Una favola moderna – 2

Una settimana da gnocca ma senza voce. Il fatino si scusò, adducendo varie scuse, borbottando qualcosa, prendendo in braccio il suo inutile animaletto e scomparendo nel nulla.

Lei…lei pensate forse che sprecò la sua giornata piangendo sulla sua – inutile – voce perduta?

Ma nemmeno un pò.

Lei si guardò e si riguardò. Si rimirò e si voltò nello specchio. Anzi, in tutti gli specchi.

Ne comprò altri. E ancora altri. La sua casa, ora, era piena di specchi. Ma poveretta, era da capire. Quando sentiva fischiare, per strada, pensava alla fortuna che aveva quella donna “sarà bellissima” pensava. Ma..ma…! Era lei!

Le sue gambe snelle e tornite, i suoi fianchi stretti, il suo seno alto e sbarazzino facevano sicuramente voltare gli uomini. Si mise nelle mani di sorridenti commesse e si affidò totalmente a loro. Gli abiti, pur non di alta moda, erano comunque tutta un’altra cosa rispetto alle tute informi nelle quali si infagottava solitamente.

E lei, bontà sua, si crogiolava in queste nuove e bellissime sensazioni. La sensazione di un completo intimo pieno di pizzo, di un pigiama dai colori tenui e dalle trasparenze audaci.

Un profumo messo in punti strategici.

Un paio di scarpe dall’alto plateau e con le quali, grazie al fatino, camminava perfettamente ondeggiando morbidamente i fianchi.

Ahhhhhhh! Quella era vita!

Poco importava che non avesse la sua voce. In fondo, non aveva poi moltissimo da dire.

Arrivò presto la sera della festa. Il fatino si presentò a casa sua con un abito meraviglioso <un cadeau…come si dice>.

L’abito pareva intessuto direttamente da maghe. E oddio…pensandoci magari era proprio così! Era di seta color avorio, lungo fino al ginocchio. Era morbido ed elegante e aderiva perfettamente alla sua figura.

<Urrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrca! Hanno fatto davvero un miracolo!>

<…?>

<ma come chi?? le fate..le fate!>

Non maghe, fate. Suo malgrado lei dovette sorridere e scuotere la testa.

Si infilò le scarpe, abbracciò un fatino duro come una scopa <odio le smancerie umane!> e salì in auto. Certo, era pur sempre una vecchia utilitaria, ma avrebbe parcheggiato lontano. Nessuno se ne sarebbe accorto.

La festa era al culmine. Eppure, non ci fu una persona, uomo o donna che fosse, che non si voltò al suo ingresso. La musica parve fermarsi. Tutti bisbigliavano nelle orecchie altrui. Chi sarà? Da dove è venuta? E’ una vip? La conosci? Ah la conosci?? Ah hai anche avuto una storia con lei?? Noooooo, l’hai mollata tu?????

Paul, come gli altri, era immobile. La guardò a lungo, si avvicinò poi a lei, mento in alto, sorriso strafottente, una mano protesa verso di lei.

<chiunque tu sia, sei una visione. stai con me, stasera>

Lei dovette limitarsi a sorridere, indicando la gola e facendo un gesto con pollice e indice, come a dire “non c’è”.

<oh…sei..sei senza voce!>

E dentro di sè il buon vecchio Paul stava pensando “Pacchia! Gnocca e muta! La donna idealeeeeee!”

Lei invece, galvanizzata, rinacque, quella sera, donna.

Fu accomodante, fu sexy, fu dolce.

Accompagnò Paul ovunque, la sua mano sotto al suo braccio destro, un sorriso deciso ma non da prima donna sul volto perfettamente truccato. Gli versava il vino, gli posava il bicchiere, gli allungava una tartina, precedeva ogni desiderio ed ogni ghiribizzo del suo compagno. Paul le era sempre piaciuto, lo conosceva da anni, ovviamente senza che lui si fosse mai dato la pena di conoscere lei. Ma questo a lei ora non importava. Tutti quegli anni di osservazione avevano ora dato i loro frutti. Era la metà della sua mela. Era il suo futuro. Era la sua donna.

Da parte sua Paul non poteva credere alla sua fortuna sfacciata. Quella donna era bellissima. Semplicemente…come si diceva..? Eterea? Eterea, si.

Nonostante fosse un uomo di mondo e ne avesse viste, di belle donne, quella al suo fianco aveva qualcosa di insolito. Una luce in fondo agli occhi, forse.

Non la lasciò andare per tutta la notte. Eppure a lui piaceva cambiare compagna, prima questa, ora quella, tempo del dolce solitamente le sue mani avevano toccato almeno 5 o 6 donne.

Ma non quella sera.

La festa volgeva al termine, gli invitati, tutti rigorosamente in frak e abito da sera, venivano a salutarli, a complimentarsi, a fare osservazioni inutili e scontate. Avrebbe dovuto sopportare ancora molto? Sperava di no.

Fu lei a decidere.

Per una volta, per una sola volta nella sua vita, decise per se stessa. Lo trascinò via da lì. Gli fece capire che voleva andare via. Che voleva stare sola con lui.

A sua volta, non appena lui ebbe capito, fu trascinata lungo vicoli scuri, accarezzata e baciata e stretta non senza una strana urgenza e forza.

<amore…amore mio> diceva la sua voce roca.

Lei esultava, sorrideva, lo stringeva, lo baciava e gli carezzava i capelli neri.

“Sei mio, finalmente sei mio”.

La casa di Paul era come lui. Bella, bellissima, sfacciata, milionaria. Totalmente nei toni del bianco e del nero. Divani immensi, televisione immensa, tappeti immensi, finestre immense. Magnificenza, ricchezza, inutilità. Per un momento lei pensò alla sua casa, alla sua tana. Pensò al fatino, scacciò quel pensiero.

Il mattino dopo, ancora abbracciata a lui, sentì una voce accanto a lei <Uèèèèèèèèè! Svegliati, svampitella! E’ ora di andare, sciò sciò sciò!>

Prima che il suo chiasso svegliasse Paul si rivestì in fretta e furia, scese le scale, ritornò alla sua auto e ritornò alla sua sgangherata casa.

<Bene bene bene, mi hanno comunicato che adesso posso ridarti la tua voce e …il tuo aspetto…se vuoi…accomodarti…no no…non fare resistenza piccola vipera…hai avuto la tua serata, hai avuto anche la tua nottata..e adesso…au revoir bellezza…>

<………..?…………..!>

<Oh ma perchè mi devo sforzare così? Cos’è che dici?? Che hai avuto poco tempo?? Ma ragazza mia, la vita è così…è dura per tutti…ora su, forza…qui davanti a me, dai! Op op op!>

Faccia sconfitta e braccia lungo i fianchi, si predispose alla magia inversa.

Di nuovo le sue dita sopra di lei, di nuovo quelle carezze e poi…basta.

Non dovette guardarsi allo specchio questa volta.

Seppe che tutto era andato a buon (??) fine.

Che lei era di nuovo la lei-sfigata.

<prova prova…>

<Non sei mica ad un concerto..prova prova???>

<Volevo sapere se questa volta avevi fatto le cose come si deve…e purtroppo a ‘sto giro ci sei riuscito, accidenti>

<Simpatica, molto. Ascolta…io adesso devo andare. E’ stato bello…inutile ma bello. Hai avuto la tua occasione per svoltare…come vedi non ti ha chiesto di sposarlo nè di stare con lui per tutta la vita. Non ti ha detto che sarebbe stato con te anche fossi stata una cessa e bla bla bla…insomma, è andata, via.>

Le fece un patpatpat sulla testa, come si fa con i cagnoloni per chietarli.

E PUF..come sempre, scomparve.

Si ritrovò sola, nella sua casa scalcinata, dai colori non abbinati, dalla cucina troppo piccola, dal bagno minuscolo e umido, dal letto cigolante.

Fece un profondo sospiro, si mise una camicia bianca, un paio di jeans non nuovi ma comunque non troppo sgualciti, un paio di sneakers bianche, si legò i capelli, si lavò i denti e….si incamminò decisa verso casa di Paul.

Ad aprirle venne lui stesso.

Una faccia sconvolta.

Anzi…decisamente scazzata.

<si?>

<sono io>

<Senti hai sbagliato casa ok? Buonanotte>

<Sono le 4 del pomeriggio>

<Appunto, buonanotte>

Lei notò che le narici di lui erano sporche di qualcosa di bianco. La tentazione di pulirlo – come avrebbe fatto la sera prima – fu forte.

Ma si trattenne.

<Sono la ragazza di ieri notte, quella della festa>

<Abbiamo pagato il catering, cosa vuoi??>

<Io non sono una cameriera!>

<Una cuoca, va bene, ma ripeto…che cacchio vuoi?????>

<Io sono quella che ha passato la serata con te…abito bianco..capelli biondi…>

<Merda, quella stronza mi ha proprio mollato…! Ma come fai a conoscerla??>

<Sono io..>

<Si, certo. Ascolta se la vedi dille che…dille che…oh, affanculo, non dirle niente. Stronza>

<Ma…ma…>

Lui scomparve, si sentì un rumore soffocato, un suono di conati a vuoto, qualche botta contro il muro e ricomparve con una banconota in mano.

<Senti, non sto benissimo. Prendi questi, vai a comprarti qualcosa, fai quel che ti pare, ma levati dalla mia vista, ti prego, sei qualcosa di orrendo, disturbi proprio la vista>

Lei si sentì crollare. Si appoggiò alla parete. Davvero aveva creduto che lui l’avrebbe ascoltata? Davvero aveva creduto che lui l’avrebbe riconosciuta? messa così?? Ma certo, si era messa in ordine, ma i jeans avevano almeno 12 anni, la camicia sembrava davvero quella di una cameriera, le scarpe erano rovinate e macchiate, i capelli erano spenti e senza tono. Dio, che pena che si faceva.

Maledetto fatino!

Fu un secondo.

Un battito di ciglia.

Davanti a lei un uomo abominevole. Largo, larghissimo. Basso, bassissimo.

Occhi gonfi e borse cadenti.

Denti cariati e giallognoli.

Colorito grigiastro e capelli unti e radi.

<Io se fossi in te, invece di dare soldi a me, li spenderei per una plastica>

<Una plast…che dici?>

<Prego…vai pure nel tuo bellissimo bagno..>

E mentre lui correva in bagno, lei chiuse la porta dell’appartamente dell’ex Paul-il-figo sorridendo sorniona.

Lungo la tromba delle scale – ma forse si era sbagliata – le parve di sentire un lieve abbaiare. Che poteva essere l’abbaiare di un cagnino di piccola taglia. Piccolissima taglia. Un pò cane, un pò gatto, un pò topo.

<GRAZIE FATINOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!>

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...