Il quadro

Il portone si apre, lo oltrepassa, annusa l’odore tipico di androne di palazzo antico, ma esita.
Lo richiude alle sue spalle lasciando fuori il freddo della sera. Ma non sale le scale. Non ancora. Viene attirata da una luce. Gli stivali (ha scelto quelli alti al ginocchio) non producono rumore. Al buio, per non perdere equilibrio fisico e mentale, segue il muro con la mano destra (nessuno smalto). Era un cortile interno, la luce. Un delizioso e sorprendente cortile interno. La luce non era elettrica. La luce proviene dai raggi della luna che si conficcano nei muri bianchi di questo cortile con biciclette, due tavolini e una ginko. Lei ama le ginko. Tocca il tronco. Sta perdendo tempo. Ritocca il tronco. Prega brevemente una preghiera insensata e non correlata alla sua religione. Qualcosa del tipo Fa’ che vada bene.
Il cellulare vibra. Nemmeno lo guarda; guarda in su, verso la luna.
Non ha idea del perché sia lì.
Ha fatto dei chilometri.
Ha dovuto inventare scuse.
Ha sbagliato strada.
Ha sicuramente preso una multa.
Ha accarezzato il tronco di un albero che le ricorda la sua infanzia.
Ha indossato abiti che danno di lei un’immagine confusa: gonna corta, stivali alti, capello scompigliato, volto struccato.
Ragazza, vuoi o non vuoi far colpo?
Non lo sa nemmeno lei.
Non si vedono da anni. Anni.
Si aggiusta i capelli troppo corti per essere aggiustati.
Si toglie gli orecchini.
Una seconda vibrazione al telefono.
Se ne rimette uno.
Va bene.
Uno scalino alla volta.

La tromba delle scale è buia e per un attimo pensa di accendere la luce. Ma è solo un attimo. Le serve, tutto quel buio. Le serve per capire quanto buio ha dentro lei in confronto alla luce che dovrebbe avere o che troverà o che lui avrà. Sono passati troppi anni e non ha idea dell’uomo che lui è diventato. Sparito dai social, sparito da google, sparito da chiunque lei conosca. Negli anni, al sentire il suo nome, ha visto molte spalle alzarsi come a dire: “Non ne so niente” e ha lasciato cadere l’argomento. A volte le è venuta una specie di mania di sapere, a volte non le è importato niente. La vita scorre. Anche la sua è andata. Non sempre liscia, ma è andata. Chissà cosa si aspetta lui, invece. Di vederla ancora ragazza. Ancora liscia. Ancora perfetta come un uovo. Invece è invecchiata. La gonna corta e gli stivali alti sono solo un atteggiamento, una corazza. Ma in lei, di giovane, non c’è mai stato niente. Nemmeno quanto era giovane. Al buio, segue il muro con la mano destra. Il corrimano no, quello le fa impressione. I corrimano le fanno sempre impressione. Immagina mani lorde di ogni tipo di cosa. Immagina sangue o moccio o ancora peggio. Non tocca i corrimano.
– Ci hai messo moltissimo.
– Mi sono fermata a
– Guardare il cortile interno, lo so, ti ho visto.
– Hai una finestra che affaccia sul cortile interno e mi hai spiata?
– Non ti ho… sì. Un po’ sì.
– Non è giusto, io ti vedo solo ora e tu invece mi hai già vista.
– Una preview, mettiamola così.
Non si toccano. Non si abbracciano. Lui è molto invecchiato ma è anche molto affascinante. Indossa dei pantaloni morbidissimi e una t-shirt bianca. Stop. Nessuna struttura. Ha solo avuto cura di farsi la barba. Che forse non è cura verso di lei ma verso sé stesso.
– Cos’è?
– Quello che piace a te.
Lei sorride. In effetti il gin non ha mai smesso di piacerle e il White Lady continua, negli anni, a essere il suo drink preferito. Lo beve in un sorso solo.
– Nervosa?
– Non dovrei?
– No… sei con me. Siamo noi. Siamo sempre noi.
Sorride con sincera semplicità, come se davvero si potesse ricondurre tutto a un “Siamo sempre noi”.
– Posso? – E fa gesto di girellare per casa.
Lui fa solo un cenno col capo.
La casa è extrabianca.
E’ una casa Ikea 3.0. Nessuna fotografia. Nessun ricordo. Nessun libro.
E’ una casa non-casa.
– Tu non abiti qui.
– No, è vero. Non abito qui.
– Hai intenzione di ammazzarmi?
– Ma no che non ho intenzione di ammazzarmi. E’ solo un posto che ho trovato per starci qualche giorno.
– Cosa dovevi fare?
– Vedere te.
– E non mi potevi vedere a casa tua?
– Abito troppo lontano. Sei felice?
– No. Non credo di essere mai stata felice in vita mia.
Lui si avvicina, non la tocca e non la sfiora. La guarda solo da molto vicino. Nessuno la guarda da così vicino. La gente annusa la tristezza e sta lontana da lei.

– Non mi guardi.
– Non sei più tu.
Ride – Ma come non sono più io? Sono sempre io! Carne e ossa e tutto quanto. Solo… invecchiato. Come te!
Lei solleva un sopracciglio, un gesto tipico che fa nascere in lui un moto di affetto e tenerezza e di già visto e vissuto che lo fa struggere dentro e lo fa deglutire e gli fa venire in mente altre cose situazioni persone città Venezia per esempio e non questa pseudo cittadina di provincia che si atteggia a essere chissà che cosa, piena di teatri, musei uno più brutto dell’altro e che ha dovuto scegliere solo perché abbastanza vicina a lei da non farla sgroppare e abbastanza lontana da lei perché potesse sentirsi in territorio neutro.
La stringe come un bimbo potrebbe stringere la propria mamma. Il gesto è stato improvviso, lei sussulta, per un momento si tira indietro e rischia di fare cadere il bicchiere praticamente vuoto di White Lady. Lui china la testa, respira l’odore che lei ha tra collo e seno. E’ cambiato, ovviamente. E’ cambiata tutta. Ma non la sua essenza. Non quello sguardo, non il modo di bere violento, non il sorriso e non il modo in cui lei adesso lo stringe per divincolarsi, però, subito dopo.
– Fammi vedere la casa, dai.
– E’ finita, non la conosco nemmeno io, del resto.
– Da quanto sei qui, in questa pseudo cittadina snob che si finge di essere chissà cosa?
Lui pensa allora di aver pensato ad alta voce, e invece no, è certo che quelle quasi stesse parole non gli siano uscite di bocca, solo che la loro cavolo di sintonia si fa sentire anche dopo anni.
– Qualche giorno.
– Gesù, potresti essere più preciso?
– Non lo so! Ho dormito tutto il tempo!
– Nel frigorifero non c’è niente.
– Non sapevo nemmeno ci fosse un frigorifero.
– Non sei poi molto cambiato.
– Ho cenato e pranzato qui e là, in questa pseudo cittadina del cavolo piena di viuzze e trattorie e segnaletica sbagliata. Sono senza auto. In generale proprio, sono senza auto. Non la posseggo.
– Fricchettone.
– Acida.
Ma non si baciano. Lei se lo aspetterebbe, ma lui si allontana. Lei rotea il bicchiere, cerca altro alcool, lo trova appoggiato a un piccolo tavolo rotondo in cristallo.
– Un tavolo in cristallo…
– Non ti sento!
– Dicevo che hai un tavolo in cristallo.
– Non io, il proprietario.
– Sei un abusivo?
– No, l’ho chiesta in prestito. Mi ha fatto trovare le chiavi qui, dalla vicina di casa.
– Gnocca?
– Ma chi? E poi smettila, non ti sento.
– LA VICINA!
– COS’HA LA VICINA?
– E’ GNOCCA?
– Ma cos… – ormai è uscito dalla stanza, si è infilato un golf, sembra più stanco. Le osserva i capelli. Glieli spettina. Sospira. – Ti devo far vedere una cosa. Ti ho fatta venire qui apposta.

L’ultima stanza è grande, bianca come le altre e ha moltissime finestre.
E un letto.
Bianco.
E un comò.
Bianco.
– Tu, tutta nera, in questa casa tutta bianca… fai uno strano effetto. Sembri piazzata. Messa giù in un secondo momento. Una post-produzione.
– In effetti sono fuori contesto. Tu invece hai questo fare da guru.
– Da guru!
– Ma sì. Tutto sciolto. Tutto beige. Tutto rilassato.
– Non lo sono.
– Cosa?
– Rilas
– Dicevo quello. Cos’è.
– Il motivo del tuo essere qui.
– Sono io.
– No. È un quadro.
– No. Sono io. Lo hai fatto tu? Impossibile. Non sai…
– Mi ci sono imbattuto.
– Dove?
– A Praga.
– Sono io?
– Non ho motivo di credere il contrario.
– Chi è l’autore?
– Non si legge. Non ha importanza.
– Da quanto tempo lo hai?
– Molto.
– Quanto?
– Dieci anni.
– DIE… dieci anni? E cosa ne hai fatto?
– L’ho portato con me. Casa dopo casa. Casa dopo casa. Paese dopo paese. Non è grande. Si trasporta. Tu eri sparita e… poi sono sparito io.
– Hai usato degli pseudonimi.
– Sì.
– Non ti ho mai trovato.
– Non ho mai voluto essere trovato.
– Sì, ma quel quadro?
– Un mercato delle pulci. Era su una sedia. Ho dovuto appoggiarmi al muro perché la testa girava. Il naso… lo sguardo… la mascella… eri tu. Il venditore ha capito che m’importava, ha tirato sul prezzo. Non l’ha nemmeno incartato.
Lei si siede sul letto. Fissa il piccolo quadro. Si sente deprivata di qualcosa. Vuota. E piena. Gli dice vieni qui.

Lui non si siede, ma si avvicina.
Si avvicina a una lentezza esasperante senza mai toglierle gli occhi di dosso.
– Hai un sacco di tatuaggi.
– Ho un amico tatuatore e… 
– Sì, lo so come sei tu. Ti fai prendere la mano. Prima uno poi due poi tre e in breve arrivi a una ventina trentina quarantina e sarai una vecchietta molto rock e molto spaventosa, perché sarai spaventosa, lo sai, vero?
– Smetti.
– Di fare cosa?
– Di non dire cose importanti.
– Tipo perché sei qui?
– Anche. Ma credo di essere qui per quel quadro che mi somiglia in maniera spaventosa. Ma non la me di adesso, ma la me di molto tempo fa e non c’è fotografia che possa ritrarmi in quel modo. Aggressività e desiderio. Ma dov’ero? E con chi?
– Qualcuno ti ha fotografata.
– Cosa?
– Mentre eri in giro. Mentre eri sola. Io ho sempre pensato questo. Se non conosci o non hai mai conosciuto nessuno che dipige… be’, allora qualcuno ti ha fotografato e poi ha trasposto la fotografia in colori a olio.
– Mi ha rubata.
– Au contraire.
– No no, mi ha rubata.
– Ti secca?
– Mi… no, non mi interessa niente. Mi interessa che lo abbia tu e che sia arrivato a Praga e perché e perché proprio tu ti sia imbattuto in questo quadro.
– Ma quello non lo saprai mai, quindi smetti di pensarci.
– Dove sei stato? Avevo davvero quello sguardo?
– Quasi sempre. Lo hai anche ora. Desiderio carnale, vendetta fisica, sfida al tempo. Lo hai anche in questo momento. Invecchiare non ha tolto un grammo ai tuoi difetti.
– Dove sei stato?
– Ovunque.
– A fare cosa?
– Cose.
– Senza di me.
– Così come tu ne hai fatte altre senza di me, bimba. Vuoi altro da bere? No? Sei a posto così? Olive? Ma io non ho olive in casa. Questa non è casa mia, lo sai. Arachidi?
E sparisce ancora, si allontana. Va a cercare arachidi, si suppone.
Finalmente l’ha lasciata sola. La sua presenza era troppo ingombrante. E’ tutto troppo grande per lei. La casa troppo bianca, lui troppo tranquillo, il quadro poggiato per terra, il letto assurdamente morbido, la casa sconosciuta. Urla di cercare anche della soda. Lui risponde un sì smozzicato.
Stringe gli occhi, la nostra lei.
Deglutisce.
Manda giù un sapore di bile.
Prende il quadro, apre la porta, scende le scale, tiene la mano sinistra attaccata al muro per non accendere la luce, passa dalla ginko, carezza il tronco, le dice grazie, sempre al buio trova il pulsante per aprire il grosso portone, esce in strada, corre. Respira. Piange.
Non ha idea di cosa sia successo o di cosa stesse per succedere.
Ma ora sa cosa significa la parola “crepacuore”.
Il suo cuore si sta spezzando.
Rantola.
Si appoggia a un angolo di un palazzo.
Il quadro sempre sottobraccio. La borsa che le cade, il moccio che scende, la gola che urla di dolore.
Voleva un lieto fine?
Non c’è mai.

 

Annunci

Ho visto una ragazza. No, cioè, l’ho sentita parlare.

Ho visto una ragazza. No, cioè, l’ho sentita parlare. Era un video, ecco. Uno di quelli che guardo io. Che tu non approvi. Dici che perdo tempo e forse è vero. Non vedo come potrei impiegarlo altrimenti. Alla fine impiego tempo eccedente facendo ciò che amo. Il punto è che questa società condanna un pochino gli hobby, e gli hobby diventano roba per gente che non ha un cazzo da fare. In realtà secondo me gli hobby sono una cosa bellissima, perché ci danno il modo di esprimere noi stessi senza rompere le scatole agli altri. Io provo a suonare la chitarra e guardo video inutili in rete. Questi sono i miei hobby. Più un altro paio di cosine che non so se siano proprio hobby. Che poi credo si scriva hobbies. Ma sembra un cartone animato, quindi mi concederò una licenza poetica, tanto non puoi ribattere.
Insomma, questa tipa ha perso l’olfatto.
Io nemmeno lo sapevo che si potesse perdere.
E sai cosa ho fatto?
Ho pianto.
Non è che io abbia proprio pianto a singhiozzi, ma mi sono scese le lacrime, quello sì.
L’ha detto come niente fosse perché forse io ero l’unica a non saperlo e ormai non faceva più notizia.
Ho pianto perché ho pensato a te e al tuo odore. A quell’odore così tipico, così tuo, così immutabile, così statico, così profondo e legnoso, quel tuo sapere di buono e di terra e di cose buone e di cose generose.
Ho pianto perché ho immaginato che qualcuno o qualcosa potesse privarmi della possibilità di affondare il naso e i miei sensi in quegli odori lì, nei tuoi.
Non ne hai solo uno, sarebbe banale. Ne hai tanti. Qui sai di legno, qui sai di erba, qui sai di carta, qui sai di aria. Il mio naso, dopo anni, li riconosce tutti, e fa la conta. Controlla che ci siano ancora tutti, che siano ancora tutti lì. E ogni volta, ogni fottuta volta, i miei sensi e le mie sinapsi si rallegrano come quando incontri qualcuno che non vedi da tempo. Le mie sinapsi sorridono, accidenti. Sorridono al tuo odore.
Ho pianto per lei, ho pianto di una mancanza che io non ho. Ma alla fine è così; ci può mancare quello che non abbiamo mai conosciuto, ci può mancare quello che abbiamo già per paura, un giorno, di perderlo.

Mi piace da impazzire guardare le persone

Mi piace, mi piace da impazzire guardare le persone.
Le persone nuove, soprattutto. Ma non solo.
Mi piace… sapete cosa? Quando ti accorgi subito se in una data stanza c’è gente che si ama, si vuole bene, si desidera.
E il contrario, ovviamente.
A volte parliamo di “vibrazioni”. 
Ma non è incredibile percepire queste cose? Non è incredibile essere così interconnessi? Non è meraviglioso che l’amore crei qualcosa di così tangibile da poter essere quasi visto?
Le persone che si amano sono inconfondibili: si attraggono come magneti.
Hai voglia di metterle ai due capi di una stanza! Loro torneranno vicine. Senza accorgersene. Senza averlo voluto. I loro corpi si cercano.
I parenti.
I migliori amici.
Gli amanti.
Mamma e figli.
L’effetto magnete mi innamora totalmente. Totalmente.
Che i sentimenti non siano astrazioni ma cose vere e proprie.
Amore, attrazione.
Odio.
Si sentono nell’aria.
Non lo so.
Io che sono sensibile come una vongola, da ‘ste cose però mi faccio catturare.
Mi sembra magia bella e buona.
Bisogna solo guardare e non vedere e basta.
Ascoltare e non parlare e basta.
Lo dico io no, che parlo sempre.
E comunque se siamo in grado di percepire un sentimento nell’aria, chissà quali altre cose riusciremmo a fare.

Quindi sei venuto

– Quindi sei venuto.
– Mi hai chiamato.
– Non ci sentivamo da mesi.
– Fa differenza?
– Pensavo la facesse. Pensavo mi dicessi che no, non saresti venuto perché erano mesi che non ci sentivamo.
– Sei assurda.
– Sono realista.
– E’ mai successo che tu avessi bisogno di me e io non ci fossi?
– A volte.
– Solo quando eri molto ubriaca e sentivo voci di uomo in sottofondo.
– Ok.
– Ok.
– Ok.
– Adesso basta, dimmi cosa vuoi.
– In che senso?
– Mi hai chiamato… dimmi cosa vuoi.
– Ci deve essere un motivo?
– Se mi chiami di notte dopo mesi che non ci sentiamo?
– Eh.
– Sì, un motivo ci deve essere.
– Smetteremo mai di chiamarci e di arrivare nel cuore della notte?
– … non lo so. Onestamente non lo so.
– E’ frustrante, sai? E’ frustrante che al mondo ci sia solo una persona in grado di calmare i battiti furiosi del mio cuore. Mi fa incazzare. E’ stupido. E’ assurdo. Siamo ottomilioni di persone e
– Ottomiliardi.
– Cosa?
– Siamo ottomiliardi, non ottomilioni.
– Sii ragionevole.
– Scusa.
– Sono esausta.
– Di cosa?
– Di tutto. Di te. Non ci sei, ma ci sei. Non ti vedo, ma ci sei. Non ti penso, ma ci sei. Vedo una cosa bella e penso a te. Vedo un parco e penso ti potrebbe piacere. Vedo la sagra della castagna e ti vedo lì a sbucciarle. Vedo un maglione orrendo e vedo il tuo sopracciglio destro alzato. Tu tu tu tu tu tu ancora tu. Ho il cuore stanco. Ho la testa piena.
– Posso fare qualcosa?
– No… No, non puoi fare niente.

Perché tieni sempre tanti biscotti al cioccolato in casa?

– Perché tieni sempre tanti biscotti al cioccolato in casa?
– In che senso?
– Tu non mangi biscotti al cioccolato.
– Non è vero.
– E’ vero, invece.
– No che non è vero, cazzo.
– Sì e lo sai.
– Li mangio.
– Da quando?
– Da quando non viviamo insieme?
– Cosa c’entra???
– No, dimmelo.
– Anni.
– Quanti?
– Per favore, arriva al punto.
– Sono quattro anni e mezzo. Circa. Quattro anni e mezzo che non viviamo insieme e non facciamo colazione insieme e non mangiamo qualcosa davanti alla televisione insieme e non facciamo spuntini di mezzanotte insieme e tutto il resto insieme. Quattro anni e mezzo, circa cinquantacinque mesi che non facciamo delle cose che contemplino il mangiare schifezze insieme e tu mi vieni a dire che io non mangio biscotti al cioccolato.
– Respira.
– No che non respiro, perché tu mi vuoi venire a dire chi sono io. Lo fanno in tanti, lo fanno in troppi. Solo perché sono magra non mangio biscotti. La vuoi la verità? La vuoi? No, non la vuoi.
– Dimmela, invece.
– Non li mangiavo, ma adesso li mangio. Ne mangio così tanti che a volte le labbra mi diventano lucide dal burro e dagli oli poco sani e probabilmente dai quintali di fottuto olio di palma. Se sono al triplo cioccolato è ancora meglio. Mi viene una urgenza pazzesca e
– E’ stress.
– Cosa?
– Quella furia di cioccolato. E’ stress.
– Mavaffanculo allo stress. Sai perché li tengo sempre in casa nonostante non mi facciano bene e tenda a mangiarne troppi e soffra di reflusso?
– Immagino tu me lo stia per dire.
– Mi piace vedere gli altri mangiarli. Pochi giorni fa è venuto un tizio molto grosso molto simpatico molto dolce. Fissava la latta di biscotti e quasi non mi ascoltava. Sul punto di andare via mi ha chiesto se poteva prendere uno di questi grossi biscotti al triplo cioccolato e nocciole. Ho risposto sì certo sono lì apposta. Ha pescato il grosso biscotto e se lo è ficcato in bocca. Il suo viso ha subito un mutamento visibile a chiunque. Si è disteso. Sulle labbra un sorriso. Le spalle si sono abbassate. E’ stato pazzesco, lo è sempre. A me fa stare bene.Sai come si chiama?
– Obesità?
– Felicità. Mi piace vedere gli altri felici.
– Era solo un biscotto.
– Sì, ma lui era felice per quel biscotto e io spero con tutta me stessa che lui abbia altre felicità, ma in quel momento la sua felicità era un biscotto al cioccolato. E allora al diavolo tutto, anche il mio colesterolo. Io tengo biscotti al cioccolato in casa. Sempre. E’ il mio modo di essere pronta a tutto.

Ho un papà

06d02d8274ee61c4b87fe1126450e618

Ho un papà.

Be’, tutti ne hanno uno.

Ci sono quelli che spariscono, quelli che muoiono più o meno improvvisamente, quelli che paiono usciti da una pubblicità del Mulino Bianco, quelli che urlano, quelli che parlano poco, quelli che trattano i figli come fossero proprietà, quelli che se ne fregano, quelli che giocano a calcio e vogliono fare i giovani, quelli che sono nati vecchi e moriranno vecchi, quelli che vanno a puttane e nessuno se ne accorge, quelli che dispensano consigli sbagliati, quelli che fissano la televisione e poco altro, quelli che pensano che dei figli se ne debbano occupare le donne, quelli del giorno d’oggi che sono interscambiabili con le mamme, quelli che vengono chiamati “mammo”, quelli che vengono chiamati “papy” dalle loro mogli, quelli che vanno al bar e si lamentano della loro vita scolorita.

Io ho il mio, che c’è ma non c’è. C’è perché esiste, non c’è perché non c’è quando vorrei. C’è, è da qualche parte, io so anche dove, posso andare a trovarlo quando voglio, lo posso vedere su Skype quando voglio, usa Whatsapp, usa le e-mail, usa tutto quello che deve usare per rendere le distanze meno distanze. E lo fa bene, accidenti se lo fa bene. Niente da dire.

Ma non è che ci sia.

A volte fa comodo, perché almeno eviti di doverti giustificare con l’ennesima persona, guardare negli occhi l’ennesima persona quando hai fatto un errore grossolano, e a volte fa comodo non avere proprio tutti-tutti i detrattori a portata di mano.

Il punto è che però, il più delle volte, tutti ne hanno uno. Tutti o quasi tutti. E tu, il tuo, non lo hai. Il che è un vero peccato, perché se ci fosse insegnerebbe qualcosa sull’essere genitore a molti, anche solo a vederlo, anche solo a sentirlo parlare, anche solo a osservarlo con un minimo in più di attenzione.

Spesso è in giacca e cravatta, rigido e istituzionale.

Ma quello non è il mio vero papà.

Il mio vero papà è in pantaloni di velluto a coste e maglione di cachemire. Si mette il maglione di cachemire anche se ha un caldo tremendo perché in questo modo i nipoti possono arrampicarsi sulle gambe e ricevere un abbraccio caldo e morbido. Che poi, a ben pensarci, il più dell’esistenza è fatto di abbracci caldi e morbidi, quindi lo capisco.

Se chiudo gli occhi e penso a lui lo vedo sopra una poltrona, una piccola luce al suo fianco, un libro in mano, le gambe accavallate e, forse, una musica leggera nell’aria. Come me evita la confusione, le luci troppo forti, le situazioni obbligate. Una volta mi ha chiamato opportunista: non me lo sono mai dimenticato, mai. Probabilmente voleva essere un’offesa, più probabilmente un dato di fatto, un’osservazione critica; ai miei occhi risuonò come una specie di condanna a morte. Adesso che sono adulta (più adulta) penso avesse ragione, e a dirla tutta non mi pare un’offesa. Nonostante forse non mi conosca a menadito, ci aveva semplicemente visto giusto. La cosa più triste? Che siamo immensamente diversi in tutto, a parte le poche cose che ho scritto. Lui è innamorato della vita, crede nelle persone, nella forza delle opportunità, nello sforzo personale. Io credo in pochissime cose, men che mai in me stessa.

Ex professore universitario, professionista affermato e datore di lavoro attento, preciso e umano, mette in soggezione più o meno chiunque abbia un paio di occhi, un cuore e un cervello. Ma chiedigli di andare a fare la spesa e ciò che accadrà avrà dell’incredibile. Può salvare un’azienda dal fallimento ma davanti a una COOP regredisce a un’età compresa tra i due e i quattro anni. Perdersi in un bicchiere d’acqua, con lui, smette di essere un banale modo di dire e diventa tragica realtà. Credo sia la cosa che mi diverte di più in assoluto nella vita, a dire la verità, vederlo alle prese con le compere.

Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me se ci fosse stato-stato, come gli altri che ci sono-sono. Mi chiedo come sarebbe avere uno di quei papà in pensione che vanno a prendere il nipote a scuola e poi lo portano al circolo, o al parco, o al supermercato. Non credo lo saprò mai, perché io dovrò saltare molti passaggi, come molti ne ho saltati con la mia mamma. Ci sono persone classiche e persone meno classiche, persone atipiche di nascita e persone che gli atipici lo fanno perché si sentono più cool, più visibili. I papà classici e i papà un pochino meno classici. Io credo di aver ricevuto in dono il modello “un pochino meno classico”, che ha qualche difetto di fabbrica ma che, a ben vedere, non mi ha mai spinta al reclamo. Non dico che il difetto dell’assenza possa essere colmato dall’amore, dalla tecnologia, dal carisma, dai ricordi e bla bla bla.

Non dico questo.

Ma forse sì.

Puoi venire qui?

– Puoi venire qui?
– Io… sarei… sì, certo. Sto arrivando.
Ma le sue parole erano cadute nel vuoto, sostituite dal suono cupo della chiamata interrotta. Il cuore batteva più velocemente, accelerato da un senso di angoscia abbastanza potente da fargli tremare le mani. Dove aveva messo le chiavi di casa sua? A volte le nascondeva per non cadere in tentazione e usarle, entrare in casa, sorprenderla mentre viveva.
Superò i limiti, smozzicando preghiere e imprecazioni in egual misura, controllando il display del telefono ogni mezzo minuto, stringendo forte il volante con entrambe le mani, ormai rigide per la tensione.
La porta era aperta, il salotto vuoto della sua presenza e stracolmo di libri, libri ovunque. Libri sul divano, libri sul tavolino, sotto al tappeto, sul lavello della cucina, sopra a una lampada. Non riusciva a contarli. Erano decine e decine e decine. Erano ovunque. Erano troppi. Si aggrappò allo schienale del divano, la chiamò a voce altissima, andava verso il bagno come trasportato da un sesto senso, come da un richiamo animale.
Dentro alla vasca, vino in una mano e libro nell’altra, trucco sbavato e capelli gocciolanti, lo fissò seria.
– Sei venuto.
– Cosa fai?
– Leggo. Bevo.
– Sì, lo vedo.
– E?
– E mi chiedevo cosa fosse quel disastro di là, in salotto.
– Libri.
– Ho visto anche quello, sì. Ma i libri dovrebbero stare sugli scaffali, non per terra.
– Cercavo una cosa.
– Ah, li hai consultati.
– Oh, sì. Uno per uno. Da quelli antichi, ai classici, alle chiassose modernità. Tutti. Uno. Per. Uno.
Ne ho tanti, sai?
– Sì, lo so. Cosa cercavi?
– Vieni qui.
Gli prese la mano e se la appoggiò sulla gota sinistra, chiudendo gli occhi lentamente. Pareva addormentata.
– … cercavo te, in ogni libro.

Tale stanza

gallery_4a3d5ef1cacc6_DSC0139

La casa, esattamente come lei, a un osservatore qualunque pareva niente meno che comune e, come si suole dire, nella norma.

C’è qualcosa di più onesto, banale e sincero di una villa a schiera? Non credo. Vista una, viste tutte. Giardinetto sul davanti (spesso non più grande di un fazzoletto da naso), giardinetto sul retro (non li vedete, ma sono più piccoli di un fazzoletto da naso), imposte di legno verdi e, qualora vi sia una padrona di casa, qualche fiore appeso ai balconi, solitamente gerani, il più delle volte fucsia o rossi.

Ed ecco quindi, come dicevo, che a un osservatore esterno la casa e la padrona apparivano tranquille, oneste, serenamente ordinarie. Le cose, però, hanno sempre un “di fuori” e un “di dentro”, lo saprete bene, no?

Al numero 74, infatti, le cose dentro erano ben diverse dalle cose fuori. Da una villetta a schiera ci si aspettano compostezza, ordine, quadri dozzinali, centrini in pizzo e odore di cavolo bollito. O almeno è quello che mi sono sempre atteso io, il che non significa che debba per forza di cose essere la verità, me ne rendo ben conto. Tuttavia, una volta conosciuta la padrona di casa, non restai affatto stupito di ciò che trovai una volta che mi chiusi l’uscio alle spalle.

Pareti color tortora, un grosso divano angolare di pelle bianca, e mobili che avevano tutta l’aria di essere antichi. Quando glielo chiesi, fece una sonora risata e mi spiegò che sì, lo erano e, sempre ridendo, mi supplicò (ovviamente celiava) di non rubare nulla spiegandomi che quelli non erano certo frutto delle sue pochissime fatiche, ma lasciti materni e paterni, persone appassionate di oggetti antichi e, sopra a tutto, belli.

Ad ogni buon conto, nulla mi sembrava fuori posto o fuori luogo; il salotto era un normalissimo salotto comodo e funzionale. Talmente funzionale che non vi si trovavano ninnoli, statuette, centrini, tovagliette, cofanetti, bicchierini, libricini o altre cose di questo tipo. Poiché oramai la conoscevo, supposi che la scelta fosse dettata dal fatto che odiava perdere tempo prezioso spolverando, lavando, lustrando, incerando, ripulendo e aspirando. Il resto della casa era più o meno simile al salotto. La cucina era in legno laccato bianco e marmo nero, le scale in marmo rosa, la camera padronale in stile country chic sui toni del rosa antico e del beige, altre scale in marmo rosa che salivano verso una mansarda ben illuminata quasi totalmente occupata da una grandissima libreria. Ovviamente, mi avvicinai. Potevo forse resistere? Nonostante avessi avuto modo di conoscere la donna che mi stava facendo strada in casa sua, conoscere i suoi gusti letterari era un’occasione troppo ghiotta, e non me la feci scappare. Feci un cenno come per chiedere il permesso e, dopo aver ricevuto un sorriso d’incoraggiamento, mi avvicinai a questa grande libreria in legno scurissimo che riempiva tutta la parete principale.

Horror, romance, gialli, vampiri, zombi, amori impossibili, detective, coltelli, castelli, draghi, assassini, i grandi classici, tantissimi nomi mai sentiti (“Mi piacciono gli esordienti, li trovo… carini!” mi spiegò lei), copertine rigide, brossure, qualche libro (intonso) sulla genitorialità, nessun libro di cucina (ma non avrei mai dubitato del contrario), impressionismo, arte funeraria, romanzi rosa da due soldi, Eco, Malvaldi, Ravera, poveri noi qualcosa di Volo, tantissimo fantasy. Ne uscii molto più confuso di prima, ma non feci domande, del resto che risposta avrebbe potuto darmi?

Mi prese per mano e, scendendo nuovamente le scale, mi riportò al piano delle camere da letto, aprendo per me l’ultima stanza che mancava. Sorrideva furbetta, quasi emozionata, gli occhi brillanti, la mano a farmi cenno di entrare.

Entrai in una piccola stanza, stretta e lunga, lasciata andare totalmente a se stessa, eppure pregna di fascino e sensazione. Da una parte, improbabili attrezzi ginnici dai colori sgargianti e imbarazzanti. Tappetini da yoga, una cyclette, uno step, un curioso affare dalla forma simile a quella dell’infinito (un otto rovesciato). Alzai un sopracciglio e spostai lo sguardo altrove. Trovai una scrivania antica ma piccina, ingombra di carte, blocchi per appunti, fogliettini adesivi giallo carico, fogli sparsi, disegni infantili (la figlia, immaginai), blocchi di fogli rilegati con spirali colorate (“Le bozze che correggo” mi interruppe lei, che evidentemente stava seguendo il mio sguardo), appunti presi su scontrini, liste della spesa, etichette e molte, moltissime penne. Quasi tutte orribili e molto kitsch. C’era quella con la gondola veneziana che fluttuava su e giù, quella slovacca ricoperta di strass, quella londinese con una enorme cabina rossa pendente dal tappo, quella minuscola proveniente dalla Grande Mela, quella banalotta da ufficio (“Solo a punta larga, almeno 0,7, altrimenti non le uso”), lapis, evidenziatori (ne contai almeno cinque), la classica matita rossa e blu delle maestre di una volta, e una bella stilografica nera e lucida di marca (“Non la uso mai, è troppo chic, mi fa venire i complessi di inferiorità!”).

E poi quadri, stampe, fotografie, acquerelli, disegni, locandine di film e un planisfero di dimensioni impossibili da descrivere. Era certamente uno spettacolo vedere il nostro mondo così, colorato e disteso davanti agli occhi e potei capire perché, nonostante se ne facesse ben poco (nella mia testa basica e immatura, solo un insegnante di geografia o di storia poteva desiderare un planisfero, e probabilmente si sarebbe accontentato di una cosina più modesta), avesse scelto di occupare un’intera parete con quella bellissima stampa plastificata.

Mi spiegò, senza perdere il sorriso, che quella stanza e solo quella, per lei, era casa sua. Caos, colori, disordine, libri, appunti e tutti quei quadri e quelle fotografie. Quella stanza era lei. Odori, impressioni, colori, cinque sensi allertati e tanti amici attorno. Quella foto era di Alessandro, quel disegno di Simona, quel quadro di Paolo. “Dagli amici prendo le cose belle che sanno creare e me le piazzo attorno, per me è un onore” continuò guardandosi attorno felice.

Sapeva bene, mi spiegò, che non era la stanza più ordinata della casa, e nemmeno, forse, la più bella. Ma era sua e solo sua. Non aveva molto senso, perché gli oggetti erano casuali e apparentemente privi di senso. Cosa aveva a che fare quel grosso gufo con quella foto di acini d’uva al tramonto? E cosa aveva a che fare quel planisfero con quella stampa che richiamava il fantastico? E soprattutto – ma non lo chiesi – cosa c’entravano quegli attrezzi ginnici? Nulla, se non l’amore per il bello e per gli amici e per l’arte, qualunque essa sia.

Be’, la capii.

E considerai che no, non era affatto la stanza più ordinata della casa, e che sì, c’erano delle briciole (“Taralli pugliesi, ne vado matta!”) e che forse tutta quella polvere non andava granché d’accordo con la sua recente allergia agli acari ma che sì, era davvero la sua stanza, la sua casa, il suo rifugio, il suo riposo.

Ed ecco quindi che, dietro la facciata di una banale villa a schiera, si nascondeva una stanza magica, riempita di sogni, amici, speranze, progetti e parole.

130515

a3385bc1a06b33972bc8fd71ce5996cdtagliata

da: xxx.xxxxxxxx@gmail.com

a: xxxxxxx@tiscali.it

data: 13 maggio 2015 02.53

oggetto: Confessioni di una mente pericolosa

proveniente da: gmail.com

Trovi disgustoso che io ti scriva una mail dopo aver fatto l’amore con un altro uomo?

Immagino di sì.

Cambia qualcosa se ti dico che non ho fatto l’amore ma ho anzi scopato senza pietà?

Immagino di no, sei troppo pieno di te e manchi totalmente del più banale e basico senso dell’umorismo. È terribile amore mio, terribile. Dovresti fare qualcosa, dico sul serio.

Curioso, nemmeno avevo voglia di sesso, stasera. Avevo voglia di stare in casa, rilassarmi un po’, fare quello che fanno le donne quando sono sole in casa. L’idea era quella di riempire la vasca, versarmi qualcosa da bere, immergermi e stare lì, immobile e immutabile, fino a quando l’acqua non fosse diventata ghiacciata. Poi riempire nuovamente la vasca di altra acqua calda. E riempire di nuovo il bicchiere. In loop. Vasca-bicchiere-vasca-bicchiere. E pensare, magari a te.

Invece, alle nove, mi ha chiamato Claudia e mi ha detto usciamo. Ho detto va bene. Mi sono fatta una doccia, mi sono truccata, ho soppesato qualche jeans e qualche maglia, ho buttato tutto sul letto, ho preso in mano l’abito nero di pizzo, quello corto e stretto che quando me lo metto mi guardi come se fossi la peggiore delle puttane e ti mordi il labbro per impedirti di dire qualcosa di cui poi ti pentiresti. Ma lo vedo che ti mordi il labbro, e vedo che stringi i pugni e dentro di me qualcuno esulta, qualcuno ride in maniera sguaiata, penso che allora sei vivo, che sei geloso, oppure no, che mi disprezzi e basta.

Ho infilato le scarpe che non metto mai, quelle nere lucide con la suola rossa, quelle che mi sono comprata in uno dei miei tanti momenti di isterismo. Mi sembravano adatte all’occasione, al vestito, alla mia situazione contingente.   Sono uscita di casa senza profumo, senza smalto sulle mani, senza speranze, anche.

Siamo finite in un locale molto alla moda del centro tutto gambe scoperte, braccia abbronzate, uomini sorridenti, maniche della camicia arrotolate, mocassini e risvoltini ai pantaloni, hai presente il tipo di locale? Il tipo di posto che tu disprezzi e forse un pochino anche io, ma solo un pochino. Il tipo di locale in cui gli uomini guardano e le donne si fanno guardare, a volte approcciare, più spesso solo offrire da bere. Un evergreen, insomma.

La musica era altissima, le luci molto basse, una Bologna insolitamente calda e appiccicosa. Ho bevuto un White lady, poi un altro. Il primo l’ho ingollato in un paio di sorsi, Claudia ha detto qualcosa, non ho sentito, ho scosso le spalle. Il gin è entrato in circolo, ho chiuso gli occhi, i muscoli si sono rilassati, infiniti nodi di tensione si sono sciolti quasi improvvisamente, mi sentivo bene, bene davvero.

Lui si chiamava… si chiama, Raffaele. Non ne sono sicura, ma dubito anche abbia importanza. Mi ha offerto il terzo White lady, ho apprezzato che avesse fatto caso a quello che stavo bevendo prima, ha evitato facessi mix di roba diversa, no? Ha evitato di farmi stare male, no? Io l’ho trovato carino. Mi parlava stando lontano, senza toccarmi, senza dirmi le solite cazzate, senza blandirmi, senza comportarsi da imbonitore di se stesso. Ho apprezzato anche questo.

Camicia bianca, jeans, scarpe da barca. Un bel polso forte cinto da un orologio di prestigio, unghie curate, occhi brillanti, un tatuaggio che spuntava dal collo della camicia. Mi chiedeva delle cose, ascoltava le risposte, sorrideva e rideva e si toccava il naso e beveva qualcosa che sembrava analcolico e innocuo parlando del suo lavoro e della sua moto e degli ultimi libri letti, le ultime vacanze fatte, le ultime persone viste. Mi piaceva, era rilassante, sorridente e aperto com’era. Non aveva voglia di scoparmi, solo di parlare. Era curioso davvero, non aveva mai conosciuto una pittrice. Gli ho detto quello che potevo, quello che avevo voglia di dire, ho parlato di te, detto quanto sia difficile lavorare per l’uomo che si ama, dei litigi, delle incomprensioni, di quanto sia disumano cercare di separare vita privata e lavoro e di quanto noi non ci riusciamo, in effetti.

Lui faceva sì con la testa, dei brevi cenni di assenso come a dire Ti capisco, sorrideva leggero e si ruotava il bicchiere tra le mani.

Ho mandato un messaggio a Claudia, detto che sarei andata via per conto mio, ho spento il cellulare, spento il cervello.

Abbiamo camminato in una Bologna sempre più deserta e sempre più fredda, i miei tacchi sempre più scomodi (mi avresti detto che la prossima volta avrei imparato a vestirmi comoda e calda), i silenzi sempre più prolungati.

Mi sono fermata in mezzo alla strada, ormai vicina a casa. Non resistevo più, odio i tempi morti, odio la suspance, lo sai. È tornato indietro, si è messo davanti a me, mi sono appoggiata contro il suo petto, il collo scoperto, il trucco sicuramente parte sbavato, gli occhi ben aperti, forse un piccolo sorriso d’imbarazzo. Era altissimo, gli arrivavo appena al mento. Non ha tolto le mani dalle tasche, mi ha baciato con foga. Ho mugolato qualcosa, cagna che sono. Mi ha preso il collo con una mano, premuta ancora di più contro di sé, penetrato ancora più a fondo nella mia bocca anestetizzata dall’alcool. Siamo rimasti così pochi secondi, abbiamo ripreso a camminare, questa volta ancora più silenziosi, più imbarazzati, meno preparati.

Odio i tempi morti, l’ho già detto? E odio quelle situazioni da Io so che tu sai che io so. Per favore, non le tollero.

Mi sono tolta le scarpe, ho salito le scale, chiuso la porta, di nuovo baciato lui che, con un solo gesto, mi ha lasciato nuda, percorsa tutta con una mano, sorrideva. Ho detto Non parlare, ha risposto che non aveva la minima intenzione. Non l’ho spogliato io, non lo so fare, e poi tremavo troppo. Aveva una sicurezza incredibile, stava davanti a me nudo, guardandomi attentamente, come se volesse imprimere parti di me nella sua memoria. Mi ha leccata ovunque, dal collo ai piedi, alle orecchie, alle ginocchia, all’ombelico, mi ha succhiata e morsa. Non ha mai smesso di guardarmi. E io non ho mai smesso di guardare lui. Volevo ricordare tutto, tutto. Il perché non ci fossi tu. Il perché non mi sentissi in colpa. Perché godessi così, sospirassi così, lo graffiassi così. Non ti ho mai graffiato. Non me lo hai mai permesso. Mi togli le mani, mi metti una mano sulla bocca, mi guardi sospirando come fossi una bambina monella.

Mi ha lasciato urlare, mordere, graffiare. Mi ha fatto venire una, due, tre volte. Mormorava parole piccine come Rilassati oppure Va bene così. Si è lasciato esplorare, ha chiuso gli occhi, era fiducia piena, tasselli perfettamente inseriti, fluidità massima. Non ero abituata, rigido e composto e teso come sei, pronto a difenderti o andare via all’improvviso, chiuderti e tenere fuori tutto e tutti.

Ho spalancato gli occhi, sorriso ancora, chinata su di lui, coperta dai capelli che aveva deciso di slegarmi.

Non è rimasto, poi. Non ha chiesto di rivederci, non lo rivedrò mai più. Mi duole la testa, il cuore, la gola, le mani.

Mi sembrava di averne bisogno, forse era vero.

Null’altro da dire. Stanotte non dormirò. Anzi, ho come l’impressione che non dormirò mai più. Ti bacio, amore mio.

K.

Le smamme

SimonaAcquerello (1)

Mi piace pensare alle mamme imperfette, le smamme. Quelle che si alzano al mattino e il primo pensiero è “già?!”, quelle che per bersi un caffè senza rumori attorno puntano la sveglia mezz’ora prima, quelle che si dimenticano le visite mediche , quelle che si dimenticano la merenda.

Mi piace pensare a quelle con le scarpe basse e comode, adatte a danzare la vita. Quelle col fiato corto, il cuore grande e gli occhi ben aperti per cogliere l’amore.

Mi piace pensare a quelle truccate un occhio sì e un occhio no, la giacca buttata addosso nemmeno fosse il poncho di un caballero, svolazzante e precario. 

Mi piace pensare a quelle stanche e curvate dai troppi problemi, sollevate da una carezza improvvisa, un abbraccio immotivato, uno sguardo complice.

Le mamme giovani e belle, le mamme anziane e stropicciate, quelle che sanno di biscotto e varechina, quelle che fanno le parole incrociate con gli occhiali ben calcati sul naso, quelle che non rinunciano alla parrucchiera al sabato mattina, quelle che anche se hai ormai una famiglia e dei figli ti trattano come se avessi ancora dieci anni.

Mi piace pensare alle mamme che c’erano e non ci sono più, luci nel cielo, fiocchi di neve, profumi che ritornano nel mondo incantato dei sogni, piume di ricordi.

Mi piace pensare alle mamme che sono anche donne, amiche, mogli, fidanzate e lavoratrici, quelle che a fine giornata si sentono di aver fatto tutto, sì, ma tutto e male, e si sentono in colpa verso i figli, il marito, il datore di lavoro, la società, il gatto, il cane, e chi più ne ha più ne metta, perché se non ti senti in colpa non sei nessuno, al giorno d’oggi.

Qualcuno che ti aspetta alzato, che rimpiangerai di aver deluso, fatto preoccupare, piangere, arrabbiare.

La sensazione delle labbra sulla fronte quando hai la febbre.

Quella sottile emozione che passa sul tuo viso quando qualcuno ti dice “assomigli tantissimo alla tua mamma”.

Le sue mani che stringono le tue, il suo modo di parlare, di ridere, di sistemarsi i capelli, di essere quella che è e che un pochino sei anche tu, perché insieme al colore degli occhi e dei capelli ti ha trasmesso anche altro; ti muovi come lei, usi le sue espressioni, ti commuovi per le stesse cose e, quando ti guardi allo specchio, vedi anche lei. E sorridi e ti sorprendi, scuoti la testa.

Auguri, a tutte.

(L’immagine è stata amorevolmente realizzata da: Simona Merighi)