti adornavano le sue manine, uno smalto rosso e lucido completava il tutto.

Al polso destro un costoso orologio di marca, al polso sinistro un bracciale in oro bianco.

Si coprì la bocca con le mani.

Si allontanò dallo specchio.

Si riavvicinò.

E ancora, e ancora.

<………………………………..!!!!!!!!!!>

<Cosa hai detto? Non ti ho capita, parla più forte santo cielo!!>

<!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!>

<Muovi la bocca ma non esce suono….che cacchio fai, svampita??>

<………………………………………………>

La vide correre verso la cucina, prendere un block notes appeso al frigorifero, smaniare, trovare una penna e scrivere qualcosa:

NON RIESCO A PARLARE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

<Non riesco a parlare…che significa??>

CHE NON ESCONO LE PAROLE, SONO MUTA, CHE MI HAI FATTO?????????????????

<Muta?>

CAZZO!

<Stai calma bellina, adesso vediamo…>

ALLE PRIME ARMI EH??

<Senti smettila di scrivere sopra quel foglietto di carta..mi agiti>

Lei accartocciò il foglietto e lo ingoiò, in preda alla follia e alla rabbia.

Intanto lui si era fatto comparire tra le mani un libercolo. Giallo e rovinato.

<Oh. Si…>

<???>

<Si…si…devo…ho..voglio dire…ho sbagliato qualcosa>

<??????>

<Ho sbagliato la formula, va bene??>

Lei prese di nuovo il blocco e la penna.

OK, RISOLVI.

<…c’è un problema. Non posso>

COSA?????

<Non posso fare più di una magia per volta, tra l’una e l’altra deve passare del tempo…>

QUANTO??????

<Una settimana circa>

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