Ho un papà

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Ho un papà.

Be’, tutti ne hanno uno.

Ci sono quelli che spariscono, quelli che muoiono più o meno improvvisamente, quelli che paiono usciti da una pubblicità del Mulino Bianco, quelli che urlano, quelli che parlano poco, quelli che trattano i figli come fossero proprietà, quelli che se ne fregano, quelli che giocano a calcio e vogliono fare i giovani, quelli che sono nati vecchi e moriranno vecchi, quelli che vanno a puttane e nessuno se ne accorge, quelli che dispensano consigli sbagliati, quelli che fissano la televisione e poco altro, quelli che pensano che dei figli se ne debbano occupare le donne, quelli del giorno d’oggi che sono interscambiabili con le mamme, quelli che vengono chiamati “mammo”, quelli che vengono chiamati “papy” dalle loro mogli, quelli che vanno al bar e si lamentano della loro vita scolorita.

Io ho il mio, che c’è ma non c’è. C’è perché esiste, non c’è perché non c’è quando vorrei. C’è, è da qualche parte, io so anche dove, posso andare a trovarlo quando voglio, lo posso vedere su Skype quando voglio, usa Whatsapp, usa le e-mail, usa tutto quello che deve usare per rendere le distanze meno distanze. E lo fa bene, accidenti se lo fa bene. Niente da dire.

Ma non è che ci sia.

A volte fa comodo, perché almeno eviti di doverti giustificare con l’ennesima persona, guardare negli occhi l’ennesima persona quando hai fatto un errore grossolano, e a volte fa comodo non avere proprio tutti-tutti i detrattori a portata di mano.

Il punto è che però, il più delle volte, tutti ne hanno uno. Tutti o quasi tutti. E tu, il tuo, non lo hai. Il che è un vero peccato, perché se ci fosse insegnerebbe qualcosa sull’essere genitore a molti, anche solo a vederlo, anche solo a sentirlo parlare, anche solo a osservarlo con un minimo in più di attenzione.

Spesso è in giacca e cravatta, rigido e istituzionale.

Ma quello non è il mio vero papà.

Il mio vero papà è in pantaloni di velluto a coste e maglione di cachemire. Si mette il maglione di cachemire anche se ha un caldo tremendo perché in questo modo i nipoti possono arrampicarsi sulle gambe e ricevere un abbraccio caldo e morbido. Che poi, a ben pensarci, il più dell’esistenza è fatto di abbracci caldi e morbidi, quindi lo capisco.

Se chiudo gli occhi e penso a lui lo vedo sopra una poltrona, una piccola luce al suo fianco, un libro in mano, le gambe accavallate e, forse, una musica leggera nell’aria. Come me evita la confusione, le luci troppo forti, le situazioni obbligate. Una volta mi ha chiamato opportunista: non me lo sono mai dimenticato, mai. Probabilmente voleva essere un’offesa, più probabilmente un dato di fatto, un’osservazione critica; ai miei occhi risuonò come una specie di condanna a morte. Adesso che sono adulta (più adulta) penso avesse ragione, e a dirla tutta non mi pare un’offesa. Nonostante forse non mi conosca a menadito, ci aveva semplicemente visto giusto. La cosa più triste? Che siamo immensamente diversi in tutto, a parte le poche cose che ho scritto. Lui è innamorato della vita, crede nelle persone, nella forza delle opportunità, nello sforzo personale. Io credo in pochissime cose, men che mai in me stessa.

Ex professore universitario, professionista affermato e datore di lavoro attento, preciso e umano, mette in soggezione più o meno chiunque abbia un paio di occhi, un cuore e un cervello. Ma chiedigli di andare a fare la spesa e ciò che accadrà avrà dell’incredibile. Può salvare un’azienda dal fallimento ma davanti a una COOP regredisce a un’età compresa tra i due e i quattro anni. Perdersi in un bicchiere d’acqua, con lui, smette di essere un banale modo di dire e diventa tragica realtà. Credo sia la cosa che mi diverte di più in assoluto nella vita, a dire la verità, vederlo alle prese con le compere.

Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me se ci fosse stato-stato, come gli altri che ci sono-sono. Mi chiedo come sarebbe avere uno di quei papà in pensione che vanno a prendere il nipote a scuola e poi lo portano al circolo, o al parco, o al supermercato. Non credo lo saprò mai, perché io dovrò saltare molti passaggi, come molti ne ho saltati con la mia mamma. Ci sono persone classiche e persone meno classiche, persone atipiche di nascita e persone che gli atipici lo fanno perché si sentono più cool, più visibili. I papà classici e i papà un pochino meno classici. Io credo di aver ricevuto in dono il modello “un pochino meno classico”, che ha qualche difetto di fabbrica ma che, a ben vedere, non mi ha mai spinta al reclamo. Non dico che il difetto dell’assenza possa essere colmato dall’amore, dalla tecnologia, dal carisma, dai ricordi e bla bla bla.

Non dico questo.

Ma forse sì.

Puoi venire qui?

– Puoi venire qui?
– Io… sarei… sì, certo. Sto arrivando.
Ma le sue parole erano cadute nel vuoto, sostituite dal suono cupo della chiamata interrotta. Il cuore batteva più velocemente, accelerato da un senso di angoscia abbastanza potente da fargli tremare le mani. Dove aveva messo le chiavi di casa sua? A volte le nascondeva per non cadere in tentazione e usarle, entrare in casa, sorprenderla mentre viveva.
Superò i limiti, smozzicando preghiere e imprecazioni in egual misura, controllando il display del telefono ogni mezzo minuto, stringendo forte il volante con entrambe le mani, ormai rigide per la tensione.
La porta era aperta, il salotto vuoto della sua presenza e stracolmo di libri, libri ovunque. Libri sul divano, libri sul tavolino, sotto al tappeto, sul lavello della cucina, sopra a una lampada. Non riusciva a contarli. Erano decine e decine e decine. Erano ovunque. Erano troppi. Si aggrappò allo schienale del divano, la chiamò a voce altissima, andava verso il bagno come trasportato da un sesto senso, come da un richiamo animale.
Dentro alla vasca, vino in una mano e libro nell’altra, trucco sbavato e capelli gocciolanti, lo fissò seria.
– Sei venuto.
– Cosa fai?
– Leggo. Bevo.
– Sì, lo vedo.
– E?
– E mi chiedevo cosa fosse quel disastro di là, in salotto.
– Libri.
– Ho visto anche quello, sì. Ma i libri dovrebbero stare sugli scaffali, non per terra.
– Cercavo una cosa.
– Ah, li hai consultati.
– Oh, sì. Uno per uno. Da quelli antichi, ai classici, alle chiassose modernità. Tutti. Uno. Per. Uno.
Ne ho tanti, sai?
– Sì, lo so. Cosa cercavi?
– Vieni qui.
Gli prese la mano e se la appoggiò sulla gota sinistra, chiudendo gli occhi lentamente. Pareva addormentata.
– … cercavo te, in ogni libro.

Tale stanza

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La casa, esattamente come lei, a un osservatore qualunque pareva niente meno che comune e, come si suole dire, nella norma.

C’è qualcosa di più onesto, banale e sincero di una villa a schiera? Non credo. Vista una, viste tutte. Giardinetto sul davanti (spesso non più grande di un fazzoletto da naso), giardinetto sul retro (non li vedete, ma sono più piccoli di un fazzoletto da naso), imposte di legno verdi e, qualora vi sia una padrona di casa, qualche fiore appeso ai balconi, solitamente gerani, il più delle volte fucsia o rossi.

Ed ecco quindi, come dicevo, che a un osservatore esterno la casa e la padrona apparivano tranquille, oneste, serenamente ordinarie. Le cose, però, hanno sempre un “di fuori” e un “di dentro”, lo saprete bene, no?

Al numero 74, infatti, le cose dentro erano ben diverse dalle cose fuori. Da una villetta a schiera ci si aspettano compostezza, ordine, quadri dozzinali, centrini in pizzo e odore di cavolo bollito. O almeno è quello che mi sono sempre atteso io, il che non significa che debba per forza di cose essere la verità, me ne rendo ben conto. Tuttavia, una volta conosciuta la padrona di casa, non restai affatto stupito di ciò che trovai una volta che mi chiusi l’uscio alle spalle.

Pareti color tortora, un grosso divano angolare di pelle bianca, e mobili che avevano tutta l’aria di essere antichi. Quando glielo chiesi, fece una sonora risata e mi spiegò che sì, lo erano e, sempre ridendo, mi supplicò (ovviamente celiava) di non rubare nulla spiegandomi che quelli non erano certo frutto delle sue pochissime fatiche, ma lasciti materni e paterni, persone appassionate di oggetti antichi e, sopra a tutto, belli.

Ad ogni buon conto, nulla mi sembrava fuori posto o fuori luogo; il salotto era un normalissimo salotto comodo e funzionale. Talmente funzionale che non vi si trovavano ninnoli, statuette, centrini, tovagliette, cofanetti, bicchierini, libricini o altre cose di questo tipo. Poiché oramai la conoscevo, supposi che la scelta fosse dettata dal fatto che odiava perdere tempo prezioso spolverando, lavando, lustrando, incerando, ripulendo e aspirando. Il resto della casa era più o meno simile al salotto. La cucina era in legno laccato bianco e marmo nero, le scale in marmo rosa, la camera padronale in stile country chic sui toni del rosa antico e del beige, altre scale in marmo rosa che salivano verso una mansarda ben illuminata quasi totalmente occupata da una grandissima libreria. Ovviamente, mi avvicinai. Potevo forse resistere? Nonostante avessi avuto modo di conoscere la donna che mi stava facendo strada in casa sua, conoscere i suoi gusti letterari era un’occasione troppo ghiotta, e non me la feci scappare. Feci un cenno come per chiedere il permesso e, dopo aver ricevuto un sorriso d’incoraggiamento, mi avvicinai a questa grande libreria in legno scurissimo che riempiva tutta la parete principale.

Horror, romance, gialli, vampiri, zombi, amori impossibili, detective, coltelli, castelli, draghi, assassini, i grandi classici, tantissimi nomi mai sentiti (“Mi piacciono gli esordienti, li trovo… carini!” mi spiegò lei), copertine rigide, brossure, qualche libro (intonso) sulla genitorialità, nessun libro di cucina (ma non avrei mai dubitato del contrario), impressionismo, arte funeraria, romanzi rosa da due soldi, Eco, Malvaldi, Ravera, poveri noi qualcosa di Volo, tantissimo fantasy. Ne uscii molto più confuso di prima, ma non feci domande, del resto che risposta avrebbe potuto darmi?

Mi prese per mano e, scendendo nuovamente le scale, mi riportò al piano delle camere da letto, aprendo per me l’ultima stanza che mancava. Sorrideva furbetta, quasi emozionata, gli occhi brillanti, la mano a farmi cenno di entrare.

Entrai in una piccola stanza, stretta e lunga, lasciata andare totalmente a se stessa, eppure pregna di fascino e sensazione. Da una parte, improbabili attrezzi ginnici dai colori sgargianti e imbarazzanti. Tappetini da yoga, una cyclette, uno step, un curioso affare dalla forma simile a quella dell’infinito (un otto rovesciato). Alzai un sopracciglio e spostai lo sguardo altrove. Trovai una scrivania antica ma piccina, ingombra di carte, blocchi per appunti, fogliettini adesivi giallo carico, fogli sparsi, disegni infantili (la figlia, immaginai), blocchi di fogli rilegati con spirali colorate (“Le bozze che correggo” mi interruppe lei, che evidentemente stava seguendo il mio sguardo), appunti presi su scontrini, liste della spesa, etichette e molte, moltissime penne. Quasi tutte orribili e molto kitsch. C’era quella con la gondola veneziana che fluttuava su e giù, quella slovacca ricoperta di strass, quella londinese con una enorme cabina rossa pendente dal tappo, quella minuscola proveniente dalla Grande Mela, quella banalotta da ufficio (“Solo a punta larga, almeno 0,7, altrimenti non le uso”), lapis, evidenziatori (ne contai almeno cinque), la classica matita rossa e blu delle maestre di una volta, e una bella stilografica nera e lucida di marca (“Non la uso mai, è troppo chic, mi fa venire i complessi di inferiorità!”).

E poi quadri, stampe, fotografie, acquerelli, disegni, locandine di film e un planisfero di dimensioni impossibili da descrivere. Era certamente uno spettacolo vedere il nostro mondo così, colorato e disteso davanti agli occhi e potei capire perché, nonostante se ne facesse ben poco (nella mia testa basica e immatura, solo un insegnante di geografia o di storia poteva desiderare un planisfero, e probabilmente si sarebbe accontentato di una cosina più modesta), avesse scelto di occupare un’intera parete con quella bellissima stampa plastificata.

Mi spiegò, senza perdere il sorriso, che quella stanza e solo quella, per lei, era casa sua. Caos, colori, disordine, libri, appunti e tutti quei quadri e quelle fotografie. Quella stanza era lei. Odori, impressioni, colori, cinque sensi allertati e tanti amici attorno. Quella foto era di Alessandro, quel disegno di Simona, quel quadro di Paolo. “Dagli amici prendo le cose belle che sanno creare e me le piazzo attorno, per me è un onore” continuò guardandosi attorno felice.

Sapeva bene, mi spiegò, che non era la stanza più ordinata della casa, e nemmeno, forse, la più bella. Ma era sua e solo sua. Non aveva molto senso, perché gli oggetti erano casuali e apparentemente privi di senso. Cosa aveva a che fare quel grosso gufo con quella foto di acini d’uva al tramonto? E cosa aveva a che fare quel planisfero con quella stampa che richiamava il fantastico? E soprattutto – ma non lo chiesi – cosa c’entravano quegli attrezzi ginnici? Nulla, se non l’amore per il bello e per gli amici e per l’arte, qualunque essa sia.

Be’, la capii.

E considerai che no, non era affatto la stanza più ordinata della casa, e che sì, c’erano delle briciole (“Taralli pugliesi, ne vado matta!”) e che forse tutta quella polvere non andava granché d’accordo con la sua recente allergia agli acari ma che sì, era davvero la sua stanza, la sua casa, il suo rifugio, il suo riposo.

Ed ecco quindi che, dietro la facciata di una banale villa a schiera, si nascondeva una stanza magica, riempita di sogni, amici, speranze, progetti e parole.

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da: xxx.xxxxxxxx@gmail.com

a: xxxxxxx@tiscali.it

data: 13 maggio 2015 02.53

oggetto: Confessioni di una mente pericolosa

proveniente da: gmail.com

Trovi disgustoso che io ti scriva una mail dopo aver fatto l’amore con un altro uomo?

Immagino di sì.

Cambia qualcosa se ti dico che non ho fatto l’amore ma ho anzi scopato senza pietà?

Immagino di no, sei troppo pieno di te e manchi totalmente del più banale e basico senso dell’umorismo. È terribile amore mio, terribile. Dovresti fare qualcosa, dico sul serio.

Curioso, nemmeno avevo voglia di sesso, stasera. Avevo voglia di stare in casa, rilassarmi un po’, fare quello che fanno le donne quando sono sole in casa. L’idea era quella di riempire la vasca, versarmi qualcosa da bere, immergermi e stare lì, immobile e immutabile, fino a quando l’acqua non fosse diventata ghiacciata. Poi riempire nuovamente la vasca di altra acqua calda. E riempire di nuovo il bicchiere. In loop. Vasca-bicchiere-vasca-bicchiere. E pensare, magari a te.

Invece, alle nove, mi ha chiamato Claudia e mi ha detto usciamo. Ho detto va bene. Mi sono fatta una doccia, mi sono truccata, ho soppesato qualche jeans e qualche maglia, ho buttato tutto sul letto, ho preso in mano l’abito nero di pizzo, quello corto e stretto che quando me lo metto mi guardi come se fossi la peggiore delle puttane e ti mordi il labbro per impedirti di dire qualcosa di cui poi ti pentiresti. Ma lo vedo che ti mordi il labbro, e vedo che stringi i pugni e dentro di me qualcuno esulta, qualcuno ride in maniera sguaiata, penso che allora sei vivo, che sei geloso, oppure no, che mi disprezzi e basta.

Ho infilato le scarpe che non metto mai, quelle nere lucide con la suola rossa, quelle che mi sono comprata in uno dei miei tanti momenti di isterismo. Mi sembravano adatte all’occasione, al vestito, alla mia situazione contingente.   Sono uscita di casa senza profumo, senza smalto sulle mani, senza speranze, anche.

Siamo finite in un locale molto alla moda del centro tutto gambe scoperte, braccia abbronzate, uomini sorridenti, maniche della camicia arrotolate, mocassini e risvoltini ai pantaloni, hai presente il tipo di locale? Il tipo di posto che tu disprezzi e forse un pochino anche io, ma solo un pochino. Il tipo di locale in cui gli uomini guardano e le donne si fanno guardare, a volte approcciare, più spesso solo offrire da bere. Un evergreen, insomma.

La musica era altissima, le luci molto basse, una Bologna insolitamente calda e appiccicosa. Ho bevuto un White lady, poi un altro. Il primo l’ho ingollato in un paio di sorsi, Claudia ha detto qualcosa, non ho sentito, ho scosso le spalle. Il gin è entrato in circolo, ho chiuso gli occhi, i muscoli si sono rilassati, infiniti nodi di tensione si sono sciolti quasi improvvisamente, mi sentivo bene, bene davvero.

Lui si chiamava… si chiama, Raffaele. Non ne sono sicura, ma dubito anche abbia importanza. Mi ha offerto il terzo White lady, ho apprezzato che avesse fatto caso a quello che stavo bevendo prima, ha evitato facessi mix di roba diversa, no? Ha evitato di farmi stare male, no? Io l’ho trovato carino. Mi parlava stando lontano, senza toccarmi, senza dirmi le solite cazzate, senza blandirmi, senza comportarsi da imbonitore di se stesso. Ho apprezzato anche questo.

Camicia bianca, jeans, scarpe da barca. Un bel polso forte cinto da un orologio di prestigio, unghie curate, occhi brillanti, un tatuaggio che spuntava dal collo della camicia. Mi chiedeva delle cose, ascoltava le risposte, sorrideva e rideva e si toccava il naso e beveva qualcosa che sembrava analcolico e innocuo parlando del suo lavoro e della sua moto e degli ultimi libri letti, le ultime vacanze fatte, le ultime persone viste. Mi piaceva, era rilassante, sorridente e aperto com’era. Non aveva voglia di scoparmi, solo di parlare. Era curioso davvero, non aveva mai conosciuto una pittrice. Gli ho detto quello che potevo, quello che avevo voglia di dire, ho parlato di te, detto quanto sia difficile lavorare per l’uomo che si ama, dei litigi, delle incomprensioni, di quanto sia disumano cercare di separare vita privata e lavoro e di quanto noi non ci riusciamo, in effetti.

Lui faceva sì con la testa, dei brevi cenni di assenso come a dire Ti capisco, sorrideva leggero e si ruotava il bicchiere tra le mani.

Ho mandato un messaggio a Claudia, detto che sarei andata via per conto mio, ho spento il cellulare, spento il cervello.

Abbiamo camminato in una Bologna sempre più deserta e sempre più fredda, i miei tacchi sempre più scomodi (mi avresti detto che la prossima volta avrei imparato a vestirmi comoda e calda), i silenzi sempre più prolungati.

Mi sono fermata in mezzo alla strada, ormai vicina a casa. Non resistevo più, odio i tempi morti, odio la suspance, lo sai. È tornato indietro, si è messo davanti a me, mi sono appoggiata contro il suo petto, il collo scoperto, il trucco sicuramente parte sbavato, gli occhi ben aperti, forse un piccolo sorriso d’imbarazzo. Era altissimo, gli arrivavo appena al mento. Non ha tolto le mani dalle tasche, mi ha baciato con foga. Ho mugolato qualcosa, cagna che sono. Mi ha preso il collo con una mano, premuta ancora di più contro di sé, penetrato ancora più a fondo nella mia bocca anestetizzata dall’alcool. Siamo rimasti così pochi secondi, abbiamo ripreso a camminare, questa volta ancora più silenziosi, più imbarazzati, meno preparati.

Odio i tempi morti, l’ho già detto? E odio quelle situazioni da Io so che tu sai che io so. Per favore, non le tollero.

Mi sono tolta le scarpe, ho salito le scale, chiuso la porta, di nuovo baciato lui che, con un solo gesto, mi ha lasciato nuda, percorsa tutta con una mano, sorrideva. Ho detto Non parlare, ha risposto che non aveva la minima intenzione. Non l’ho spogliato io, non lo so fare, e poi tremavo troppo. Aveva una sicurezza incredibile, stava davanti a me nudo, guardandomi attentamente, come se volesse imprimere parti di me nella sua memoria. Mi ha leccata ovunque, dal collo ai piedi, alle orecchie, alle ginocchia, all’ombelico, mi ha succhiata e morsa. Non ha mai smesso di guardarmi. E io non ho mai smesso di guardare lui. Volevo ricordare tutto, tutto. Il perché non ci fossi tu. Il perché non mi sentissi in colpa. Perché godessi così, sospirassi così, lo graffiassi così. Non ti ho mai graffiato. Non me lo hai mai permesso. Mi togli le mani, mi metti una mano sulla bocca, mi guardi sospirando come fossi una bambina monella.

Mi ha lasciato urlare, mordere, graffiare. Mi ha fatto venire una, due, tre volte. Mormorava parole piccine come Rilassati oppure Va bene così. Si è lasciato esplorare, ha chiuso gli occhi, era fiducia piena, tasselli perfettamente inseriti, fluidità massima. Non ero abituata, rigido e composto e teso come sei, pronto a difenderti o andare via all’improvviso, chiuderti e tenere fuori tutto e tutti.

Ho spalancato gli occhi, sorriso ancora, chinata su di lui, coperta dai capelli che aveva deciso di slegarmi.

Non è rimasto, poi. Non ha chiesto di rivederci, non lo rivedrò mai più. Mi duole la testa, il cuore, la gola, le mani.

Mi sembrava di averne bisogno, forse era vero.

Null’altro da dire. Stanotte non dormirò. Anzi, ho come l’impressione che non dormirò mai più. Ti bacio, amore mio.

K.

Le smamme

SimonaAcquerello (1)

Mi piace pensare alle mamme imperfette, le smamme. Quelle che si alzano al mattino e il primo pensiero è “già?!”, quelle che per bersi un caffè senza rumori attorno puntano la sveglia mezz’ora prima, quelle che si dimenticano le visite mediche , quelle che si dimenticano la merenda.

Mi piace pensare a quelle con le scarpe basse e comode, adatte a danzare la vita. Quelle col fiato corto, il cuore grande e gli occhi ben aperti per cogliere l’amore.

Mi piace pensare a quelle truccate un occhio sì e un occhio no, la giacca buttata addosso nemmeno fosse il poncho di un caballero, svolazzante e precario. 

Mi piace pensare a quelle stanche e curvate dai troppi problemi, sollevate da una carezza improvvisa, un abbraccio immotivato, uno sguardo complice.

Le mamme giovani e belle, le mamme anziane e stropicciate, quelle che sanno di biscotto e varechina, quelle che fanno le parole incrociate con gli occhiali ben calcati sul naso, quelle che non rinunciano alla parrucchiera al sabato mattina, quelle che anche se hai ormai una famiglia e dei figli ti trattano come se avessi ancora dieci anni.

Mi piace pensare alle mamme che c’erano e non ci sono più, luci nel cielo, fiocchi di neve, profumi che ritornano nel mondo incantato dei sogni, piume di ricordi.

Mi piace pensare alle mamme che sono anche donne, amiche, mogli, fidanzate e lavoratrici, quelle che a fine giornata si sentono di aver fatto tutto, sì, ma tutto e male, e si sentono in colpa verso i figli, il marito, il datore di lavoro, la società, il gatto, il cane, e chi più ne ha più ne metta, perché se non ti senti in colpa non sei nessuno, al giorno d’oggi.

Qualcuno che ti aspetta alzato, che rimpiangerai di aver deluso, fatto preoccupare, piangere, arrabbiare.

La sensazione delle labbra sulla fronte quando hai la febbre.

Quella sottile emozione che passa sul tuo viso quando qualcuno ti dice “assomigli tantissimo alla tua mamma”.

Le sue mani che stringono le tue, il suo modo di parlare, di ridere, di sistemarsi i capelli, di essere quella che è e che un pochino sei anche tu, perché insieme al colore degli occhi e dei capelli ti ha trasmesso anche altro; ti muovi come lei, usi le sue espressioni, ti commuovi per le stesse cose e, quando ti guardi allo specchio, vedi anche lei. E sorridi e ti sorprendi, scuoti la testa.

Auguri, a tutte.

(L’immagine è stata amorevolmente realizzata da: Simona Merighi)

E quindi?

– Entra pure, sto finendo di fare allenamento.
– Ma cosa fai allenamento a fare? Sei donna di concetto, mica da estetica.
– In che senso, scusa? Non farmi incazzare che non è giornata, attenzione.
– Voglio solo dire che sei una che bada alla sostanza delle cose, e che ti piace l’arte, ti piace leggere, scrivere… non te ne importa niente di apparire. Non te ne è mai importato niente, a dire la verità, nemmeno quando eri più… ehm… giovane.
– Più giovane? Lasciamo perdere. Comunque, ti è mai saltato in mente che potrei voler fare attività fisica per salute? Dico così, per dire.
– Per salute! Ma se ti sfondi di cibo spazzatura, ascolti musica di merda e dormiresti ventisei ore al giorno! Per favore, non siamo ridicoli. Non piaci di certo per il tuo fisico del ruolo, tu.
– Ah! Sentiamo, per cosa piaccio? Mi alzo da questo tappetino, mi hai stancato e non riesco a prendere fiato.
– Hai una mente brillante, ecco tutto. Sei simpatica e abbastanza intelligente.
– … e non trovo un uomo nemmeno a morire.
– Non hai bisogno di uomini, ci sei già tu.
– Cosa?
– Ehm… nel senso che basti a te stessa. Non hai bisogno di qualcuno che scodinzoli al tuo fianco, ragazza mia.
– Mi basterebbe camminasse, a dire la verità. Tipo: tu mi trovi bella? Usciresti con me?
– C… cosa? I… Io sì, no… sono impegnatissimo.
– Non dico davvero. Ma tu, essendo uomo, usciresti con me?
– No, non credo.
– Grazie!
– Oh, dai. Sei troppo, troppo impegnativa. Non vuoi stare sola, ma in coppia diventi isterica. Recrimini tutto, giudichi tutto, sbuffi e alzi gli occhi al cielo facendo sentire l’altro poco più o poco meno di un paramecio, un essere unicellulare quando va bene. Quando va male, fai sentire l’altro completamente inutile sia ai fini amorosi che riproduttivi. Non hai bisogno di soldi, non hai bisogno di complimenti, non hai bisogno di sesso. Hai bisogno di compagnia, come tutti.
– E sia, regalami un cane.
– Dai, non prendertela, ma un po’ dai questa impressione.
– Apri bene le orecchie perché sto per rivelarti qualcosa di importantissimo. Aperte? Sì? Ho un immenso bisogno di amore, di complimenti, di attenzioni, di un uomo che sia un uomo, di affetto, di abbracci, di cose, di idee condivise, di futuro – anche se non troppo lontano, non mi fido più – di regali, di cene in posti strani, belli o romantici, di nomignoli imbarazzanti, di sacrifici fatti per me, di sogni. Di un uomo che mi guarda e vede me e me sola, che dopo anni ancora mi dice che sono bella, che mi fa domande, che si interroga, che dedica spazio e tempo a me ma anche agli altri, che mi corteggia, che mi conquista, che mi stupisce, che mi scrive messaggi piccanti, che compra il mio vino preferito, che sceglie di accontentarmi per vedermi felice, che sa scegliere un libro per me in mezzo a centinaia di titoli, che ha il coraggio di dirmi Vestita così stai malissimo, che mi prende la mano senza che debba essere io la prima a farlo, che non mi scrive Ti amo ma me lo mostra, che mangia di gusto, che ride, che ha spirito di iniziativa.
– Mi sono annoiato solo a sentirle, queste cose. Tu lo molleresti dopo… uhm… tre mesi.
– Hai ragione. E quindi?
– Niente uomo.
– Niente uomo…

Da fuori lui premette la sua mano contro il finestrino

Da fuori, lui premette la sua mano contro il finestrino. Il palmo era lì, tanto vicino ai miei occhi da vederlo fuori fuoco. Tanto grande da farmi sentire piccola. Tanto vicino ma separato da un vetro lurido. Ho staccato la mano dal volante, fatto per sovrapporre la mia mano alla sua ma lui era già andato, già di spalle, già molto più piccolo e irreale.
Ci eravamo detti addio così.
Uno dei tanti addii.
Certamente eravamo avvezzi a questo genere di cose, ma quel giorno fu diverso. Quel palmo schiacciato aveva un che di definitivo e doloroso.
Infatti, dopo settimane, nulla è accaduto. Sono ricordi.
Le cose stanno così: l’amore non c’entra nulla. Noi, Dio solo lo sa, ci amiamo di un amore così luminoso da rischiarare le tenebre del mondo intero. È un amore onesto, leale, sincero e lineare nella sua forma teorica. Nella pratica, invece, abbiamo sempre un vetro lurido in mezzo.
Faticoso, vero?
Ci si può amare, con un vetro lurido in mezzo? Io lo amo. Rivedo in loop quella mano premuta, è un’immagine ossessiva e disturbante. Io lo amo e amo e accetto ogni minuscolo aspetto di lui.
Ma non è detto che sia sufficiente, infatti non lo è.
Insieme diventiamo pece, lana grezza, metallo corroso.
Brutti, avidi, egoisti.
Dei Mr. Hyde.
E l’amore non può essere questo. Semmai l’amore può essere sperare che ognuno trovi il suo modo per essere felice. Semmai.

Non è che mi avesse proprio detto addio

Non è che mi avesse proprio detto addio. Aveva solo detto qualcosa del tipo Non farti più sentire. Ma è un uomo nervoso e tendo a non dare mai un peso eccessivo a quello che dice o non dice. Una volta l’ho preso sul serio, sono scoppiata a piangere, ha sgranato gli occhi e ha detto Non mi devi prendere così TANTO sul serio. Da allora mi chiede di fare A e io faccio, non dico Z, ma almeno P o Q.
Insomma è pur vero che mi ha chiesto di non farmi sentire più, ma sono quelle cose che si dicono e io ho voglia di vederlo, di sentirmi dire che stava scherzando, che in questa settimana gli sono mancata come l’acqua e come l’aria, di toccarlo, di parlare fitto fitto, di farmi dire che sto parlando troppo e io… be’, io ho ancora le chiavi di casa sua. Non è che quando uno ti lascia poi ti perquisisce. Magari dopo tot mesi l’ex restituisce le chiavi. Sempre che non vadano a finire nel cassetto (o ciotola) delle chiavi “non so che cazzo di porta aprano ma le tengo PER SICUREZZA”.
Insomma. Ho le sue dannatissime chiavi appese a un portachiavi di Gardaland tutto scostrato. Sembra il gadget di un parco degli orrori.
Ma io divago.
Se vado a casa sua ed entro devo essere pronta a tutto. Tutto. Trovarlo con un’altra. Una cretina mezza nuda dentro la vasca, mezza nuda in cucina, mezza nuda sotto di lui. Trovarlo solo ma essere sbattuta fuori tra urla e minacce. Trovarlo solo e in lacrime mentre guarda Braccialetti rossi e beve pompelmo rosa.
Mi trucco alla perfezione, metto il suo vestito preferito, scarpe altissime, nessun profumo.
Guido senza musica, respiro a respiri corti, morirò prima di arrivare. Mi fermo a scrivere un biglietto in caso mi trovino stecchita. Lascio tutto a Luca. Massì, chissenefrega. Tutto. Anche il cane. Non credo abbia valore legale ma forse… forse sì. Le ultime volontà di una sfigata.
Parcheggio alla cazzo, quasi imballo una vecchia, scivolo sui tacchi, le chiavi cadono, io sbotto in un vaffanculo (o due o tre), salgo, giro la chiave, ancora, ancora, ancora. Ma cos’è? Fort Knox? Quarto giro, si apre.
Un silenzio imbarazzante, un buio accecante che rischiaro (tento di) col cellulare. Una scena pietosa. Nessun nudo, nessun pompelmo, nessuno tout court. Tolgo le scarpe con due movimenti sgraziati, sbatto il mignolo contro l’aspirapolvere, parte il secondo (ok, quarto) vaffanculo e mi mordo il labbro per non piangere. Cretina, ladra e pure ferita nel cuore, nel mignolo e nell’orgoglio.
– Se smetti di fare confusione, ho comprato libri nuovi per te. Ti sto aspettando da una settimana.

La bruna con i capelli corti ha un’aria totalmente rilassata

La bruna con i capelli corti ha un’aria totalmente rilassata, il viso rivolto al sole, un drink che ha tutta l’aria di essere molto alcolico e un sorriso sornione sulle labbra dipinte di rosso.

La bionda che le siede accanto, invece, ha sulla faccia l’espressione di chi vorrebbe essere in tutt’altro posto con tutt’altra persona. Continua a guardarsi attorno febbrile e non tocca né la piccola (minuscola) ciotola di stuzzichini che le hanno messo davanti, né la coca cola ghiacciata che ha ordinato lei stessa a un cameriere sorridente e molto giovane.

<<Piantala di essere così sulle spine, Lucia! Mi fai agitare e Dio solo sa quanto poco io abbia bisogno di agitarmi. Vengo da giorni, settimane e mesi difficilissimi, lo sai. Su, da brava, sorridi e bevi, prima che diventi calda da far schifo. Fammi contenta…>> e si esibisce in una delle sue espressioni preferite: un broncio fanciullesco e sensuale allo stesso tempo; sa che l’amica non sa resistere. Lucia, infatti, si lascia andare contro lo schienale della sedia, tira un grosso sospiro e prova a tirare fuori un sorriso che perfetto non è ma che viene ritenuto accettabile.

<<Giulia, come faccio a non agitarmi? Io ci provo, te lo giuro, ma tu… tu… le hai dato una botta in testa!>> gesticola la bionda agitando le mani davanti alla faccia (sempre rivolta al sole) dell’altra. Il tono di voce è acuto e pericolosamente vicino all’isteria.

<<Lucia, intanto, cazzo, abbassa la voce. Non mi vergogno di quello che ho fatto, ma non mi pare il caso di gridare a tutta la piazza una cosa del genere. Ho una reputazione da difendere, io, casomai te lo fossi dimenticata>> mormora tra i denti Giulia afferrando una manciata di noccioline dal tavolo traballante del bar in cui si trovano (Lucia direbbe che è il loro covo, adesso, esagerata com’è).

<<Reputazione, reputazione… Non solo l’abbiamo derubata, ma l’abbiamo pure stesa. Una vecchietta Giulia, una vecchietta. Colpita alle spalle e fatta cadere a terra. Giulia, guarda che io sono recentemente svenuta e so quanto male può fare battere violentemente sul pavimento senza potersi proteggere mi manca il fiato Giulia cos’abbiamo fatto cos’abbiamo fatto!>>

<<Bevi Lucia, bevi…>> la interrompe prendendo lei stessa un sorso di quello che, a giudicare dall’odore che rimane nell’aria, sembra proprio un White lady ben fatto. Cosa rarissima, di questi tempi. Apprezzabile. <<Se lo meritava, Lucia, pensa solo a questo.     Avremmo potuto rubarle tutto, tutto. Avrei potuto fare qualunque cosa, ho la sua firma per prelevare dal conto, lo sai. Potevo prosciugarla e scappare via!>>

<<Sei annebbiata dall’alcool, tu. O forse il passamontagna era troppo stretto. L’hai colpita e se ci prendono andiamo in galera. Per sempre! A marcire! Niente più trucchi, shopping, vacanze! Fi-ni-to>> la voce, ora, trasuda lacrime di dispiacere, di pentimento, di paura. Non credeva certamente sarebbe andata a finire così. Non doveva finire così, ovviamente. Certo, la vecchietta è sana e salva, millecinquecento euro per lei sono poco più o poco meno di una scoreggia, ma l’idea di aver fatto qualcosa di irrimediabile la fa scoppiare a piangere e Giulia sa resistere a tutto – proprio a tutto – fuorché alle lacrime altrui.

<<Vieni, andiamocene. Hai bisogno di camminare, Lucia, vieni.>> Appoggia una banconota da venti sul tavolo, fa un cenno al cameriere sorridente-e-molto-giovane e ingolla velocemente ciò che rimane del suo cocktail. Odia gli sprechi, soprattutto quando si tratta di alcolici.

<<Lucia. Senti. Mia suocera è una serpe, un veleno per l’anima. Sono vent’anni che la sopporto, da quando, vedendomi con quel cretino di suo figlio – perché solo un cretino si farebbe trattare così – ha detto qualcosa del tipo “Un’altra puttanella, Giorgio?”. E sono stanca, stanchissima. Ho pensato che una piccola distrazione non potesse che farmi bene, farmi tirare il fiato, farmi uscire dal terribile stato depressivo nel quale ero caduta, capisci?  Non riuscivo più nemmeno ad alzarmi dal letto alla mattina; sono cose serie, gravi, mica cazzi. Hai ragione, poi l’ho colpita, forse mi sono scappate di mano le cose, d’accordo. Non fare quella faccia, prima di colpirla ho controllato che fosse sopra al suo prezioso tappeto persiano, quello, apro virgolette, che il mio caro marito mi regalò per il nostro matrimonio vale un sacco di soldi è come camminare su un materasso la qualità quando c’è si vede poco da fare cara la mia Giulietta ma tu cosa ne capisci Giulietta si vede che a te manca il buon gusto infatti chiudo virgolette. Il suo tappeto le ha salvato la testa, la faccia e tutto il resto. Come hai sentito anche tu dalla telefonata, la cara suocerina sta benissimo e sta anzi già rompendo i coglioni al signor questore in persona e a tutti i giornali cittadini per avere la prima pagina, figuriamoci. La prima pagina! Per quella vecchia stronza! No, cara Lucia, non crucciarti per lei, non ne vale la pena. Ha il cuore marcio come il suo cervello, piccola zombi che non è altro. Ha cercato di allontanare mio marito da me ogni giorno della sua vita, mi denigra davanti ai miei figli, svilisce il mio lavoro. Meritavo una ricompensa e l’ho avuta. Sempreché millecinquecento euro siano da considerarsi una ricompensa adeguata ma… diciamo che non ho voluto rischiare troppo. Chissà se ora la vecchia strega imparerà l’undicesimo comandamento, il più famoso. Fatti i cazzi tuoi>> prosegue Giulia aggiustandosi gli occhiali da sole, poi il rossetto in una vetrina, poi il top nero con movimenti precisi e veloci.

Giulia è fatta così. Tocca il fondo e poi riemerge, è una tosta, Giulia. Una che fa stramazzare a terra un’anziana signora ma che ha un motivo per farlo. Una che ruba millecinquecento euro ma li dona quasi tutti a una casa accoglienza per ragazze madri. Una che combatte anche quando è distesa a letto, apparentemente schiacciata dagli eventi.

Ride, fa un paio di telefonate, bacia la sua amica Lucia, canticchia una canzone di Springsteen e già pensa a quello che farà domani, dopodomani, dopodomani ancora. Tra qualche giorno sarà infuriata (ma non troppo) perché i giornali (oltre ad aver concesso la prima pagina alla stronza) diranno che i soldi sono stati spesi in uno “shopping sfrenato”.

Stupidi ignoranti.

Posso fare qualcosa per lei?

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– Posso fare qualcosa per lei?
“Certo che può fare qualcosa per me. Può smetterla di essere così giovane, bella e annoiata. Può cominciare a sorridere e a guardarmi come se fossi una donna e non uno scarafaggio. Può cominciare a pensare di cambiare lavoro, è evidente che questo non le piace. Può smettere di biascicare la gomma che ha in bocca, è da trogloditi. Può aiutarmi a trovare qualcosa che mi tolga venti chili da dosso. Può, insomma, tirare fuori una cazzo di bacchetta magica e mormorare bidibibodibubù. Se le avanza tempo avrei una macchina da rigare, una persona da infangare e un paio di vite da rovinare. Potendo, volendo, avrei bisogno di cinque/sei ore in più al giorno, un checkup completo, estetista privata e la tinta ai capelli. Ricorda l’auto? Ci vada pesantissima. Niente chiavi, le procuro io un cacciavite a stella, lasci fare. La frase gliela scrivo su un pezzo di carta, così non corriamo rischi. La frase è bella lunga, la carrozzeria basterà appena. Ho in mente un altro paio di cose ma sono certa che le ragazze carine e annoiate certe cose non le fanno. Già. Mi arrangerò. Potrebbe andare lei ai pranzi di famiglia, io non sopporto più nessuno. Potrebbe continuare a sorridere lei al posto mio, cosa dice? No perché io ho perso la voglia. Potrebbe parlare lei col mio ex, temo che si sia fottuto il cervello. Potrebbe tentare lei di convincere muratore e idraulico a venire finalmente a casa, prima che salti tutto in aria. Potrebbe convincere i miei vicini che urlare alle due di notte non sta bene. Cosa ne dice di racimolare magari due soldi, eh? Tornando alla questione macchina cacciavite frase, mi raccomando, se qualcuno la vede noi non ci siamo mai conosciute e questa conversazione non ha mai avuto luogo. Mioddio, lei ha un’espressione bovina, ragazza mia, si riprenda.”
– Davo solo un’occhiata, grazie.